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Chiunque abbia fatto il servizio di leva (o le scuole medie) negli anni ’70 o ’80 se li ricorda: erano centinaia, stampati su carta straccia, scritti male, disegnati in fretta, scurrili e violenti all’inverosimile. Pochi ne andranno fieri, ma i fumetti erotici che hanno inondato il mercato per almeno trent’anni sono un fenomeno tutto nostrano, esportato in mezza Europa e anche oltreoceano.

E tra i perplessi è facile immaginare le sorelle Giussani, le celebri fumettiste che hanno dato i natali a Diabolik. Il ladro mascherato ha involontariamente fornito l’ispirazione ai fumetti a luci rosse, tanto che i primi esemplari ne replicano il modello aggiungendovi dosi crescenti di sesso, che un po’ alla volta si mangia tutto il resto.

Figli per il resto un po’ del cinema (che sfruttavano con sprezzo del diritto d’autore) e un po’ della rivoluzione sessuale, centinaia di titoli hanno accompagnato trent’anni di evoluzione dei costumi, facendo quello che si conviene a ogni forma di pornografia: stimolare fantasie, allentare tabù, (dis)informare sul sesso (vista l’ignoranza abissale in cui i giovani erano lasciati) e proporre vicende perlopiù indifendibili se viste nella prospettiva del politicamente corretto.

Ho sempre pensato che non abbia senso condannare la pornografia né da un punto di vista morale, come fanno i benpensanti, né da un punto di vista estetico, come fanno gli intellettuali di buon gusto spaccando il capello in quattro per dimostrare che l’erotismo è ciò che piace a loro, la pornografia ciò che piace agli altri. Mi sembra più produttivo analizzarla, comprenderla e smitizzarla per lasciarla dov’è, se proprio annoia così tanto, o per fruirne senza farsene troppo condizionare.

Mi sorprende dunque il disprezzo generale con cui sono ancora additati questi fumettini che, piaccia o meno, sono un pezzo della nostra cultura popolare, reperti di un’Italia che certo tutti avremmo voluto diversa e più matura. Anche tra chi si occupa di fumetti gay mi sembra prevalere ancora la convinzione che rappresentino nell’insieme un indistinto agglomerato di omofobia indegno di seria considerazione.

In realtà, se si va a scavare con un po’ di pazienza (spendendo pochi soldi nei mercatini rionali o sul sito d’aste Ebay), le sorprese non mancano, sicché alla fine il quadro si dimostra complesso e a suo modo sensibile ai cambiamenti sociali.

Il fatto è che, non conoscendo un’effettiva segmentazione del mercato, questi fumetti hanno sempre flirtato con ogni pratica sessuale. Nella stessa storiella si può trovare di tutto: dalla quieta sessualità nuziale al sadomasochismo più efferato, passando per unioni tra umani e animali, mostri e alieni. E si trovano anche rappresentanti di ogni orientamento possibile, essendo gli autori ben consapevoli che i loro potenziali lettori erano i più diversi. Se ne ricavano così cataloghi più esaustivi di Krafft-Ebing, psichiatra e autore nel 1886 di Psychopathia Sexualis il primo tentativo di fotografare la sessualità umana in tutte le sue espressioni, e Freud messi insieme: il disegno non pone vincoli alla fantasia.
L’inizio non è in verità promettente. Nella serie che ha dato i natali al genere, Goldrake (1966), gli omosessuali sono sempre gli avversari del bell’eroe col volto di Jean Paul Belmondo, e cioè comunisti cinesi oppure dementi che farneticano di far diventare gay tutti gli uomini del pianeta con l’ausilio di improbabili macchinari. La paranoia del complotto ritorna in varie serie dell’epoca, come nell’affine Playcolt (1972) e nella rinascimentaleggiante Isabella (1966). Diabolici e dissoluti, i gay si riconoscono subito per la svenevolezza degli atteggiamenti e per la erre moscia con cui sbavano sui “bei vagazzi”. Accanto a loro non si contano le lesbiche algide e poppute, mai sazie di sesso e violenze.
Ma mentre costoro cambiano poco negli anni, perché è rigida la loro posizione nell’immaginario porno eterosessuale, i maschi sono sottoposti a un’evoluzione più complessa, tanto che già nel 1972 appare Rolando del Fico. Diverso dai propagatori del “terzo sesso” e dalle marchette che erano state l’unica alternativa sino ad allora ammessa, il precoce protagonista gay di questo fumetto è un attore che interpreta ruoli romantici per spettatrici ingenue. Fuori dal set è però effeminatissimo, veste biancheria femminile, è perennemente arrapato e trascorre le giornate tra nobili nullafacenti, artisti sopravvalutati e onorevoli dalle inclinazioni inconfessabili, dove tutti si parlano al femminile ma perdono la testa per uomini virilissimi che si concedono solo per soldi o interesse.

Renzo Barbieri (il principale ispiratore di questa industria) orecchia evidentemente il potenziale insito nell’organizzarsi della comunità gay italiana, che va rendendo visibile un’appetibile fetta di mercato. Il tentativo tuttavia è maldestro e incerto: difficilmente un personaggio come Rolando può conciliarsi con le esigenze dell’emergente movimento gay, mentre la penuria di donne tra queste pagine è tale che il poter ridere del protagonista (e dei suoi amici) rappresenta una compensazione insufficiente per il lettore eterosessuale, che rimane il principale destinatario.

Di conseguenza Rolando resiste poco, ma Barbieri non si dà per vinto e i suoi fumetti iniziano a fare spazio a rappresentazioni di varia ambivalenza, con protagonisti bisessuali come De Sade (1971), Karzan (1975) o Belzeba (1977): il celebre libertino, un disinibito fanciullo allevato dalle scimmie come Tarzan e un versatile diavolo ermafrodito nato da una vacca. E questi sono solo pretesti per inseguire quell’unicorno cui i fumetti erotici italiani hanno dato la caccia per tutta la loro esistenza e cioè una sorta di racconto pansessuale che potesse accontentare tutti infrangendo ogni possibile tabù.

Negli anni ’70 l’omosessualità maschile è abbastanza esotica da interessare gli autori, sufficientemente conosciuta da poter incuriosire qualche lettore, piccante per le lettrici, indubbiamente auspicata da una nicchia di gay in cerca di rispecchiamenti. Resta ancora potenzialmente disturbante per la maggioranza dei lettori, etero orgogliosi della loro virilità, non necessariamente curiosi e magari un po’ ansiosi nei confronti di qualsiasi dubbio che possa offuscarla.

A seconda delle convenienze si può dunque essere più o meno friendly, tanto poi l’eterosessualità in un modo o nell’altro prevale e se necessario si può rinnegare tutto (come accade negli ultimi episodi di Karzan). Giocando tra liberazione e moralismo, disinvoltura (di pratiche e orientamenti) e irreggimentazione falloide, questi fumetti cercano di accontentare tutti, tentando di mettersi al contempo al riparo dalle critiche più ovvie.

Certo tutt’intorno gli esemplari derisori quando non apertamente omofobi non si contano, ma così facendo si spiana pur sempre la via per Sukia (1978), variazione del fumetto sexy horror sul tipo di Lucifera (1971, dove c’è tutto un sottointreccio sul diavolo gay Belfigor) e Cimiteria (1977, dove un extraterrestre, di una razza in cui solo i maschi si accoppiano fra di loro, ingravida nientemeno che Quasimodo). Ad aiutare Sukia vi è un gay dichiarato, Gary, felice della propria omosessualità e persino militante, tanto che in un episodio viene eletto vicesegretario del Dentro (omaggio, più che parodia, al gruppo di militanti gay Fuori), ovvero Diritti Elementari Non Trascurabili Riferiti Omosessuali. La sua prima missione è attraversare nudo la Piazza Rossa di Mosca con scritto sul petto: “Giustizia per i gay russi”. E l’entusiasta Gary, qui come altrove, viene promosso dall’eroina: “Si sente un eroe… e forse ha ragione: la causa dei gay è simile a quella di altre minoranze perseguitate in Urss come in Usa e altrove!”. E molto ci sarebbe da dire sul fatto che un fumetto simile si dimostri ancora tristemente attuale.

Intanto il genere svolta: intorno al 1980 si passa dal soft all’hard e l’immaginario si fa più crudo. Le sorti però non sono progressive nemmeno in questi fumetti: Batty & Gay (1981), con il suo maggiordomo effeminato e lezioso, fa un passo indietro verso Rolando, ma a compensare arriva Macho (1984), con il suo scaricatore di porto leather orgogliosamente gay che si elegge a (cruento) protettore di tutti gli omosessuali d’Olanda e all’occorrenza plagia nientemeno che Tom of Finland.

Parallelamente proliferano le serie che, fingendo di ispirarsi a fatti di cronaca, a partire almeno da Attualità nera (1978) perpetuano luoghi comuni infami su omosessuali che sfruttano le donne, massacrano famiglie per futili motivi o sono costretti a prostituirsi. Al massimo si concede un po’ di compassione. Altri esemplari si ispirano invece a gossip (come Scandali, aperta nel 1987 da un outing di Sylvester Stallone) o a una comicità pecoreccia da barzellette oscene, oscillando tra l’omofobia di Lando (1973) o Pierino (1982) e l’umorismo condiscendente di Fumetti folk (1981), per cui “gay è bello”.

Gli esempi sarebbero in verità legione, ma credo che questa selezione possa bastare per giungere al punto, e cioè che uno storico non ha più ragioni di ignorare questi fumetti di quante ne abbia un militante di sentirsi in imbarazzo nel divertirsi a leggerli.

Quanto agli esteti, per una volta nella vita possono anche chiudere un occhio e ammettere di essere pure loro umani troppo umani.