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Almeno su un aspetto gli omofobi anti-pride hanno ragione: esistono davvero molti omosessuali italiani che sono d’accordo con Giovanardi e si scagliano contro chi manifesta la propria fierezza, accusandoli di “dare una cattiva immagine”.
Eppure, la questione della forma da dare alle nostre istanze diventa anche una questione di sostanza all’indomani delle polemiche suscitate dalla decisione del coordinamento di tutte le associazioni lgbt italiane di non organizzare più un pride nazionale itinerante, a favore di una serie di manifestazioni locali riunite anche per il 2014 in un “Onda pride”.
È opportuno allora fare il punto su quanto il tradizionale corteo del 28 giugno (e dintorni) sia ritenuto ancora un evento imprescindibile dalla rissosa e sfarinata comunità lgbt del nostro paese; sia dal punto di vista delle rivendicazioni politiche, sia da quello più ludico e festaiolo, comunque importante per la costruzione dell’identità di questo malandato movimento.
Abbiamo interpellato per l’occasione alcuni uomini gay e, scomodandoli dalle Alpi alla Sicilia, abbiamo cercato di coprire età diverse (suppergiù dai 20 ai 50 anni) scegliendoli tra i più militanti, ma anche tra quelli più lontani dall’universo delle associazioni.
Il più distante tra tutti è anche il più giovane. Arturo, 19 anni, studente di medicina di Crema, ci spiega di non aver mai partecipato a un pride perché “la spettacolarizzazione non fa per me. So di fare più scalpore di molti coetanei che lo considerano come l’occasione per cercare sesso col ragazzone di turno e mostrare poi le foto del bottino agli amichetti, ma penso che il pride debba essere gioia e festa, non una farandola per esibizionisti annoiati. Io ho scelto di vivere la mia omosessualità con riservatezza, senza fingere di essere ciò che non sono. Eppure sono sicuro che persino Mario Mieli non avrebbe avuto da ridire: per mille checche evidenti ci saranno cinquecento checche riservate e duemila checche represse!”. Più avvezzo all’uso di Facebook, Twitter e Instagram rispetto ai più anziani, Arturo è convinto che i social network permettano ai giovani gay di potersi esprimere con la più assoluta libertà. “Ma anche manifestare è importante, non meno di scattarsi una foto in un locale gay e postarla all’istante sul web. Che il pride sia nazionale o locale, per me ha poca importanza: le due cose non si escludono l’un l’altra. Però intervenire nei piccoli centri sarebbe più utile per mostrare la normalità delle persone omosessuali”.
Andrea, 21 anni, studente di giurisprudenza di Palermo, ammette di aver sempre avuto un’immagine negativa del pride almeno fino a quando non ha partecipato a quello nazionale svoltosi l’anno scorso nella sua città: “Stare su uno dei carri, i vecchietti dei quartieri loschi che ballavano, i turisti coinvolti, madri e padri uniti alla parata a braccetto coi figli: è stata un’esperienza bellissima! Il messaggio di gioia del pride è necessario in un paese che ancora non riesce ad accettare questa realtà. Molti ragazzi hanno ancora paura di ciò che sono, per questo dobbiamo ricordar loro almeno una volta l’anno che non sono soli”. Oltre ai pride gli chiediamo  se servono modi diversi di manifestare. “Secondo me la direzione in cui stiamo andando, almeno qui a Palermo, è quella giusta. Gli eventi lgbt poi iniziano a diffondersi anche nelle comunità lontane, nei luoghi dove la parola gay è ancora tabù”. Pierpaolo Mandetta, scrittore ventiseienne di Paestum, non ha mai partecipato a un pride: “Quelli italiani sono più dannosi di quanto non si voglia dire, perché si applica un metodo di comunicazione inadeguato: se il problema è l’arretratezza, non si può concepire un pride con le stravaganze che ha. Per accorciare la lontananza dall’accettazione collettiva bisogna puntare di più su tutto quello che di ‘normale’ condividiamo col resto d’Italia, evitando la parte ludica, considerata perversa”. Però manifestare serve ancora, e non ci sono social network che tengano: “Visto che la politica è il nostro primo nemico, la continuità della lotta è essenziale. Vivo in un piccolo paese e mi rattrista l’invisibilità della provincia: l’arretratezza deriva proprio dai borghi da cui i gay scappano per poter vivere liberamente. A cosa serve un pride in una grande città in cui la vita omosessuale è già affermata, quando poi in provincia le famiglie cacciano ancora di casa i figli gay?”.
Tobia Rossi, 28 anni, autore teatrale milanese d’adozione, ha partecipato a un paio di pride, “vivendone più che altro il lato disimpegnato. Potenzialmente servirebbe a dissipare i pregiudizi, se non fosse filtrato dai mass media attraverso categorie come buon gusto e sobrietà. Non credo che riesca a essere davvero utile alla causa: se una manifestazione potesse davvero cambiare le cose sarebbe osteggiata, per il mantenimento dello status quo. Credo invece che il coming out sia uno strumento più preciso e personale”. Sull’efficacia dei social network come luogo di emancipazione lgbt Tobia nutre invece forti dubbi, visto che “dilaga l’omofobia dei gay, quella più sotterranea, incosciente e inquietante”. E ne ha anche contro le associazioni, considerate “realtà autoreferenziali, quasi mai in dialogo reale con le istituzioni. Credo che sarebbe più utile fare un lavoro nelle scuole, sull’educazione alle differenze”.
Anche Francesco ha 28 anni e studia architettura a Roma, ha partecipato a diversi pride come volontario per un’associazione e pensa che “in un mondo sempre più virtuale l’aggregazione pubblica ha molto senso: crea autocoscienza, infonde coraggio e comunica con la collettività. Le critiche all’aspetto ludico del pride sono dovute all’ignoranza di chi non ha mai vissuto questa festa. Ritengo sia prioritario allargare i cortei nelle realtà provinciali più retrograde invece che ingrandire sempre più una manifestazione nazionale di portata già rispettabile”.
“Quando ho partecipato al mio primo pride avevo quindici o sedici anni e l’ho vissuto più come una festa di piazza che come rivendicazione politica”, ci racconta Gabriele Strazio, 30 anni, militante glbt milanese e coautore con Matteo Winkler de L’abominevole diritto. Gay e lesbiche, giudici e legislatori. “Vedere coi miei occhi quel che i media dipingevano solo come una baracconata è servito molto, perché l’aspetto più chiassoso non era il più rilevante e ho anche percepito l’estrema forza di tutti quei colori che parlavano di identità e libertà”. A proposito dell’utilità del pride in tempi di iper connessione web, Gabriele non ha dubbi: “La piazza è importante per il potere che i corpi stessi hanno di presidiare la realtà davanti al virtuale. Non credo che una cosa debba soppiantare l’altra, anzi, probabilmente la strada migliore è proprio quella di ampliare uno attraverso l’altro. Tanto più in Italia che sui diritti civili non ha fatto un passo avanti da che ho memoria. Se poi pensiamo alle ‘sentinelle’ armate di Bibbia, forse è il caso di non abbandonarle, le nostre piazze”. E sulle polemiche sul fare o no un pride nazionale, Gabriele pensa che ”più si fa e meglio è, ma è anche vero che manifestare insieme significa anche parlare la stessa lingua: sotto questo aspetto il panorama associazionistico lgbt italiano è svilente. Allora forse una pausa di riflessione è salutare”.
Valeriano Scassa, 38 anni, è il presidente dell’Arcigay di Piacenza L’Atomo: “Credo che perdersi nella folla di un pride per qualcuno è comodo come fare coming out per qualcun altro, l’importante è non agire a compartimenti stagni”. Titolare di un blog molto seguito di cultura lgbt, Valeriano crede che il web offra “tantissime possibilità, ma è anche un modo per rinchiudersi in una bolla su misura che impedisce di prendere coscienza di una situazione precaria, depotenziando molto il senso di comunità. Bisognerebbe capire da quanti il pride viene ancora vissuto come una manifestazione e da quanti come un sabato in discoteca all’ennesima potenza”. Sulla diatriba pride nazionale versus locale, Valeriano ricorda che “in diverse nazioni si fanno cortei in varie città e non solo nelle capitali, ma questo succede perché ci sono comunità molto attive che hanno conquistato i loro spazi in loco. In Italia il passaggio dai cortei nazionali a quelli locali è stato deciso a tavolino dalle associazioni. Questo premia i gruppi che hanno più risorse ma obbliga quelli piccoli ad aggregarsi comunque a questo o a quel corteo, lasciando scoperta la propria città. Non penso però che i pride da soli bastino a soffocare i rigurgiti conservatori, che nascono proprio dalla normalizzazione della condizione lgbt”.
Il milanese Alessandro Martini, 40 anni, co-fondatore del sito Culturagay.it, ricorda quanto i pride degli anni Novanta fossero parecchio più politicizzati rispetto a ora, “Forse troppo! Sapevo già che al pride c’erano tutti i tipi di persone, non solo le traveste baraccone, e partecipare mi ha molto rassicurato: siamo davvero tutti diversi, ognuno a proprio modo. Credo che il problema di oggi sia la mancanza di significato che ha assunto in Italia: se lo trasformi del tutto in una festa è ovvio che con il tempo si svuota di partecipazione, e internet ha solo accelerato i tempi di questo distacco”. Però manifestare ha ancora senso, “soprattutto perché nessun diritto è acquisito per sempre. Il pride dovrebbe essere il momento in cui la comunità incontra la cosiddetta società civile. E i pride andrebbero fatti in tutte le città, tutti i quartieri, soprattutto nei posti in cui dichiararsi è ancora oggi molto difficile”. Ma da solo, il pride non basta per combattere l’omofobia: “È solo uno degli strumenti da utilizzare, insieme a cineforum e spettacoli teatrali, fondamentali per il mio percorso e ancora troppo trascurati dalle associazioni glbt”.
Lo scrittore cinquantunenne milanese Alessandro Golinelli ha partecipato ad alcuni pride negli anni Novanta e al World Pride del 2000 a Roma. “Soprattutto agli inizi era contagiante la gioia di chi solo in quelle occasioni, tra la massa, aveva il coraggio di mostrarsi apertamente”. Per Golinelli i coming out in televisione delle persone visibili “sono stati senza dubbio più utili dei pride perché hanno raggiunto molte più persone, ma non sono in antitesi, una cosa rafforza l’altra. I pride sono fenomeni collettivi e c’è la quantità che ha un valore enorme, è un modo per far sentire la propria voce in un paese di stampo cattofascista come l’Italia. Tra l’altro sono assolutamente favorevole a un pride nazionale: l’abitudine dei gay e della sinistra di dividersi su tutto è uno dei motivi per cui siamo rimasti indietro sia culturalmente sia politicamente. E non bisogna mai dimenticare che non si può lottare solo per un diritto, ma per i diritti di tutti: delle donne, delle coppie di fatto, degli immigrati, degli esclusi”.