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Al Mardi Gras 2009 di Torre del Lago Puccini era personaggio dell’anno, grazie al pubblico – e unico – coming out di un intellettuale arabo: ritroviamo Abdellah Taïa a Venezia dove, nell’ambito della Settimana della Critica, ha accompagnato L’Armée du Salut (L’esercito della salvezza), il suo primo film da regista, tratto dall’omonimo romanzo del 2006, pubblicato in Italia da Isbn. Quarant’anni portati alla grande, è nato a Salé, ha studiato a Casablanca e Rabat, dove si è laureato in letteratura francese. Nel 1995 lascia il Marocco per Ginevra dopo aver vinto una borsa di studio e due anni dopo approda a Parigi dove vive tuttora. L’esercito della salvezza, libro e film, sono in gran parte autobiografici e raccontano la parabola di un adolescente gay (Abdellah anche nella finzione) che vive abbastanza serenamente la propria omosessualità pur inserito in un ambiente familiare e sociale non dei più favorevoli. Lo ritroviamo dopo dieci anni in vacanza con il partner, un docente universitario svizzero, e qualche mese dopo a Ginevra in procinto di iniziare un corso di specializzazione. La relazione è finita e i due si confrontano in modo drammatico. In attesa di vedere il film, possiamo leggere i suoi romanzi successivi, Uscirò da questo mondo e dal tuo amore, Ho sognato il re e l’ultimo, in imminente traduzione italiana, Infidèles.
Lo incontriamo alla Mostra del Cinema, felice per la calorosa accoglienza riservata al suo film da critici e spettatori.
È un fatto abbastanza singolare che uno scrittore decida di dirigere un film tratto da un suo romanzo: come è accaduto?
Non sono stato io ad avere l’idea, bensì il produttore Claude Kunetz che mi ha convinto ad affrontare questa sfida. Il primo proposito è stato quello di non farmi condizionare dal libro ma di mettere mano alla sceneggiatura come se fosse scritta ex novo: un lavoro che mi è costato ben due anni, necessari per trovare qualcosa di interessante da dire soprattutto dal punto di vista filmico e visivo.
Dal punto di vista professionale e umano cosa ti dato questa avventura?
Ho lavorato con tre assistenti e con Louis Gardel come co-sceneggiatore: mi sento di affermare che fare un film è una faccenda spirituale in cui l’esperienza è secondaria, anche se giorno dopo giorno ti devi confrontare con gli innumerevoli problemi che sorgono e ti fanno pensare che il destino ti sia avverso mentre devi dimostrare alla troupe che hai la capacità per superarli.
Chi ha scelto i due attori che interpretano prima il ragazzino e poi il giovane Abdellah?
Non potevo essere che io a sceglierli: il criterio prescindeva dalla bellezza fisica ma dall’essere giusti per il ruolo, a partire dall’intensità del viso. Ho cominciato a cercare l’Abdellah venticinquenne: Karim Ait M’hand è alto e attraente ma l’ho ripreso sempre al massimo della semplicità, senza enfatizzare la sua bellezza. È stato il primo attore che ho visto: appena ha aperto la porta ho deciso che sarebbe stato lui il mio alter ego. È francese ma ha origini marocchine e ha conservato molte tracce del nostro paese. Possiede le oscure caratteristiche dei miei connazionali: non sai mai se hai di fronte un bravo o un malvagio giovanotto, se potresti passare con lui il resto della tua vita oppure se un quarto d’ora insieme sarebbe più che sufficiente. Poi è toccato all’Abdellah quindicenne. Nella fase di pre-produzione abbiamo visto parecchi adolescenti già con esperienze nel cinema ma nessuno mi convinceva. A soli due mesi dall’inizio delle riprese chiesi al responsabile del casting di selezionare giovanetti presi dalla strada. Lui ha raccolto un gruppo di ragazzi e ragazze per i ruoli delle sorelle e subito ho individuato Said Mrini in mezzo a tutti gli altri.
Per entrambi ho voluto che non fossero gay alla maniera che la gente comune si aspetterebbe secondo il cliché del giovane arabo gay. Dovevano essere come nella realtà del paese: il film mostra che l’omosessualità è diffusa e che le cose accadono e si vedono, mentre molte altre non si vedono affatto. Quando in Marocco vai in cerca di un ragazzo, non puoi mai dire – a parte i giovani che lo palesano apertamente e mi sta benissimo – se questi sia gay o etero. L’omosessualità che volevo rappresentare non è quella affine alla “normalità” bensì quella della quotidianità, non fuori ma all’interno della società: detesto infatti sentir dire che i gay sono marginali. Ma quale marginalità? Sono una realtà, hanno una famiglia, interagiscono con gli eterosessuali. Ho fatto in modo che la fisicità di entrambi risultasse neutra e ho cercato di stabilire con loro un’intesa spirituale affinché seguissero al meglio le mie direttive.
Quanto c’è di autobiografico nel film rispetto al romanzo?
C’è moltissimo. Le scene che riguardano il Marocco non ci sono nel libro e alcune vicende accadute a Ginevra non compaiono nel film. Non avrei potuto affrontare questa esperienza se non con qualcosa che mi toccasse profondamente, facendomi anche piangere. Sia nel libro che nel film trovate la mia verità autobiografica sulla vita e le cose che da essa ho imparato: come nel film ho sei sorelle e due fratelli, mia madre è come la si vede e così era mio padre, ma non ho voluto fare un’imitazione della realtà, ho solo messo verità sia nella pellicola che nel romanzo. Non è autobiografico nel senso di aver voluto parlare della mia vita, più o meno interessante che sia.
Il rapporto con tuo fratello e i tuoi genitori appare molto profondo: come hanno reagito al tuo coming out?
Quando ero piccolo e dicevo di voler lavorare nel cinema, tutti ridevano di me. Specialmente nelle famiglie povere come la mia, si pensa che l’essere artisti riguardi necessariamente persone appartenenti a un’altra realtà. Ho smesso molto presto di chiedere la loro benedizione per le cose che intendevo fare. Non ho bisogno che vengano a conoscenza di quello che sto facendo: nella mia testa sono ancora un ragazzino che fa le cose solo per sé. La mia famiglia sa tutto di me, compreso il coming out. L’atteggiamento delle mie sorelle e fratelli è mutato dopo la morte di mia madre tre anni fa (allora mio padre era già mancato), infatti ora avvertono il desiderio di non abbandonarmi, di non troncare i rapporti con me. Si sono resi conto che mi sono affrancato da loro, mi sono liberato psicologicamente. Non chiedo nulla ma non consento loro di intromettersi nella mia vita. Riguardo alla mia sessualità, per molti anni con la famiglia c’è stato il silenzio, ora che ci siamo riavvicinati, c’è un altro tipo di silenzio: non si parla del mio privato né tantomeno di omosessualità.
Oltre al periodo delle riprese del film, sei tornato spesso in Marocco: cosa ci puoi dire circa la situazione delle persone glbt?
Nel mio paese i rapporti omosessuali sono ancora contro la legge e prevedono il carcere. È una norma che bisogna assolutamente cambiare e col mio lavoro spero di dare un contributo affinché la società, in maggioranza ostile, muti atteggiamento nei confronti delle persone glbt. Lo dico in quanto gay positivamente influenzato da ragazzo leggendo Genet e Proust. Hanno scritto dei capolavori che hanno contribuito a far sì che l’opinione pubblica progredisse in tema di sessualità. Nel mio caso per la prima volta in letteratura e nel cinema arabo abbiamo un protagonista gay dichiarato, non vittima e neppure sottomesso a un cliché. Se da un lato la situazione è pessima, ci sono però le nuove generazioni che hanno cominciato a militare: su internet c’è Aswat (Voci) una rivista mensile in arabo redatta da coraggiosi ventenni. Un cambiamento importante lo si evidenzia anche sulla stampa marocchina: negli ultimi 10 anni i media hanno modificato radicalmente l’approccio all’omosessualità. Durante il regno di Hassan II la si definiva “contro natura”, ora se ne parla in termini obiettivi e neutrali e si è addirittura coniata una nuova parola (mithly) per omosessuale, priva di connotazioni negative e usata dai media in tutto il mondo arabo. Dobbiamo obbligare la società a seguire questa tendenza, non c’è altra scelta.
I tuoi romanzi più recenti si soffermano sull’omofobia e sul bullismo: nell’Esercito della salvezza tuttavia vediamo che il ragazzo Abdellah non ha grossi problemi a vivere la sua omosessualità e a concedersi incontri con uomini del luogo o stranieri. Significa forse che negli ultimi decenni la realtà è molto cambiata anche a causa della pressione dell’integralismo religioso?
Partiamo dalla constatazione che in Marocco si dice che l’omosessualità non esiste mentre la si vede dappertutto ma non si vuole ammetterlo. Il film smentisce questa bugia ma non significa che padre e madre abbiano cambiato mentalità e l’accettino: mostra che una realtà negata esiste. La violenza palesata nei confronti di Abdellah è sottile, senza però farne una vittima. Lui non ha problemi con la sua omosessualità ma si trova in una dinamica negativa imposta dalla società a cui cerca di resistere a suo modo. Alla fine del film – che coincide con l’arrivo a Ginevra – lo dipingo come un campione di cattiveria che riesce a far del male – moralmente – al suo ex compagno svizzero, abbandonato dall’oggi al domani. La repressione porta prima o poi pesanti conseguenze sull’individuo: ora sta operando quella religiosa e ne temo le conseguenze al pari di quella sociale. Spero che la primavera araba abbia conseguenze favorevoli. Quello che è successo in Egitto è un segnale positivo: la Fratellanza Musulmana ha vinto le elezioni ma in un anno sono stati così pessimi che la popolazione li ha rovesciati e ora lo slogan è “Non vogliamo la religione al potere.”
Da ragazzo Abdellah, in contrasto col fratello, non vuole parlare né leggere il francese, è orgoglioso delle sue radici e non penserebbe mai di andarsene dal Marocco. Dieci anni dopo si è lasciato alle spalle lingua, famiglia e va a studiare a Ginevra: come si spiega?
Per lui non c’è altra possibilità di sopravvivere se non quella di partire e fuggire dalla famiglia: è una cosa che ho avuto in comune con lui. Per diventare adulto, che tu sia gay o etero, devi lasciare il posto dove sei nato, mettere in mezzo una distanza, essere in grado di pensare e scegliere le armi che ti aiutino a diventare quello che sei veramente.
È quello che hai fatto tu: come vivi a Parigi, hai un compagno, a cui sei magari legato da un Pacs?
Vivo da solo, non ho un partner né un fidanzato e non frequento la scena gay. Il lavoro è praticamente la mia vita: cerco di raggiungere gli obiettivi che mi sono prefisso e questo significa impegno di anni e dispendio di energie.