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Dal 9 aprile scorso Stefano e Giuseppe sono ufficialmente sposati anche in Italia. Nell’archivio del loro comune di residenza esiste oggi un documento secondo il quale essi sono nientemeno che “marito e marito”.Un giudice del Tribunale di Grosseto ha infatti ordinato seccamente all’Ufficiale di Stato civile della loro città (ovverossia al sindaco), all’inizio “renitente”, per non dire assolutamente contrario, di trascrivere in Italia il matrimonio che essi hanno celebrato a New York.
Si potrebbe sostenere che è stata vinta una battaglia fondamentale nella lotta per l’affermazione dei diritti fondamentali della comunità lgbt, una volta ancora combattuta nelle aule giudiziarie e superata grazie all’intelligente strategia di un avvocato. Ma è davvero così?
In parte sì, soprattutto perché il giudice di Grosseto ha scritto nel suo provvedimento, in maniera rivoluzionaria rispetto al passato, che il matrimonio tra due uomini o due donne non è affatto proibito dal nostro codice civile, dove si parla, nella maggior parte dei casi, semplicemente di “coniugi” (un’espressione neutra, usata anche nella Costituzione), e dove tra l’altro non c’è una sola riga che dica che per sposarsi bisogna appartenere a due sessi diversi: se non viene proibito dalla legge, allora dovrebbe essere consentito, giusto?
Se a queste argomentazioni del giudice si aggiunge che i trattati sovranazionali europei sui diritti umani, direttamente applicabili nel nostro ordinamento, sono decisamente, per così dire, gay friendly, e così anche l’interpretazione che di essi offrono le Corti di giustizia europee, il gioco sembra fatto: finalmente un giudice illuminato, si potrebbe pensare, ha reso il matrimonio gay legale in Italia.
Purtroppo non è tutto così facile e c’è poco da illudersi: innanzitutto perché si tratta di un provvedimento destinato ad avere un’efficacia circoscritta solo nei confronti di Stefano e Giuseppe, e non di tutti gli altri cittadini italiani; inoltre, il Comune di Grosseto non ha fatto altro che limitarsi a prendere atto che il matrimonio da loro contratto produce sì effetti giuridici, ma soltanto negli Stati Uniti, e non già in Italia. Infine poi, si tratta di una decisione del tutto precaria, per non dire fragilissima, poiché è possibile che verrà stracciata nei vari gradi di giudizio che ora lentamente seguiranno.
I giudici che in futuro si occuperanno di “controllare” la giustizia della decisione del magistrato di Grosseto potrebbero infatti sostenere che essa è “eversiva”, non solo perché contraria a un’interpretazione più “classica” del nostro codice civile.
Insomma, non possiamo certo mettere la mano sul fuoco sul fatto che il matrimonio americano tra Stefano e Giuseppe rimarrà riconosciuto in Italia per molto tempo. E dunque, siamo punto a capo?
Non proprio. Innanzitutto è ormai chiaro come le aule giudiziarie italiane siano un terreno molto rigoglioso per il riconoscimento dei diritti delle coppie gay.
I giudici non potranno certo celebrare in pompa magna il matrimonio tra due uomini o due donne, ma possono almeno, come affermato da un’importante sentenza della Corte Costituzionale del 2010, riconoscere singoli diritti alle coppie omosessuali conviventi, e questo in moltissimi ambiti, più di quel che si pensi: da quello lavorativo o previdenziale (ad esempio per il congedo “matrimoniale”) a quello fiscale (come per i benefici per il partner a carico), a quello sanitario. È sufficiente soltanto che le coppie chiedano la tutela di questi diritti ai magistrati: un traguardo immenso, ad esempio, è stato raggiunto quando i giudici hanno reso possibile a un cittadino uruguayano sposato all’estero con un cittadino italiano di venire a vivere con lui in Italia, in forza del “ricongiungimento familiare” che, da oggi in poi, non può essere negato alle coppie gay.
In sintesi i giudici non possono garantire tutti i diritti in un colpo solo, ma soltanto alcuni di essi, per spicchi: per questo è sempre più importante che le coppie omosessuali, laddove discriminate da una persona o da una legge, chiedano tutela ai giudici. Perché è verosimile che tale tutela gli verrà accordata: è come se, nell’estenuante attesa che in Parlamento si muova qualcosa, i giudici potessero contribuire, ciascuno con un solo tassello (una sentenza) a costruire un “puzzle” di diritti individuali.
Il Tribunale di Grosseto non fa altro che aggiungere un nuovo pezzetto al mosaico dei diritti dei gay, mostrando ancora una volta come i nostri magistrati sappiano essere, spesso, mille volte più illuminati dei nostri parlamentari.