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Tra i primati negativi che sta collezionando l’Italia ci sono le condizioni di detenzione carceraria, tanto inumane che la Corte Europea ha chiesto al nostro paese di rimediare alle violazioni dell’art. 3 della Convenzione Europea sui Diritti Umani.
Nel 2012 erano 20703 i detenuti in soprannumero rispetto ai 45.568 posti disponibili (145 carcerati ogni 100 posti) con 12.911 detenuti in attesa di giudizio (di cui 10.717 stranieri). Poco o nulla si sa della condizione dei detenuti omosessuali e transessuali.
A fare il punto della situazione, per la prima volta lo scorso 9 maggio, si è svolto nell’Auditorium del Nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli, il convegno “La condizione penitenziaria delle persone trans e omosessuali” organizzato dalla Camera penale, Rete Lenford, Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere, Centro di Ateneo SInAPSi dell’Università Federico II di Napoli e Fondazione Genere Identità e Cultura.
Al 30 aprile 2014 erano 69 le persone trans detenute (non più di cento il loro numero negli ultimi anni), come informa Maria Claudia Di Paolo, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria per il Lazio, che ha presentato al convegno un rapporto dettagliato.
Nel carcere romano di Rebibbia il percorso di reinserimento è favorito grazie a progetti delle associazioni Mario Mieli e ArciTrans Libellula. A Belluno il sostegno è garantito con attività lavorative e un percorso di studi insieme ad aziende e all’università di Siena. Nel carcere di San Vittore a Milano le persone transessuali sono recluse nel reparto maschile, senza differenza nel trattamento o specifici protocolli di intesa con l’azienda sanitaria per la loro presa in carico.
I trattamenti sanitari in particolare, dal 2008 a carico del Sistema sanitario nazionale, sono carenti anche a Poggioreale, a Napoli, dove al momento della carcerazione è interrotta la terapia ormonale e c’è l’affidamento al SeRT in casi di tossicodipendenza.
Potrebbe poi andare meglio a Sollicciano (Firenze) dove le trans sono recluse nella sezione femminile, ma in realtà “vivono con maggior veemenza le violenze subite rispetto a quando afferivano al reparto maschile”, come ha evidenziato Alexander Hochborn, ricercatore all’Università di Padova.
“Questo sembra scaturire da interiorizzazione della disuguaglianza tra i generi, tramandati dall’uomo alla donna, per poi essere riprodotti dalla donna verso le transgender”, ha aggiunto lo studioso.
Per Luca Chianura, del Servizio di Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica del San Camillo-Forlanini di Roma, le “zone protette” e separate in cui in alcuni penitenziari vengono ospitate le persone trans e omosex, insieme a detenuti speciali (sexual offenders e altri), non assolvono alla funzione di garantire protezione rispetto a maltrattamenti.
Secondo Chianura, autore dell’unico saggio italiano sulla transizione in carcere e di uno studio-pilota del 2010 in collaborazione con la cooperativa Ora d’aria onlus, “tra le trans molte sono non regolari, clandestine, tossicodipendenti e la provenienza da paesi lontani può comportare la totale mancanza di sostegno familiare-affettivo”.
“È necessario – ha argomentato il dottore – valutare caso per caso e garantire sia il proseguimento di terapie iniziate precedentemente all’incarcerazione, sia l’inizio di terapie per persone che non le avevano ancora iniziate”.
“Anche le associazioni lgbt potrebbero lavorare per rendere l’esperienza del carcere meno dura”, ha sostenuto Antonio Rotelli, avvocato co-presidente di Rete Lenford.
“Per le persone omosessuali mancano dati”, ma, lo ha sottolineato il professor Paolo Valerio nella introduzione scientifica, “non bisogna indulgere molto tra chi si definisce omosessuale e le pratiche sessuali in carcere, che esistono anche se illegali.
Non accorgersene significa favorire le malattie a trasmissione sessuale che aggravano la condizione carceraria”.
“Solo chi entra nel carcere lo conosce” ha testimoniato Anna Laura Alfano, magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Napoli, “la condizione dei diritti delle trans, degli omosessuali, di tossicodipendenti che commettono reati legati alla marginalità sono quelli che più impongono la tutela dei diritti. Le gabbie per queste persone diventano due”.
“In prigione le persone omosessuali tendono a non dichiararsi per il rischio di subire un trattamento più duro”, ha concluso Rotelli, “A un ragazzo che si dichiarò omosessuale applicarono il 41bis, lo stesso che danno ai mafiosi, per garantire loro l’incolumità. È stato in attesa di giudizio per detenzione di hashish in cella di isolamento, solo anche nell’ora d’aria. In un mese è andato fuori di testa. È indispensabile svuotare le carceri, sfrondarle di una serie di reati minori”.