Seleziona una pagina

Negli ultimi mesi in molti mi hanno chiesto: “Adesso che il papa è cambiato, cambierà qualcosa nell’atteggiamento della chiesa nei confronti delle persone omosessuali?”. Questa domanda si è intensificata quando papa Francesco, durante il suo viaggio di ritorno da Rio de Janeiro, ha detto: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il catechismo della Chiesa cattolica spiega tanto bene questo e dice che non si devono emarginare queste persone e, per questo, devono essere integrate nella società”.
Come vanno lette queste parole? Rappresentano una rottura con quanto la chiesa afferma in merito all’omosessualità o non sono altro che un tentativo di riformulare le tradizionali condanne del passato?
Credo che sia troppo presto per dare una risposta: gli elementi di rottura ci sono senz’altro dato che mai un papa aveva usato parole così gentili nei confronti di noi omosessuali, ma convivono con affermazioni che sottolineano la continuità con quello che dice il magistero tradizionale della Chiesa. Infatti a una giornalista che gli chiedeva come mai, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, non avesse accennato ad alcuni temi etici come l’aborto e le unioni omosessuali, il papa ha risposto che: “La Chiesa si è già espressa perfettamente su questo. Non era necessario tornarci (…). Inoltre, i giovani sanno perfettamente qual è la posizione della Chiesa!”. E quando lei ha insistito chiedendogli quale fosse la sua posizione, lui ha risposto: “Quella della Chiesa. Sono figlio della Chiesa!”.
Lette quindi nell’ottica della continuità hanno un senso diverso anche le belle frasi con cui papa Bergoglio sviluppa il suo pensiero. “Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: ‘Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?’”.
O quando aggiunge che: “Bisogna sempre considerare la persona, e qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia”.
Monsignor Sandro Maggiolini, uno dei vescovi italiani che, quando era ancora in vita era intervenuto con maggiore veemenza contro qualunque ipotesi di riconoscimento dei diritti delle persone omosessuali, era solito dire che “la chiesa deve essere dura sui pulpiti, ma accogliente nei confessionali” e ricordava di non aver mai mandato via nessun omosessuale senza avergli dato l’assoluzione.
Sembrano perciò altre le novità che stanno emergendo con il pontificato di papa Francesco, ma queste novità, per dare frutto, hanno bisogno di un cambiamento radicale della mentalità della maggior parte degli omosessuali credenti. Questi debbono finalmente smetterla di elemosinare l’approvazione del loro stile di vita da parte della chiesa e di chiunque altro e debbono capire una volta per tutte che, come diceva il beato cardinal Newman, il primo vicario di Dio sulla terra non è il papa ma è la nostra coscienza.
Su questo argomento gli ultimi due pontificati hanno introdotto dei distinguo per limitare la dottrina tradizionale che ha, nella responsabilità individuale e nella libertà di coscienza, due baluardi. Papa Francesco, invece, imbocca in maniera decisa un’altra direzione.
Lo fa con gli omosessuali quando, nell’intervista a Civiltà Cattolica, dice: “La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile”. Lo fa in maniera molto più esplicita quando scrive a Eugenio Scalfari e osserva che “il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire”.
Sembra di risentire finalmente, dopo tanti secoli, le parole di san Tommaso d’Aquino quando, nel De Veritate, alla domanda se sia più giusto obbedire alle indicazioni del magistero della chiesa (Praeceptum Prelati) o se sia più giusto obbedire alla voce della propria coscienza (Vox conscientiae) risponde meravigliato: “Come? Me lo domandi? La voce del magistero non è altro che la voce del magistero, la coscienza, invece, è la voce di Dio!”.
Il giorno in cui gli omosessuali credenti faranno proprie le indicazioni di san Tommaso, e seguiranno finalmente la propria coscienza che li invita a vivere in maniera responsabile le relazioni che hanno l’opportunità di costruire, non sarà più necessario chiedere al papa cosa ne pensa dell’omosessualità.
E il giorno in cui gli stessi omosessuali credenti, rispondendo alla voce della loro coscienza che li esorta a non essere più ipocriti, faranno il loro coming out nelle parrocchie che frequentano e non nasconderanno le relazioni che vivono, anche la chiesa sarà costretta a cambiare, con o senza l’approvazione del papa.