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Sarà la tendenza dell’anno, ma la “barba” va e di brutto da mesi e mesi tanto che la “rasatura” non ha mai sofferto così tanto come in quest’ultima annata. È la rivincita del pelo, la sua consacrazione dopo decenni di depilazione più o meno definitiva.
Fino alla rivoluzione attuale, quella che porta tale Tom, in arte Conchita Wurst, a vincere, drag queen barbuta, l’Eurofestival.
Apriti o cielo o meglio, apriti “usa e getta”: la bella trave non si rade, eppur veste in abiti femminei, recita come una star del cinema anni ‘40. Brava è brava, è intonata, canta un po’ troppo con lo stile di Adele (che da par suo, all’inizio “sembrava” un uomo vestito da donna…). Per favore non parliamo di diritti, visibilità, di “trionfo della diversità” di “questa è l’Europa moderna”, perché ho idea che con questa vittoria non c’entrino proprio niente.
C’entra che il resto, Italia compresa, ha proposto pacchianate più o meno vistose senza poi “stupire” come la mia “collega” d’oltre Brennero.
Ma occorrerebbe fare un po’ d’esercizio di memoria perché, in realtà, non è la prima volta che una “diversamente donna” si presenta all’EuroFestival e lo vince. Ma fino a Conchita, non aveva interessato più di tanto. Perchè?
È come dice Emma, “la camionista stizzita”, che la barba sia stata solo una trovata pubblicitaria per far parlare di sé (come se ciò non fosse nient’altro che una regola dello show business) sorvolando sulla sua messa in scena agghindata come una vestale dell’Antica Roma? Proprio no: semmai Conchita, più che l’espressione “liberale” di un’Europa tollerante, ha fatto “sensazione” per la provenienza da un paese, l’Austria, decisamente marginale rispetto a exploit di questo genere e sicuramente vissuto come una roccaforte tradizionalista. Giusto perché ha vinto, però, un paio di parole più originali di “Peace and love for everyone” poteva anche spenderle e farci capire se la barba è un vezzo o se è una citazione dei primi gay pride americani…
Ben altra resa la fece nel 2007 la drag ucraina Vierka Serduchka, un baracconamento d’incrocio tra un pupazzo di latta e Il divino Otelma. Sparò un pezzo dance che nemmeno la peggiore delle convinte mette su con tanta approssimazione, molto folcloristica e certo ben lontana dall’idea che abbiamo oggi dell’Ucraina referendaria e, con maggior leggerezza.
Ma, al di là di Putin & dintorni, molto lontano, nel ’98 arrivò dal Medioriente, da Israele, quello che veramente fu un caso clamoroso dove intersecare valutazioni sulla visibilità di artisti lgbt, per via che una trans, Dana International, arrivò al primo posto (cantava Diva). Bella come poche, elegante, con un brano dance in ebraico ha lasciato a bocca aperta la sterminata platea (circa 200 milioni anche quest’anno) piazzata davanti ai televisori del Continente.
In quell’occasione, e parliamo di oltre 15 anni fa, volarono lanci d’agenzia solo perché ci trovammo di fronte l’inaspettato arrivo, da quella zona del mondo, di una persona capace, secondo il nostro pregiudizio, di sparigliare le carte proprio perché abbiniamo il Medio Oriente (Israele incluso) a una specie di vedetta generalmente omofoba.
La “ragazza”, involontariamente, fece una piccola rivoluzione anche nelle nostre teste, quando Israele non fece una piega né a inviarla alla manifestazione e men che meno ad accoglierla in Patria come una Regina… Insomma quel che basta per fare di Dana un vero simbolo per un Paese che, sarà anche imperialista, militarista, ma che di fatto, più di tutti al mondo, non ha negato diritti e visibilità a nessuno (nemmeno alle religioni, paradosso-metafora di un luogo dove tutto “convive”).
Anche le “convinzioni” che abbiamo sull’Austria vanno a farsi benedire (compresi i miei pre-giudizi…) in quanto, per esempio, è l’unico paese europeo, insieme a Francia e Finlandia, a permettere a una coppia gay l’adozione legale di un bambino (non sono però in vigore leggi che regolino il matrimonio tra persone dello stesso sesso).
Ecco allora che, dagli integralisti e dai conservatori, poco senso hanno avuto le proteste di chi ha urlato “scandalo” per la vittoria della barbuta, così come fu imbarazzante, una quindicina d’anni fa, la pressochè totale indifferenza per la vittoria di Dana, la cui carriera però, fuori dai confini israeliani, ha avuto una vita non particolarmente “clamorosa”.
Non sarà una perfetta rasatura, o il suo contrario, a generare libertà e visibilità individuali utili alla comunità gay.
Risulta in effetti meno inquietante e maggiormente spendibile parlare a sfinimento di Conchita/Tom. Il pericolo ora è che la sua popolarità sia in funzione del “pelo”. Se dovesse decidere di tagliare la barba, che succede?
Resta, nelle nostre testoline affamate di polemiche, che Israele non è “soltanto” quello di Sharon e l’Austria, da tempo, non è più quella della Principessa Sissi…