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Decisione sofferta per la giuria del Queer Lion Award 2013 (composta dal presidente Angelo Acerbi, da Marco Busato e da Daniel N. Casagrande, l’ideatore della rassegna), visto il buon livello di quasi tutti i 10 film presi in considerazione.
Alla fine è stato giustamente premiato Philomena di Stephen Frears (il quale però non ha purtroppo potuto ritirare il premio dalle mani della senatrice Josefa Idem). È la storia di una giovane irlandese orfana, chiusa per anni in un istituto religioso per essere rimasta incinta; il bambino naturalmente le viene tolto. Cinquant’anni dopo, Philomena, interpretata da Judi Dench, scopre che il figlio, morto nel 1995 di Aids, era gay; la cosa non la sconcerta minimamente, anzi la sua unica preoccupazione è quella di accertarsi che il suo compagno lo amasse. Incontrato quest’ultimo, viene a conoscenza che il figlio da parte sua per tutta la vita ha cercato di scoprire l’identità della madre. Un film semplice e pieno di umanità, che mostra acutamente i metodi repressivi di una certa chiesa e che sa emozionare il pubblico.
Gli altri film in gara non hanno deluso, tranne due eccezioni: il noioso Julia della tedesca J. Jackie Baier (diventata donna nel 1997) – su una transessuale lituana che si trasferisce in Germania per vivere in libertà, ma poi finisce ovviamente nel solito tran tran di prostituzione e droga – e lo spagnolo Tres bodas de más, di Javier Ruiz Caldera, una commediola spassosa e ricca di trovate, ma certo non all’altezza di un festival.
Tutt’altra storia per i rimanenti 7 film, tutti con momenti di buon cinema e situazioni talora molto eccitanti. I due italiani hanno mostrato due realtà diverse ma ugualmente meschine e alienanti. Piccola patria di Alessandro Rossetto mostra un claustrofobico paesotto friulano, in cui la maggior parte delle persone sono perfide e le relazioni sono dominate (non escluso il rapporto intimo fra le due ragazze protagoniste) dal sesso, usato anche a mo’ di ricatto, e dagli “schei”, i soldi. In Via Castellana Bandiera Emma Dante (l’estroversa regista teatrale, qui alla sua opera prima) e la sua compagna Alba Rohrwacher si trovano impelagate in una bidonville di Palermo in una situazione grottesca e senza via d’uscita, degna di una novella di Pirandello, che si concluderà tragicamente; un film originale e ben girato, con un’ultima scena di rara espressività.
Gerontophilia è stata una curiosa sorpresa, da più punti di vista. Abituati alla forza trasgressiva di Bruce LaBruce (il regista di L.A. Zombie) molti sono rimasti perplessi nel vedere una storia d’amore commovente ma un po’ patinata e ordinaria. Certo, effettivamente fa specie vedere il regista canadese optare per soluzioni da cinema mainstream, ma non bisogna dimenticare che comunque ci vuole coraggio per mostrare una coppia formata da un diciottenne, il bellissimo Pier-Gabriel Lajoie (che però non si vede mai nudo, proprio per il taglio commerciale del film), e un ultraottantenne, di razza mista. Comunque sia, è d’obbligo andarlo a vedere, perché tocca dolcemente le corde dell’emozione.
Tom à la ferme, del canadese Xavier Dolan, racconta di un giovane (lo stesso Dolan) che va in un paese al funerale di Guy, il compagno morto improvvisamente. Lì si rende conto che nessuno sa della sua esistenza, eccetto Francis, l’aggressivo fratello di Guy, che lo tiranneggia ma col quale pure si instaura un’evidente, reciproca attrazione. Peccato che la situazione intrigante e ricca di tensione erotica, si perda poi in una narrazione, di stampo un po’ teatrale, poco pungente e talvolta incongrua.
Kill Your Darlings (qui uscirà col titolo Giovani ribelli) è un ulteriore capitolo sui poeti della Beat generation – Ginsberg, Burroughs e Kerouac – stavolta impreziosito di un côté giallo: un omicidio compiuto dall’efebico Lucien Carr, un compagno d’università di Ginsberg, colui che più di ogni altro lo porta verso atteggiamenti anticonformisti e quindi alla sua immaginifica poesia. La sceneggiatura fiacca limita il film, che però sa farsi apprezzare in molti spunti. Il protagonista Daniel Radcliffe, al suo primo serio impegno dopo Harry Potter, se la cava con dignità, anche nella scena in cui viene posseduto da un aitante giovane.
L’armée du salut era molto atteso, in quanto opera prima di uno scrittore di culto: il marocchino Abdellah Taïa. Nel film, che si rifà a uno dei suoi romanzi più importanti, Taïa racconta la sua storia personale, da quando ragazzo viveva in Marocco in una famiglia tradizionale, avendo qualche rapporto gay occasionale, fino a quando si trasferisce in Svizzera grazie al permesso di soggiorno procuratogli dal suo maturo amante, col quale poi decide di rompere. Diviso in quattro capitoli, il film mette a fuoco altrettanti momenti cruciali, espressi con un linguaggio minimale e mai urlato, fatto di sguardi e di silenzi.
Eastern Boys, del franco-marocchino Robin Carrillo, è incentrato su un gruppo di ragazzi – russi, ucraini o ceceni – che si prostituiscono a Parigi. Uno di loro, il bell’ucraino Rouslan, gabba Daniel, un ricco uomo francese, con la complicità dei suoi amici ma poi intreccia una relazione con lui. Girato con onestà, la prima mezz’ora inquieta come non mai, soprattutto nella scena della casa che viene spogliata di ogni suo bene in presenza del padrone, ma poi, quando la storia d’amore prende il sopravvento, calca binari più usuali.