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Nel 1972 la casa editrice milanese Segi, specializzata in fumettacci sgangheratamente sexy e volgari, per la delizia dei suoi lettori inaugurò la collana dei Klic-Klac, alludendo al celebre giochetto allora in voga con due palline appese a fili che dovevano essere sbattute per fare rumore, divertissement che spesso faceva finire anche i più ganzi al pronto soccorso col polso fratturato. Libercoli sotto mentite spoglie di “manualetti” dagli alettanti titoli di Oroscopo demoniaco, Agenda erotica 1972, Manuale della strega e Manuale dei sogni. Dulcis in fundo, non si sa per quali esigenze editoriali, pubblicò pure un succulento Manuale del finocchio. Così, giusto per lo sfizio etero di sghignazzare sulle “disgrazie altrui”.
Eppure anche in questo territorio stupidotto “da caserma”, al di là d’ogni decenza e legge divina, allegramente si sgranavano perle d’un certo rispetto per la categoria degli “invertiti”, abbinate a delle illustrazioni esplicative, decisamente più caricaturali e omofobe del testo, per mano di un non ben specificato fumettista. Secondo gli studiosi del “genere” trattasi dell’illustratore Giuseppe Montanari. A riprova del fatto in fondo al libretto è allegato un episodio a fumetti di Rolando del Fico (alias “La Rolanda”, divo cinematografico).
Personaggio sfacciatamente frocissimo inventato nel 1966 proprio da Montanari e che a poco a poco, da comparsa di contorno, conquistò una collana d’albi a suo nome (sopravvissuta fino al 1973 ma ristampati fino al 1981). Giusto per chiarire i titoli delle avventure di Rolando: La bella Checca, Vacanze nel Tu-Cul, Culatello nostrano…
Cose all’epoca gradite anche agli omosessuali in transito, sicuramente molto più autoironici di oggi, pur di sopravvivere in una simile giungla quotidiana.
Praticamente questo manuale era un’edizione per gay, mascherata da eterosessualità omofoba, pur di non scontentare nessuno. In assenza di rivistine dichiaratamente gay nelle edicole, causa censura democristiana, era meglio La Rolanda che il nulla.
Come diceva Claude Lévi-Strauss, ogni minoranza discriminata cerca i minimi indizi della propria esistenza anche nella “cultura” di massa imperante pur di sopravvivere.
Il finocchio (sempre questo epiteto vi si trova, mai il più volgare “frocio” o “invertito”, neppure la parola “gay” allora sconosciuta in Italia) vi è descritto in questo modo: “Il finocchio non ha età. Si può essere tale a 15 come a 90 anni. Si può nascere o diventare. È lo spirito che conta. Il sentirsi diverso, sicuro di sé, amante della vita e del successo. Qual è l’aspetto del finocchio? Quali sono le sue preferenze? Come veste, quali luoghi frequenta, come vive, corteggia, ama…? Queste e molte altre cose sono qui spiegate con ricchezza di particolari. Con lo studio diligente di questa guida al pensiero, alla conversazione e al comportamento di un vero finocchio, tutti possono dunque aspirarne al titolo”.
Il libro è diviso in allegri paragrafi, come un trattatello: L’aspetto, Il sonno e la dieta del finocchio, La giornata del finocchio bene, Il finocchio seduttore, I finocchi U.S.A. (inaspettato riassuntino sulla Gay Liberation nata da Stonewall, addirittura vi si parla di matrimoni tra uomini), Confidenze (una posta del cuore con finte lettere di lettori in patemi d’amore), Pagine Gialle (con lista di celebri trans, rubata da un numero del 1965 della rivista Il Delatore di Bernardino Zapponi, tra cui figurano anche la futura Amanda Lear e Coccinelle), Il Foro Romano (con riassuntone storico delle vicende gaye di Giulio Cesare, Tiberio&co), Vizietto greco (le gioie del Ginnasio, Socrate, eccetera).
Sul frontespizio vi figura, lapidario, questo mottetto: “Noi siamo i figli degli antichi Sodomiti. Poiché ci vedono belli, lasciamoci amare; la nostra sorte è la più desiderabile: piacere, siamo adorati dalle donne e dagli uomini”.
Non credo che questa sia esattamente una parafrasi di Gide ma la “categoria” si salvava il cosiddetto con orgogliosa dichiarazione di “favolosità”, unica ed esclusiva. Ma certo che se mi metto a contare quante volte ho scritto in questo articolo la parola “finocchio” come minimo mi cala un malore.