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Siete ancora in tempo per poter godere degli splendori della mostra del fotografo Mustafa Sabbagh presso la Traffic Gallery di Bergamo (via San Tommaso 92) a due passi dal prestigioso museo d’arte antica dell’Accademia Carrara. È stata proprio tale vicinanza ad aver ispirato il fotografo italo-palestinese per la sua esposizione dal titolo Risen from the Dead, ovvero il “risorgere dalla morte”.
Fotografo di moda, nella top list tra i più prestigiosi e quotati dell’ambiente, Sabbagh è noto anche per essere l’unico italiano tra i 40 fotografi più noti di nudo maschile al mondo. Per questa sua esposizione ha affrontato, con 11 foto e due istallazioni video, un dialogo tra il Tempo declinato al Passato, al Presente e all’Eterno, ritraendo i corpi dei suoi modelli in maniera del tutto singolare. Un discorso sulla persistenza della Memoria (tanto cara a Dalì) che è tutto il contrario della “caducità” e vacuità proprie delle foto di moda. Non è un caso che Sabbagh si sia dato, quasi esclusivamente, all’arte dichiarando: “La vera Bellezza non rassicura, mette a disagio. Ciò che rassicura è la banalità di cui si nutrono gli editori delle riviste fashion per far vendere i vestiti”. E inoltre aggiunge: “Non amo le persone piatte, né una vita piatta. Amo solo ciò che riesce a pungermi, a tagliarmi dentro: la bellezza ferisce. Fa male ma non per quello bisogna evitarla. Anzi. Siamo tutti un po’ masochisti in fondo. Un sadico non può amare la bellezza. Trovo il bello anche in cose che per altri sono squallide, perché su di me hanno un’attrazione ambigua. Perché ciò che mi fa paura tira fuori il mio lato più oscuro, inteso come indagine psicologica su me stesso”.
È così che nella mostra a Bergamo ha esposto delle foto in cui predomina il colore nero, portato quasi all’esasperazione ton sur ton, in cui le forme sono distinte solo dal modo in cui riflettono o assorbono la luce. Esattamente come s’affronta una stanza in penombra, dove bisogna abituare la pupilla al nero d’un fondale davanti al quale un fotomodello rivestito completamente in latex nero, con una maschera di cuoio nera, siede su un drappo di pelliccia sintetica nera. Di tutti questi indistinti corpi ”apparenti”, in transito da morte e resurrezione anch’esse “apparenti”, esce in modo ancora più spiazzante il ritratto fotografico d’un elegante ragazzo con colletto a gorgiera di fine ‘500 (ispirato a uno dei quadri più sconvolgenti del mondo, conservato proprio all’Accademia Carrara, dal titolo Ritratto di 29enne, dipinto nel 1567 dal bergamasco G.B. Moroni). Uno sconosciuto che ci guarda dritto negli occhi, vincendo ogni barriera del tempo, dalla bellezza antica ed eterna assolutamente non banale. Tanto caro come un nostro avo ma allo stesso tempo sessualmente conturbante e che sembra magnetizzare a tale punto il nostro sguardo per trascinarci con lui nell’aldilà, oltre il confine sottile della superficie fotografica. Probabilmente per farci del sesso. Ma già il filosofo Roland Barthes non aveva forse teorizzato che ogni fotografia contiene inevitabilmente una “cosa vagamente spaventosa: il ritorno del morto”?
E tutto ciò non accade certo involontariamente se c’è di mezzo lo zampino di Sabbagh, la cui opera è incentrata su erotismo e sessualità. Il suo feticismo per superfici nere, per il rituale della perfetta messa in scena teatrale e mania per forme umane tanto mascherate quanto indistinte, evoca più il lavoro d’un medium al tavolino che quello d’un fotografo. C’è lo spreco amoroso rispetto alla cura del dettaglio, della dolce lotta con cui i corpi sembrano liberarsi da cinghie, sudari e colate di pece.
Non è un caso che due fotografie in mostra, quelle di più grande formato, raffigurino dei corpi umani sotto il magma indistinto d’un drappo nero, di vinile lucido, nelle stesse pose de La pietà di Michelangelo e dell’omoerotico San Sebastiano morente scolpito dal Giorgetti a fine ‘600. Due corpi nudi non visibili, a loro modo nobilitati dall’essere stati assassinati brutalmente, che stanno tornando dalle tenebre con un loro messaggio d’infinito amore e non certo per un terrificante memento mori. Ed è questo splendido enigma, da festa gioiosa dei Vivi coi Morti, ben oltre all’aspetto da packaging inquietante distillato dal surrealismo di Man Ray, che ci riconferma l’amore di Sabbagh per l’essere umano in quanto “meraviglioso animale”. Anche se fisicamente celato o mascherato in volto.
Lo stesso Sabbah ha ammesso da vero mangiafuoco del suo teatrino: “Fotografare è un atto sessuale. È una forma d’abbandono, di fidarsi di me da parte dei modelli. La carnalità è molto evidente nelle mie foto. Riesco a fargli fare delle cose che, se fossero nudi e a letto, non farebbero mai. Io li amo per per le loro imperfezioni. Amo le loro ‘diversità’. Per questo loro si fanno usare e manipolare. È un fatto passionale e non ci trovo niente d’immorale, è solo uno scambio. Il loro sguardo languido è un modo per dirmi ‘Sono qui, fai di me ciò che vuoi’. Prima mi faccio amare, poi creo qualcosa con loro”.