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Assistiamo a un preoccupante regresso nel campo dei diritti civili. La società italiana vive una doppia frattura: certe prerogative sono state sì acquisite (come il divorzio e l’interruzione di gravidanza) ma non c’è la possibilità effettiva di ricorrere a essi (si pensi al caso dell’obiezione di coscienza nei pubblici ospedali, che rende impossibile l’applicazione della legge 194). D’altra parte sembra che, per le richieste che riguardano il matrimonio gay, la fecondazione assistita e il trattamento di fine vita non ci sia una possibilità effettiva di successo politico.
Sul fronte opposto, si registra la nascita di agguerritissime organizzazioni con un fine apparentemente nobile: difendere la libertà di espressione dei cittadini. Eppure, lo scopo reale sembra essere un altro: impedire ogni forma di miglioramento per le condizioni di vita di gay, lesbiche e persone trans.
Il movimento delle Sentinelle in piedi, ad esempio, come si legge sul loro sito, “è una resistenza di cittadini che vigila su quanto accade nella società e sulle azioni di chi legifera denunciando ogni occasione in cui si cerca di distruggere l’uomo e la civiltà”. La strategia comunicativa scelta da questa realtà è molto semplice e di immediato impatto. Si sceglie una piazza, si sta in piedi a leggere un libro, in silenzio. Apparentemente non violenti, per il bene collettivo.
Nella stessa area si colloca il Manif pour tous Italia, clonato dall’omonima organizzazione francese che si è espressa con una certa veemenza contro la legge sul matrimonio per gli omosessuali del governo socialista del presidente François Hollande. Anche in questo caso, la comunicazione è basata su atti diretti e rassicuranti: manifestazioni di piazza, palloncini colorati e bambini accompagnati da entrambi i genitori. Tutti uniti contro il pericolo sempre più minaccioso che nel nostro paese si approvino leggi che distruggano la famiglia, o meglio, l’unica che riescono a concepire, e soprattutto la libertà individuale. Ma da chi o da cosa?
Nello specifico, la legge sull’omofobia, un provvedimento che così com’è legittimerebbe affermazioni e comportamenti omofobi dentro chiese, scuole, partiti e associazioni.
Ci si potrebbe chiedere quale siano, allora, le ragioni di queste proteste ed è ipotizzabile pensare che la causa di queste reazioni non stia nella difesa delle libertà, quanto nell’impossibilità di accettare alcune diversità. Non è un caso, infatti, che veglie silenziose e avvenimenti similari accompagnino o facciano da sfondo a convegni pubblici, organizzati dentro le istituzioni cittadine (come è successo a Roma e a Firenze nei mesi scorsi) che mirano a dimostrare la pericolosità di qualsivoglia legge “pro-gay”.
Sotto accusa c’è anche la cosiddetta filosofia del gender funzionale, per i detrattori, a sottrarre i bambini all’educazione dei genitori, sminuendo il loro ruolo dentro la società stessa, per iniziarli a una sorta di “omosessualismo” imposto.
Il legame tra piazza e palazzo è ancora testimoniato dalle critiche, a volte verbalmente violente, verso provvedimenti come quello della consigliera Camilla Seibezzi che a Venezia ha promosso un’ordinanza per sostituire con il termine “genitore” quello di “madre” e “padre” nella modulistica per l’accesso agli asili nido. Lo scopo di questa iniziativa è quello di non discriminare a livello linguistico anche le realtà omogenitoriali. Per gli apocalittici della famiglia (bianca, cattolica ed eterosessuale), invece, è solo una delle tante prove di una nuova dittatura relativista che vuole cancellare il ruolo della diversità di genere dalla società italiana.
A Trento, invece, le cronache registrano segnali opposti e preoccupanti: il consigliere Claudio Cia ha infatti presentato un ordine del giorno per rintracciare e denunciare alle autorità competenti “casi di omogenitorialità singola o multipla” che “verifichino l’ambiente di crescita del bambino, in considerazione dell’assenza di una figura materna o paterna, per deliberata scelta che sottende motivi di illegalità”. Una proposta che ricorda il caso Mortara: figlio di ebrei benestanti, battezzato in segreto dalla governante e che fu tolto alla famiglia nel 1858 poiché ormai cattolico non poteva più vivere in un contesto contrario alla sua fede.
Si ha l’impressione, in altre parole, che con i figli di gay e lesbiche si stia procedendo in questa direzione: come se l’essere genitori fosse solo una questione legata a una determinata visione della vita. E pare che sia per questo che si vada a leggere libri in silenzio, in mezzo alle piazze. Non per difendere la famiglia, ma per imporne un modello soltanto. Nel nome di una libertà, se di questo si tratta, che ci ricorda quanto possa essere pericoloso non poter più gridare a qualcuno che è “frocio”. Evidentemente non solo a scuola, in chiesa e dentro un partito.