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Agli inizi dello scorso mese il panorama musicale italiano è stato sconvolto da un terremoto senza precedenti. Partendo da Facebook (dove è stato pubblicato) per passare a Twitter dove milioni di cinguettii si sono susseguiti, lo scoop ha raggiunto in fretta e riempito le pagine dei tabloid più patinati: le sorelle Paola e Chiara Iezzi dichiarano l’abbandono dalla scena musicale perché dopo 17 anni di carriera dedicati alla musica, si sono rese conto che nessuno veramente ha mai creduto e puntato su di loro. “La pop dance all’estero è una realtà, un business. Qui non si capisce perché, siamo le uniche a farlo”. Affermazione legittima; però un sottile dubbio ci attanaglia: che l’annuncio sia dato a ridosso dell’uscita del nuovo disco Giungla potrebbe farci supporre si tratti di una ragionata operazione commerciale. Non sia mai, che assurdo quanto squallido pensiero…
Se in Italia le major si permettono di snobbare cotanti artisti, all’estero la situazione paradossalmente è diametralmente all’opposto. Dopo 28 anni di legame indissolubile con EMI/Parlophone, i Pet Shop Boys hanno registrato il nuovo album con la Kobalt, una delle maggiori etichette indipendenti che ha fatto della trasparenza e dell’organizzazione eccellente il suo cavallo di battaglia, surclassando le elefantiache major troppo burocratizzate e fedeli a una politica commerciale in cui gli artisti sono spesso messi in secondo piano.
Meno di un anno fa il loro ultimo album Elysium sembrava voler chiudere definitivamente un ciclo, ma nessun fan si sarebbe aspettato che da lì a poco se ne sarebbe aperto un altro. Il nuovo Electric è un disco “elettrizzante” (appunto), che prendendo le distanze dal precedente, ci restituisce un duo proteso all’innovazione e al divertimento. Grazie alla collaborazione di Stuart Price (Madonna, Kylie Minogue, ecc.), il nuovo lavoro è quanto di più elettronico e avveniristico prodotto finora dai nostri gentlemen inglesi. Se taluni suoni “techno” possono lasciare l’ascoltatore alquanto disorientato, vi sono brani come Love Is A Bourgeois Construct – in cui politica e musica vanno a braccetto – che ci rimettono in sintonia con l’anima classica e inglese del duo (“cercando l’anima dell’Inghilterra/bevendo il the come Tony Benn) oltreché con i memorabili riff. Come in ogni disco che si rispetti, non poteva mancare una canzone dedicata agli amori: è con Thursday e l’intervento firmato dal rapper Example che il disco guadagna definitivamente l’accesso al dancefloor; una delle tracce più accattivanti dell’album. Maestri da sempre nell’interpretare alla loro maniera classici rock e pop (Always On My Mind, Go West, Girls & Boys, Where The Streets Have No Name, Viva La Vida) questa volta il duo si lancia addirittura a coverizzare The Last To Die. I fan di Bruce Springsteen inorridiranno e accuseranno la band di blasfemia, ma nel frattempo il duo avrà già colto occasione per dimostrare di saper rispolverare e restituire al pubblico una canzone in una veste completamente nuova con cui rinverdirne il ricordo.
Vocal, infine, sigla energicamente l’amore per la club culture a cui i Pet Shop Boys hanno dedicato la loro carriera: “Mi piacciono le persone, questo è il mio genere di musica che suona tutta la notte… tutto ciò mi fa sentire bene e incredibilmente giovane”.
L’importante è essere capace di sorprendere e sorprendersi, anche a una certa età. Lunga vita ai Pet Shop Boys!