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La queer theory è una teoria sul significato dell’omosessualità che ha molto successo da almeno vent’anni negli Stati Uniti, dove è nata, e che negli ultimissimi tempi ha goduto di grande attenzione da parte delle case editrici italiane (soprattutto la ETS di Pisa) che ne stanno traducendo i testi fondamentali, affiancandoli a seguaci nostrani (come Marco Pustianaz, Lorenzo Bernini o Cristian Lo Iacono).
Riuscire a dire cosa sostenga la teoria queer è un’impresa, dato che una delle attività preferite dei suoi seguaci è disquisire interminabilmente su cosa s’intenda, vada inteso, è auspicabile s’intenda, si vuole che sia inteso… per “queer”. Trovare due seguaci della teoria queer che usino la parola nello stesso modo è quindi impossibile. Il che è sensato, se si pensa che quella queer si vanta d’essere una teoria nata per rifiutare le definizioni e farle esplodere (loro dicono “decostruire”).
Si aggiunga il fatto che, essendo nata in ambiente accademico, la teoria queer s’esprime in un gergo demenziale totalmente incomprensibile, creato espressamente per fare sentire cretino chiunque non faccia parte della combriccola, laddove i concetti queer, una volta tradotti in italiano corrente, si rivelano o assolute banalità impacchettate in carta d’oro, o affermazioni straordinariamente “originali” in quanto basate su assurdità che nessun altro riesce a sostenere (ma “la contraddizione è feconda” ed è “queer”, sappiatelo!).
La tesi fondamentale del queer è che l’omosessualità non esiste. E già questo basta a spiegare la mia dichiarata ostilità (una mia critica argomentata è online qui. Omosessualità ed eterosessualità sono infatti mere “costruzioni sociali”, che i queer intendono “decostruire”. Ovviamente anche la sessualità è una costruzione sociale, e altrettanto dicasi dei sessi, che esistono solo come dato biologico, mentre per tutto ciò che non riguarda la biologia occorre parlare di “genere”. Ma anche parlare di due “generi”, maschile e femminile, è frutto d’una costruzione sociale, causata dal “binarismo di genere” dettato dalla “eteronormatività”. E trattandosi di mera costruzione sociale, i generi possono essere quanti si vuole, tant’è che il movimento lgbtqia americano ha appena ottenuto da Facebook una strabiliante vittoria: la possibilità di scegliere, nel profilo, tra una cinquantina di generi diversi. Vaniglia e liquirizia inclusi.
È esattamente questo il motivo per cui la sigla “lgbt” continua a partorire nuove aggiunte, per le quali fra poco esauriremo l’alfabeto: oltre ai “queer”, dobbiamo infatti farci carico adesso degli “intersessuali” e, udite udite, degli “asessuali”, cioè persone che non provano la minima attrazione né per il genere maschile né per quello femminile. E “quindi”, molto coerentemente, vengono categorizzati assieme a lesbiche e gay che, come è noto, non provano neppure loro il minimo interesse per il sesso… Logico, no?
Questa proliferazione si basa sul fatto che, non esistendo né etero né omosessualità, viene meno il bisogno di un movimento per le persone omosessuali. Al suo posto è teorizzato un movimento “queer” (appunto) nel quale trova posto indistintamente qualsiasi “trasgressione”, come per esempio il sadomasochismo e in ultimo, come era esattamente prevedibile che sarebbe successo, anche la “e” di “eterosessuale”, perché chi lo ha detto che un etero non possa essere trasgrezzivo ‘na cifra? E con questo, la liquidazione del movimento lgbt (che io sostengo essere stata fin dall’inizio il vero obiettivo della queer theory) è conclusa.
Ora, non esiste idea umana che, “da un certo punto di vista”, non contenga aspetti reali. Perfino i nazisti avevano ragione nel dire che gli operai tedeschi erano sfruttati dai capitalisti. Certo, mentivano concludendo che tutti i capitalisti sfruttatori erano ebrei, tuttavia ciò non implica che mentissero anche nella prima metà della frase. Nello stesso modo anche la queer theory, se teniamo conto del contesto in cui è nata, ha aspetti positivi. Il principale è stato quello di agire come un acido per sciogliere le calcificazioni che una società profondamente razzista come quella americana (e non a caso la queer theory è letteralmente ossessionata dalla “razza”!) ha a poco a poco imposto all’identità omosessuale. Un’identità ri-teorizzata come una specie di “destino razziale”, un’etichetta che gli altri possono affibbiarti che tu voglia o meno, magari dopo un processo penale: in altre parole, uno stigma, non un’identità. Lo Stato americano ha letteralmente bollato come omosessuali decine di migliaia di cittadini/e per perseguitarli, ed è lungi dall’avere smesso di farlo. Certo a San Francisco e New York ciò non avviene più, ma spostatevi in Texas o Louisiana e la musica cambia. Dunque, qui “decostruire” queste pretese aveva e ha tuttora un senso politico – progressista – ben preciso.
Purtroppo, al di fuori del contesto originario, e applicato nel modo ottuso in cui lo vedo applicare dai queer nostrani, questo acido rischia di fare solo danni. Così come l’acidificazione degli oceani rischia di sciogliere i delicati scheletri esterni delle diatomee, provocando un disastro ecologico, nello stesso modo è disastroso usare l’acido queer in un contesto come quello italiano, dove la strategia dello Stato è sempre stata esattamente opposta a quella degli Usa (ossia negare caparbiamente che gli omosessuali esistessero) e dove le “ossa” dell’identità delle persone omosessuali sono da sempre fragilissime. Tant’è vero che in Italia le tesi dei queer, dello Stato e dei cattolici finiscono per coincidere. Certo, i queer si oppongono al matrimonio egualitario perché è “eteronormativo” mentre i cattolici lo fanno perché minerebbe la norma eterosessuale, però per me che giudico in base ai fatti e non ai proclami, il fatto che conta è che alla fine entrambi arrivano alla medesima conclusione. E in politica le idee si valutano in base alle conseguenze, non alle intenzioni.