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Vi sono artisti che pur lavorando dietro le quinte, hanno collaborato al successo di altri colleghi o amici; la maggior parte di essi quasi mai viene catturata dai riflettori dello spettacolo. Arriva però prima o poi il giorno in cui cresce l’esigenza di raccontare se stessi. Ecco allora l’idea di un progetto sonoro che trova nella realizzazione di un disco il suo naturale compimento. Per Beppe Tripoli (www.beppetripoli.com) il disco è A sesso unico.
L’album rivisita 4 brani i cui testi furono scritti con Giuni Russo. Riascoltare Limonata cha cha cha, I ragazzi del sole, Babilonia e Le contrade di Madrid in questa veste è sicuramente una nuova esperienza; soprattutto però consente di consegnare all’attenzione del pubblico un’interpretazione inedita dei testi di queste canzoni (lasciamo ai lettori il piacere di scovare il riferimento allo stesso autore all’interno di uno dei brani nominati). Per inciso la collaborazione con la cantante palermitana non si è fermata qui: con lei Tripoli ha scritto anche Anima pagana, Venere ciprea, Inverno a Sarajevo e Amore speciale.
Questo però è solo il contorno (pur anche sostanzioso); il piatto forte è costituito dalle ispirazioni e i brani recuperati dal cassetto, che lo hanno portato a cantare testi destinati inizialmente ad altri artisti. I sette lavori inediti del disco ci permettono di avvicinare un autore che tocca con intima emozione (A sesso unico, Nei bar di Brest, Ulivi Saraceni) e una punta di ironia sorniona (Specchio specchio delle mie brame) l’universo gay come un cantastorie moderno, ornando i suoi racconti con una connotazione sonora dal gusto raffinato e mediterraneo.
Com’è nata la tua collaborazione con Giuni Russo?
Poco dopo essere arrivato a Milano da Palermo mi sono messo in contatto con Giuni; siamo figli della stessa città. Ci siamo incontrati subito. Questo la dice lunga sulla meravigliosa disponibilità di questa grande artista. Le ho detto che mi divertiva scrivere testi. Lei si incuriosì e volle leggerli. Così cominciammo a frequentarci. Dopo il grande successo di Un’estate al mare c’era l’esigenza di proporre un’altra canzone balneare (con grande disappunto di Giuni), forse per rispettare i termini di un contratto discografico. Ma questa è storia già nota. Nasce in quel contesto Limonata cha cha cha. Il testo lo scrivemmo Giuni e io, così come altre canzoni presenti in Mediterranea e in altri album successivi (menzionate nell’introduzione). Questa collaborazione per molti anni ha indotto in errore i media i quali pensavano che Tripoli fosse uno dei tanti pseudonimi con cui si firmava Franco Battiato.
Il tema dell’omosessualità viene toccato con intimità in più punti durante l’album…
Anche nelle canzoni che ho scritto con Giuni c’è una forte componente di questo tipo e d’altra parte non ho mai sentito l’esigenza di nascondermi dietro uno “schermo velato”. Il brano che dà il titolo all’album, A sesso unico, ad esempio, parla di un uomo che se ne va in giro di notte in cerca di “peccaminose libertà”. Ovviamente è alla ricerca di sesso con un altro uomo a cui “offre un cuore da accudire”, poiché spesso si spera, e a volte accade, che una semplice avventura sessuale possa essere l’inizio di una storia seria e duratura.
La stessa atmosfera si manifesta chiaramente in un altro brano, Nei bar di Brest: il riferimento al bellissimo film di Fassbinder non è casuale. Ma in questo caso tutto accade nel chiuso di un locale, dove “giovanotti affascinanti si trascinano negli angoli, sono forti e provocanti, fieri di essere uomini”. È dunque il trionfo dell’amore al maschile, come anche in La mia vespa, un tradimento affrontato in fondo con spensierata ironia. O ancora in Ulivi saraceni, uno dei miei brani preferiti, dove “un giovane andaluso, di cui si innamoravano i gitani, andò via senza salutarmi”. Credo che non abbiano bisogno di sottotitoli. Così come I ragazzi del sole e Babilonia che i lettori di Pride conosceranno nella meravigliosa interpretazione di Giuni.
Invece la canzone che chiude l’album, Al vento, è una cosa mia, molto intima. È il dolore per la perdita estrema di un amore in cui i protagonisti si amano e avrebbero continuato ad amarsi forse per la vita, se non fosse intervenuto un destino a volte crudele. Ma tutto è affrontato con serenità e rassegnazione.
Perché, secondo te, mentre nel resto dell’occidente l’omosessualità nelle canzoni sembra sia sdoganata, in Italia ancora ci si vela dietro a sottili allusioni senza sbilanciarsi troppo sull’argomento?
Perché siamo succubi della canzone “asessuata”. A parte rari casi, come Ivan Cattaneo che iniziò ad affrontare certi temi già alla fine degli anni ’70 e pochissimi altri. Per il resto certi testi di canzoni sembrano scritti da grandi equilibristi. Si cercano termini neutri pur di non dare un sesso alla persona a cui quella canzone è diretta. È il solito schermo che poniamo davanti ai nostri sentimenti. Le sottili allusioni, come le chiami tu, cadranno quando si scriverà e si canterà in prima persona. Si esprimerà la propria convinzione senza riluttanza. Senza nascondersi “dietro mentite spoglie”. Io ci ho provato e ci proverò nel rispetto della mia natura. Anche chi fa coming out scrive e canta ancora di soggetti di genere indefinito o racconta storie in terza persona. Come dire: “Io ve la racconto in questo modo perché non è accaduto a me. Sappiate che io non c’entro nulla”. Ma tutto ciò può ancora avere valore nel terzo millennio? Fatevi una domanda e datevi una risposta. Ma che sia sincera.