Seleziona una pagina

La televisione è un’invenzione che permette di farvi divertire nel vostro soggiorno grazie a gente che non vorreste mai avere in casa. David Frost, giornalista e personaggio televisivo britannico brillante, pensava sicuramente alla televisione che piace a noi: quella che non ha bisogno di sedersi e tirare fuori un libro per esistere. Svaccati in poltrona ci stiamo noi, e sullo schermo ci piace vedere gente che fatica, che arranca, che vive al posto nostro. Insomma personaggi e storie che ci facciano passare la serata. A volte, quando siamo fortunati, diventano persino i nostri modelli comportamentali. Nel programma televisivo Pechino Express però ogni certezza vacilla. Non è compiutamente trash, perché ha quei momenti “Guarda, non hanno niente eppure sono felici” e “I bambini poveri hanno degli occhi bellissimi”. Momenti in cui di solito ci si alza per stappare una birra. Se non battesse la falsa moneta del viaggio introspettivo però le “sciure” non se lo guarderebbero mai. L’atmosfera misticheggiante new age ci serve per ricordarci che siamo persone profonde e non affatto sadiche. Non è che stiamo godendo di quei poveri cristi senza acqua, in accampamenti pulciosi, sudatissimi. No. Vogliamo vedere come si redimono privandoli di tutti i privilegi. Come ripagano il senso di colpa di appartenere al mondo ricco? Andandosene in giro a portare pesci marci e ringraziando l’ospitalità dei locali.
È tutto così ambiguo. Anche i personaggi non sono dei rinnegati, degli scappati di casa, ma ragazzi e uomini simpatici. Quelle persone orrende hanno distrutto alcuni nostri solidi preconcetti. Ci hanno disorientato. Ci hanno messo in crisi. Forse quelle persone le avremmo persino lasciate entrare in casa.
Il nome inganna. Pechino Express non ha più nulla a che fare con la Cina. La prima edizione è stata condotta da Emanuele Filiberto di Savoia e la destinazione era Pechino. Quest’anno si scende di lignaggio, ma si sale nella qualità di conduzione con un superiore Costantino della Gherardesca, che ci ha condotti dal Vietnam alla Thailandia: 8000 km di gratuite sofferenze per loro e di godimento per noi. I concorrenti erano coppie bene assortite (c’era anche la quota musclebear con il pugile Sakara, o la quota beefcake con il campione di judo Marco Maddaloni). Il format è andato abbastanza bene (sui due milioni di media, con lo share attorno all’8%). Sui social è andato fortissimo: a ogni puntata i Trend Tweet si dividevano tra il solito talk show politico, per gente annoiata e masochista, e Pechino Express 2, per i sadici.
Sono state però due donne le protagoniste di quest’edizione. La prima è Corinne Clery, ribattezzata #sclery dai più accorti, la quale ha gettato nel fango la nostra idea di relazione tra Toy Boy e Cougar. Il colpo di fulmine tra noi e lei è scattato quando al primo screzio col fidanzato – si chiama Angelo, ma di lui ce ne importa pochissimo – lei gli si è avvicinata minacciosa all’orecchio, proferendo un secco: “Se non la finisci ti rispedisco in Italia”. Poi lo ha preso a ombrellate, picchiato, mandato a quel paese (per usare una perifrasi) e offeso in mille modi. Era una sorpresa! Lei che bullizza lui. Lui che nonostante tutto la perdona. Sembra la relazione tra Rihanna e Chris Brown, solo a parti invertite. Ci siamo così tanto concentrati su Sclery che non abbiamo preso in considerazione il masochismo di lui. Non solo stava facendo il viaggio più scomodo della sua vita, ma lo stava facendo con una anziana scorbutica alla quale chiunque avrebbe dato uno spintone al primo dirupo. Chiunque, tranne lui. Speravamo in loro, perché lei ci teneva a vincere (“Voglio fare bella figura”), ma sono stati eliminati (e subito lei lo ha mollato in aeroporto, probabilmente dopo essersi fatta portare le valigie. Il titolo del Corriere diceva così: “Ci serve una pausa. Gli schiaffi? Li meritava”.
L’altra è la Marchesa, l’altro lato della medaglia di Clery. Il lato simpatico. Una fuorilegge accompagnata da un maggiordomo pachistano, Gregory. Come si fa a non amare una aristocratica che alla prima puntata si fa derubare da una pescivendola vietnamita? Una che ripete in italiano nel bel mezzo del nulla a un contadino: “I am very stanc”, e si aspetta una risposta empatica. Soprattutto sono le sue capacità aforistiche ad averci conquistato. Ci ha insegnato l’arte dello scrocco (“La Marchesa non si mette a toccare i soldi, prima di arrivare è pagato. Qualcuno passerà”). Ci ha rivelato il suo lato wannamarchesco e beffardo. In qualsiasi situazione lei era sempre calma, sorridente (“Sei ammaliato, ti ho conquistato subito, lo so caro”), simpatica. Mentre tutti gli altri protagonisti della trasmissione finivano a dormire in baracche e salivano sul retro di camion bestiame lei piagnucolava in hotel a 5 stelle: “I am a royal family” e prendeva taxi e auto comodissime (“Gira rigira, la Marchesa trova sempre un ottimo albergo mentre gli altri stanno nei canili”). E come Clery anche lei sa quand’è il momento di agire (“In Cambogia bisogna essere decisi, prendere a ombrellate”) senza mai perdere la pazienza, o quasi.
Clery era una dominatrix e Angelo il suo schiavo. Non va diversamente al maggiordomo della Marchesa. Quando Gregory ha la malaugurata idea di proferire parola, meno di 140 caratteri, lei lo redarguisce: “Cosa sei venuto a fare qui? La star? I ruoli devono rimanere come sono”. Lui è altrettanto succube di lei (come Angelo), è nato per servirla, ma c’è un limite: mica la ama. Noi sì invece. A tal punto che, sempre per quel discorso di continuità aristocratica, la prossima a condurre Pechino Express 3, se non sarà Costantino, dovrà essere per forza lei, la Marchesa del Secco d’Aragona. L’importante è che non torni Emanuele Filiberto di Savoia, sarebbe un triplo “orroreeee”.