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All’immobilità del Parlamento sui diritti gay e sull’uguaglianza di tutti una risposta è possibile. Ecco cosa fare fuori dalle istituzioni nella proposta di un esperto di “diritti arcobaleno”.

È un luogo comune piuttosto diffuso che l’esclusione sociale delle persone glbt sia dovuta all’inesistenza di norme giuridiche nel nostro ordinamento. Ma è proprio così? Per rispondere è bene chiederci cosa intendiamo con la parola “diritto”. Il diritto non coincide con la legge. Il diritto è piuttosto l’insieme delle regole di comportamento che il legislatore, il magistrato, il teorico e tutti i pratici del diritto (pubblici funzionari, avvocati) contribuiscono a creare con un misto di documenti scritti e affermazioni orali. Dunque, la tutela delle persone glbt non dipende esclusivamente dalla solerzia del legislatore, ma anche dal rispetto dei principi generali (come il principio di uguaglianza) o dei diritti fondamentali (come la salute) ricavabili dalla Costituzione italiana, dalla Carta di Nizza o dalla Convenzione europea dei diritti umani. A tal fine, non è al legislatore che bisogna rivolgersi, ma ai magistrati e a tutti i “produttori” di regole diversi dal Parlamento, come gli enti pubblici territoriali (regioni, province, comuni) o le pubbliche amministrazioni. Sia chiaro che emanare norme chiare semplificherebbe la vita a milioni di persone.

Una legge è importante sul piano culturale e presenta un grande vantaggio: inserisce nell’ordinamento norme generali e astratte che nessuno può ignorare o decidere di non applicare a causa delle proprie “opinioni”. Va anche ricordato che ci sono ambiti (come il diritto penale) in cui non si può prescindere dalla legge.

Ma nell’attesa che il legislatore faccia la sua parte, sarebbe il caso che tutti ci si adoperi per cercare in prima persona di cambiare le cose nella misura del possibile. Da dove cominciare?

Ci vorrebbe un brainstorming collettivo, che potrebbe partire proprio dalle pagine di questo giornale, per evidenziare quali sono gli aspetti della vita quotidiana in cui le persone omosessuali e trans, come singoli e come coppia, sentono di essere privi di tutela. Dopo di che occorrerà chiedersi se e come sia possibile reagire qui e ora. In alcuni casi basterà fare pressione sulla singola amministrazione locale o sul singolo ufficio della pubblica amministrazione, in altri casi occorrerà rivolgersi a un organo giudiziario. Non è solo teoria.

Tentativi in questo senso sono stati già fatti. Tra gli altri ricordo la sinergia tra OSCAD, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, e l’Associazione radicale Certi diritti grazie alla quale il ministero dell’Interno ha modificato una circolare sulla mobilità del personale di polizia, cancellandone una parte che poteva risultare discriminatoria nei confronti delle coppie formate da persone dello stesso sesso. E l’importante risultato è stato possibile grazie alle sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione emanate nell’ambito della campagna di Affermazione civile per il riconoscimento del diritto al matrimonio per le coppie dello stesso sesso.

O pensiamo al progetto di Arcigay e Arcilesbica del Friuli Venezia Giulia per promuovere nelle scuole strategie di intervento contro l’isolamento scolastico, il bullismo e l’omofobia, iniziato nell’anno scolastico 2009/2010, che ha coinvolto fino a oggi oltre 2.500 studenti delle scuole superiori di tutte le province della regione e ha ottenuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la medaglia di bronzo per le meritorie finalità perseguite. Da quest’anno parteciperanno al progetto anche le scuole medie e l’amministrazione regionale si accinge a sostenerlo.

Vanno ricordate, infine, alcune buone prassi a favore delle persone trans come l’uso dello pseudonimo sul badge in ambito lavorativo, o il rilascio di un tesserino da parte dell’Ordine degli avvocati o di un apposito libretto da parte dell’Ateneo sui quali viene riportato sia il nome originario sia lo pseudonimo corrispondente al genere di elezione. Tutto ciò si è fatto senza una legge, ma richiamandosi ai principi generali dell’ordinamento, grazie all’intelligenza e all’abnegazione di singoli e di associazioni.

Ora si tratta di mettere a regime tale nuovo modo di declinare l’attivismo che dà a ognuno la possibilità di cambiare il futuro. Non siamo all’anno zero: su tutto il territorio nazionale ci sono realtà istituzionali e associative a cui ci si può rivolgere per avere consiglio e supporto.

Nella prefazione al suo libro, Citizen gay. Affetti e diritti (Il Saggiatore, 2012) Vittorio Lingiardi spiega il senso del titolo con queste parole: “Citizen gay è uno slogan per ricordare al cittadino che può alzarsi in piedi e dire: sono gay, sono lesbica, voglio diritti e rispetto”. È arrivato il momento di alzarsi in piedi.