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EBBENE SÌ, OGGI parliamo di mutande. Così chiamate dal latino mutandae ma nell’antichità greco-romana furono usate soltanto dagli uomini nei combattimenti, nei viaggi e negli esercizi sportivi.
Anche nel Medioevo e Rinascimento le mutande furono solo maschili. In molte località, se indossate da donne, erano simbolo distintivo delle “meretrici” (come le “braghesse” veneziane) e il loro uso sarebbe stato scandaloso per una vera Signora.
Introdotte nell’abbigliamento seduttivo femminile nel ‘600, divennero d’uso comune all’inizio dell’800 col nome francese di culotte. Portandole, fino a inizio ‘900, lunghe fino alla caviglia anche per gli uomini. Solo in tempi recenti le loro proporzioni sono andate riducendosi fino a quelle dello “slip” che oggi, genericamente, si chiama solo underwear, perché fa più ganzo da quando se ne sono occupati anche stilisti famosi dalla metà degli anni ‘80 in poi.
Il primo in assoluto fu Calvin Klein, rilanciando le più classiche mutande sportive americane anni ‘50, divenute celeberrime per opera del fotografo Bruce Weber. Lo stilista Nikos, invece s’affidò al celebre Skrebneski per delle immagini pubblicitarie restate memorabili. Le sue mutande, ben più avanguardistiche, spesso con elastico in vita molto alto, trasfiguravano i fotomodelli a metà strada tra gli dei dell’Olimpo e Superman.
Talvolta erano alternati a modelli totalmente nudi, e il più celebre di tutti, il biondissimo Steve Lyon, fece furore ma non riuscì mai a diventare un famoso attore come aspirava. Una via di mezzo tra il tradizionale Calvin Klein e il futuribile Nikos lo creò poi Giorgio Armani, diventando un bestseller e furoreggiando, tempo dopo, facendo indossare un suo underwear a un bellissimo calciatore cubano sulla copertina del suo catalogo-giornale Emporio Armani, andato subito a ruba nelle edicole.
Quello fu il periodo in cui divenne “di moda” ingaggiare come modelli famosi atleti, cosa oggi considerata normale. Seguirono poi Gianni Versace e Dolce & Gabbana. E fu così che la mutanda diventò talmente un classico “necessario” che per attrarre l’attenzione degli acquirenti si finì per farle toglierle ai modelli pur di lanciare il prodotto. In questo fu ancora una volta gran maestro Bruce Weber con le foto per i cataloghi di Abercrombie & Fitch, subito finiti censurati con tanto di marchio parental advisory in copertina.
Ormai la mutanda fa più notizia quando la si leva: il sex-appeal scaturisce dal desiderio di togliersele o strapparle a morsi a qualche giovanottone. Esattamente ciò che accade nei film porno, mai come oggi così fondamentali nell’immaginario comportamentale del mondo gay globalizzato. Negli anni ‘80 i registi in USA facevano indossare agli attori underwear Calvin Klein. Osando pure molto, dato che avrebbero potuto ricevere una denuncia per “lesione d’immagine” o “uso improprio” d’un marchio. Molto più spesso ricorrevano a imitazioni o staccando etichette. Ma alla fine furono gli stilisti a rimanerne affascinati e lo stesso Calvin Klein realizzò negli anni  ‘90 una campagna pubblicitaria utilizzando prostituti presi dalla strada, fotografati sulla moquette d’un motel. Proprio per ricreare il mood di sfacciataggine erotica d’un filmino porno gay.
Tutte cose che Andy Warhol aveva già capito e fatto decenni prima. Addirittura Calvin Klein, da vero pioniere, tentò di lanciare una mutanda jockstrap, a sedere nudo, da immaginario porno che fu un vero insuccesso perché gli etero lo considerarono troppo audace e i gay troppo da “troietta dichiarata”.
Oggi lo stesso modello è invece diventato un must persino per Diesel, in molte varianti e da diverse stagioni. Anche Vogue Hommes francese, verso la fine degli anni ‘90, si rese conto dell’immensa celebrità e bellezza degli attori cecoslovacchi della Bel Ami in tutto il mondo omosessuale. Così li ingaggiò come indossatori per un servizio in mutande che fece furore. Le barriere ormai erano crollate.
Uno stilista come Wicky Assan andò fiero d’aver fatto indossare i suoi underwear, del marchio Energie, nei film porno di Lucas Kazan. Ma si è andati ben oltre con lo svizzero Andrew Christian che addirittura crea il suo underwear proprio come se fossero accessori da porno gay.
Ed è stato un successone, tanto che ha sbaragliato i concorrenti per il mercato gay AussieBum e Ginch Gonch. Anche perché oggi le sue mutande e costumi da bagno appaiono nel 95% di tutti i film porno, dominando l’immaginario erotico planetario, e facendo diventare di moda un prodotto dichiaratamente gay anche per il mercato etero. E non è un caso che quasi tutti i modelli che usa per i suoi cataloghi e bizzarri, quanto autoironici, filmati pubblicitari siano celebri starlet dei porno gay della Randy Blue. Da Kurt Madison a Topher di Maggio con i loro monster cocks sempre sistemati verso il basso per esaltare il paccone. Sì, perché questa è la vera novità degli anni duemila: piazzatevi l’uccello a destra o a sinistra e siete terribilmente out!