Seleziona una pagina

Nel febbraio scorso il Parlamento europeo ha approvato ad ampia e trasversale maggioranza una “risoluzione sulla tabella di marcia dell’Unione europea contro l’omofobia e la discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere”. L’atto, detto anche “rapporto Lunacek”, sprona, ad esempio, la Commissione europea a sollecitare l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché cancelli il disturbo d’identità di genere dall’elenco dei disturbi mentali e perché promuova progetti educativi contro il bullismo omofobico. La risoluzione invita gli Stati europei ad ampliare l’orizzonte delle norme antidiscriminatorie anche all’ambito sanitario e scolastico e chiede di inserire negli ordinamenti giuridici nazionali leggi a tutela dell’integrità psichica e fisica delle persone transgender. L’Europarlamento indica poi le lesbiche come doppiamente discriminate (perché donne, e perché omosessuali) e colloca i diritti glbt nell’ambito dei diritti umani fondamentali. Nel documento questo e tanto, tanto altro.
Il voto del Parlamento europeo è stato accompagnato da un’accoglienza mediatica piuttosto trionfalistica. Va precisato però che una “risoluzione non legislativa” come quella approvata non è dotata di efficacia diretta e non impone obblighi in ambito nazionale, ma è al contrario un “atto di indirizzo e coordinamento” che ha una natura giuridica piuttosto incerta e rientra in quel misterioso e multiforme “mucchio” di “atti atipici” approvati dalle istituzioni europee.
In altri termini, il valore della risoluzione sta principalmente (e non è poco) nel suo rappresentare un manifesto politico diretto ai Paesi già appartenenti all’Unione, nonché ai Paesi che all’Unione intenderanno aderire. È un monito insomma che affronta, tra gli altri, anche il tema della libertà di riunione, espressione e manifestazione degli omosessuali: non un caso visto che giunge in concomitanza con lo svolgimento delle olimpiadi invernali di Sochi; uno “schiaffo” europeo alla legge oscurantista russa contro la cosiddetta “propaganda gay”.
Con il rapporto Lunacek il Parlamento europeo chiarisce così la propria posizione ufficiale su un tema, quello dei diritti glbt, sul quale l’Unione europea, nella maggior parte dei casi, non può intervenire in maniera più incisiva, poiché l’introduzione negli ordinamenti giuridici nazionali di nuovi reati (come quello di omo-transfobia, appunto) o la modifica del diritto di famiglia (come l’introduzione del matrimonio uomo-uomo e donna-donna) rimangono notoriamente roccaforti inespugnabili che i singoli legislatori statali difendono con zelante gelosia.
È difficile prevedere quali saranno le ricadute pratiche della risoluzione. Certo qualora gli Stati non seguissero la strada indicata dalla road map non verranno sanzionati. La risoluzione appare quindi qualcosa di molto più simile a una lodevole e ambiziosa lettera di raccomandazioni piuttosto che un atto avente forza di legge e ricadute concrete. È quindi tutto inutile?
Non proprio. La Commissione europea, nel rapporto, sollecita con decisione la libera circolazione dei cittadini e delle loro famiglie in ambito europeo (un vecchio cavallo di battaglia, questo, dell’Unione). La risoluzione sprona la Commissione a presentare proposte normative – queste sì, vincolanti per gli Stati membri – che riducano gli ostacoli che incontrano le coppie omosessuali sposate in un Paese dell’Unione che decidono di trasferirsi in un Stato dove il matrimonio egualitario non è riconosciuto. In altri termini, una volta giunta in suolo italico, una coppia gay sposata in Francia deve poter vedersi riconosciuti gli stessi diritti e la stessa dignità di una qualsiasi altra coppia sposata. Una bomba a orologeria per un sistema giuridico (su questi temi triviale) come il nostro. Bisogna aspettare solo che la Commissione raccolga l’invito.
L’Unione europea, in definitiva, si mostra ancora come un terreno molto fertile per la causa dei diritti glbt: non bisogna dimenticare che nel pandemonio ingolfato e delirante di leggi italiane l’espressione “orientamento sessuale” è ancora un tabù, e di fatto compare soltanto nella disciplina antidiscriminatoria in ambito lavorativo (disciplina, non a caso, figlia di una direttiva europea). La risoluzione del Parlamento europeo non va quindi sovrastimata, ed è senza dubbio un’arma spuntata: ma è un ottimo sintomo di che aria tira a Bruxelles in tema di diritti glbt. Una brezza che soffia in direzione nettamente opposta rispetto alla nebbia ammuffita e stagnante che aleggia in Italia.