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Mentre il governo italiano scandisce il tempo con un calendario fatto di fogli bianchi tra unioni civili e pacs, la comunità LGBT italiana che può permetterselo emigra, o meglio si sposa all’estero per coronare il suo sogno d’amore. Si regala un sogno di carta che diventa nullo rientrati nei confini italiani, ma che garantisce il diritto ad esistere nei paesi che tutelano tutti i cittadini a prescindere dal loro orientamento sessuale. Realizzare questo sogno di carta non per tutti è possibile. Perché? Se negli ultimi anni non avete vissuto in una capanna in mezzo ai boschi in perfetto eremitaggio, è probabile ve ne sia arrivata voce: c’è la crisi.
Organizzare un matrimonio all’estero è costoso: biglietti, albergo, invitati, festeggiamenti, e allora come fare?  Sposarsi in consolato sembrerebbe una soluzione. I matrimoni consolari del resto sono da sempre la soluzione per le coppie miste (cioè formate da un partner italiano e da uno straniero). Ci abbiamo provato, io e miei cinque fidanzati immaginari. Insieme abbiamo chiamato i consolati esteri in Italia per chiedere di celebrare il nostro matrimonio a Roma e quello che è venuto fuori è assai interessante dal punto di vista giuridico. Lo Stato italiano richiede per celebrare un matrimonio che la coppia sia formata da un uomo e una donna. Gli altri Stati dove il matrimonio tra persone dello stesso sesso è legale no. Ma in che posizione si troveranno i consolati di fronte a due giovani dello stesso sesso che vogliono sposarsi? Se uno ha cittadinanza italiana e l’altro ha la stessa cittadinanza del consolato che permette il matrimonio? E’ possibile sposarsi insomma in Italia approfittando delle leggi di terra straniera?
I risultati di questa inchiesta sono stati controversi. Iniziamo con la Spagna, uno dei paesi gay friendly più amati in Europa. Chiamiamo il consolato senza troppe presentazioni e chiediamo di approfittare della legge fortemente voluta dal premier Zapatero che, modificando il codice civile, ha aperto l’istituto del matrimonio civile a gay e lesbiche. “Si, certamente è possibile” ci viene risposto da una voce gentile in perfetto italiano. Però vorremo farlo in Italia spieghiamo, io e il mio compagno abbiamo entrambi 25 anni e quello che ci manca è proprio la possibilità economica di recarci in Spagna per sposarci. “Non può mi spiace. Deve recarsi in spagna perché lo stato italiano non consente questi matrimoni e noi non possiamo contravvenire allo stato italiano”. Ma guardi che il mio compagno è spagnolo, di Barcellona per l’esattezza. L’operatrice incrina dolcemente la voce ma la sua risposta non regala spiragli di possibilità: “Ci piacerebbe se potessimo, lo faremmo volentieri ma purtroppo non è possibile per i matrimoni omosessuali. Noi possiamo aiutarla con le pratiche ma deve andare in Spagna: a Madrid, a Barcellona. Mi spiace”.
Dalla Spagna provo a spostarmi a nord-est, in Francia. Con un fidanzato francese, parigino, potrei avere più fortuna. La Francia ha approvato di recente la legge, denominata Mariage pour tous (Matrimonio per tutti), fortemente voluta dal presidente Hollande e osteggiatissima dagli oppositori. Chiamo il consolato spiegando che sono un ragazzo italiano, residente a Roma e che da anni convivo con il mio compagno francese. Vorremmo sposarci ma è possibile farlo in ambasciata? La risposta del primo operatore è secca: “dovete essere entrambi francesi.” Insisto, gli chiedo perché. Il mio fidanzato è francese. Se io vado in Francia posso sposarmi, cosa cambia in un consolato. L’operatore incapace di dare una risposta, inoltra la chiamata all’ufficio matrimoni e qui con voce gentile mi viene risposto: “questa è una prerogativa: dovete essere entrambi francesi. Certamente, possiamo registrare matrimoni anche di persone che hanno cittadinanza diversa e si sono sposati in Francia, ma possiamo celebrare matrimonio solo se due persone hanno cittadinanza francese”. La rinuncia alla cittadinanza italiana e l’acquisizione della cittadinanza francese dunque potrebbe aprirmi le porte al mariage pour tous.
E se scegliessi un fidanzato del nord Europa? In Danimarca le nozze sono state legalizzate nel giugno del 2012. Ma già nel 1989 il Paese della Sirenetta era stato il primo al mondo a istituire le partnership registrate tra omosessuali. Sono passati più di vent’anni, sicuramente ci sarà qualche possibilità, l’operatrice infatti mi risponde “Beh lei può sposarsi dove vuole ma serve un nulla osta dalla Danimarca”, che sollievo, confesso all’operatrice che l’assenza di una legislazione italiana a favore delle coppie omosessuali mi aveva fatto pensare di dovermi recare per forza a Copenaghen”. Ma alla mia confessione segue lungo silenzio “Pronto?” “Ah scusi non avevo capito.  Ho capito male. Sì, mi spiace deve recarsi a Copenaghen e sul sito del comune di Copenaghen trova tutto per sposarsi. Arrivederci”. Niente di fatto.
Ritorno al calore di soli lontani, Buenos Aires. Dopo l’approvazione della legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, la capitale argentina è diventata la nuova mecca del turismo omosessuale. Un milione di ospiti all’anno, centinaia di locali dedicati. E un giro d’affari del settore superiore a quello di Rio de Janeiro. Chiamo l’ambasciata Argentina a Roma e in italiano spiego all’operatrice la mia richiesta, l’operatrice mi risponde in spagnolo e non c’è verso di farle rispondere in italiano. Forse non parla italiano, comprendo però che non è possibile sposarsi neanche per l’Argentina.
Ultimo tentativo in Europa. Se non è matrimonio sarà Civil Partnership, con il mio compagno londinese. L’ufficiale consolare è molto chiaro: “Non facciamo civil partnership, se volete farlo dovete farlo in Inghilterra”. Ma se fossi di nazionalità inglese anche io come il mio compagno, chiedo pensando alla scappatoia francese. “Neanche se lei fosse inglese come il suo compagno”.
Il Prof. Matteo M. Winkler, docente di diritto internazionale all’Università Bocconi e da tempo impegnato in questioni LGBT, spiega così questo deludente risultato: “In realtà la posizione dei consolati interpellati è del tutto comprensibile. Essi seguono le leggi in materia di matrimonio tra persone dello stesso sesso del relativo Paese, le quali prevedono dei requisiti quali la residenza o la cittadinanza. Ciò serve a evitare un’invasione di coppie omosessuali, che dall’estero entrino nel Paese per potersi sposare. Questo requisito è compatibile con la volontà di porre fine a una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale? No, non lo è, ma sarei uno sprovveduto se non facessi notare che quella del “turismo matrimoniale” è una questione che i legislatori stranieri hanno voluto regolare, ed in qualche modo evitare. La finalità ultima è scongiurare scontri diplomatici con i Paesi vicini, sulla pelle delle persone LGBT”.
(S)consolato resto in Italia, nessun matrimonio possibile. Da cittadino italiano resto sposato al mio paese, un cadavere scosso da convulse contrazioni muscolari che da decenni balbetta di pacs e unioni civili, parole al vento: solo segnali di vita apparente. L’unica soluzione per chi ha intenzione di sposarsi con il suo compagno sarebbe volare all’estero o divorziare dall’Italia rinunciare alla cittadinanza per accettare una qualsiasi, più dignitosa.