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Ha senso che un maschio gay sieronegativo assuma dei farmaci per evitare di prendere l’infezione? I maschi omosessuali sono una “categoria a rischio”? L’Hiv è una “malattia gay”?
Dopo 33 anni dai primi casi di Aids documentati tra maschi gay negli USA, alcune domande sono ancora vive. Le ripropone l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, nelle nuove linee guida lanciate lo scorso 11 luglio, si concentra su come combattere l’Hiv nelle “popolazioni chiave”, cioè quei “gruppi definiti che, a causa di specifici comportamenti ad alto rischio, hanno un rischio maggiore di acquisire l’Hiv indipendentemente dal tipo di epidemia o dal contesto locale. Inoltre, hanno spesso questioni legali o sociali relative ai loro comportamenti che aumentano la loro vulnerabilità all’Hiv”.
L’Oms in particolare si riferisce alle persone che si iniettano droghe, ai lavoratori o lavoratrici del sesso, a chi è detenuto, alle persone transgender e – appunto – ai maschi che fanno sesso con maschi (MSM).
“Se non si riesce a fornire un adeguato accesso ai servizi per l’Hiv a questi gruppi chiave – avvisa l’agenzia dell’ONU per la salute – mettiamo a rischio il progresso globale della risposta all’Hiv”.
In altre parole, non si può fermare la diffusione del virus se non si risponde ai bisogni specifici di queste persone.
Il concetto è logico e scientificamente fondato. In Italia, ad esempio, l’unico gruppo in cui si registra un aumento del numero delle nuove diagnosi di infezione da Hiv è proprio quello dei gay e degli altri MSM. Quindi se ogni anno nel nostro paese non si riesce a scendere sotto la soglia delle 3.600–4.000 persone diagnosticate sieropositive, questo è dovuto anche – non esclusivamente, ma prevalentemente – al fatto che l’Hiv continua a circolare tra i gay senza che vengano messi in campo interventi di informazione e prevenzione pensati apposta per i gay. E non affrontiamo il delicato tema delle altre malattie a trasmissione sessuale!
Un maschio gay che si sia beccato la sifilide in una città come Roma, se cerca di avvisare i partner con cui ha fatto sesso negli ultimi mesi nell’80% dei casi si sente rispondere “ah sì, l’ho avuta anch’io”… E tutto questo senza che nessuna autorità si senta in dovere di avvisare la comunità che è in corso una dilagante epidemia di sifilide!
Tornando all’Hiv, le linee guida dell’Oms sono state interpretate da qualcuno come una riproposizione del tema delle “categorie a rischio” già combattuto negli anni ‘90. Quando la psicosi dell’Aids era in pieno delirio e una disinformazione sessuofoba aveva fatto sì che la gente non temesse solo il virus ma anche le persone che potevano averlo, il rischio per i gay di essere identificati come portatori dell’Hiv doveva essere giustamente contrastato: si scelse quindi di rifiutare il concetto di “categoria a rischio” per individuare quello più sensato di “comportamento a rischio”. E fin qui tutto bene. Peccato però che questo abbia portato alcune parti del movimento – non solo italiano – a pensare che non fosse compito delle associazioni gay occuparsi della salute dei gay: pensiamo a poterci sposare, se poi crepiamo di Aids chi se ne frega?!
Sarà stato il fatto che le organizzazioni lgbt non hanno continuato a fare campagne informative – anche perché senza un aiuto concreto da parte delle istituzioni non hanno nemmeno le risorse per farlo! – oppure il fatto che, dopo anni in cui l’uso del preservativo era considerato un dovere imprescindibile, sia arrivata la stanchezza, fatto sta che l’Hiv tra i gay ha ripreso a circolare.
Allora come fermarlo?
L’Oms una proposta ce l’ha: si chiama PrEP. Non è la soluzione, ma un aiuto lo può dare. L’acronimo sta per “profilassi pre–esposizione”. In pratica, una persona sieronegativa che ha comportamenti a rischio – ad esempio molti partner sessuali occasionali, un uso non rigoroso del profilattico, eccetera – prende una pillola al giorno di un farmaco antiretrovirale (o, meglio, di una combinazione di due farmaci) e in questo modo evita di prendere l’Hiv. L’Oms raccomanda – per la prima volta – ai gay e gli altri MSM “di considerare la possibilità di prendere farmaci antiretrovirali come metodo addizionale per prevenire l’infezione da Hiv (profilassi pre–esposizione) insieme all’uso dei condom”.
Prima di entrare nelle polemiche che sono seguite a questa frase, facciamo il punto sui dati: diversi studi hanno dimostrato che effettivamente l’assunzione di questo farmaco è efficace nel prevenire l’infezione da Hiv.
Lo studio più importante si chiama iPREX e ha coinvolto inizialmente 2.500 gay e donne transgender ad alto rischio dimostrando una efficacia del 75% nell’impedire l’infezione in chi assumeva il farmaco correttamente; lo studio poi ha continuato a seguire 1.600 partecipanti per due anni (www.iprexole.com) e, secondo i dati presentati alla conferenza mondiale Aids di Melbourne, svoltasi dal 20 al 25 luglio scorso, nessuno tra quelli che prendevano il farmaco almeno quattro volte alla settimana si è infettato.
Nel 2012 gli Stati Uniti hanno approvato l’uso di questo farmaco come PrEP: a oggi sono l’unico paese al mondo ad averlo fatto. Alcune associazioni – Arcigay, Nadir, Lila, Plus – lavorano perché anche in Europa e in Italia ci sia un pronunciamento in proposito; anche perché il rischio che si diffonda un uso “fai da te” della PrEP, senza il controllo del medico, può essere molto pericoloso.
Contro l’uso dei farmaci per scopo preventivo si scagliano però tante persone.
Rosaria Iardino, presidente onoraria di NPS Italia, in un delirante articolo sul Fatto Quotidiano si dice “contraria all’utilizzo dei farmaci in via preventiva ma invece favorevole a una maggiore diffusione dell’uso del preservativo”, come se le due cose fossero in alternativa.
Invece ricordiamo che anche l’Oms raccomanda la PrEP come metodo “addizionale… insieme all’uso dei condom”.
E tutti coloro che sostengono la necessità di rendere la PrEP disponibile sono almeno altrettanto favorevoli a una maggiore promozione dei preservativi. I dati presentati a Melbourne smentiscono anche coloro che temevano che l’uso dei farmaci possa portare a un aumento dei comportamenti a rischio: non c’è stato un aumento del numero dei partner sessuali né una diminuzione dell’uso del condom tra i partecipanti ma, anzi, tra i più giovani addirittura un incremento!
Il problema è che ci sono persone che non si infilano un profilattico ogni santa volta che fanno sesso. È una realtà e bisogna farci i conti.
E non serve a niente l’atteggiamento moralizzante di chi tende a colpevolizzare questo comportamento, come fa Rosaria Iardino quando si dice “profondamente amareggiata di fronte a questi dati e di fronte all’atteggiamento dei giovani omosessuali poco responsabile”.
A questi giovani servono informazioni, non giudizi. Lo ribadisce in una intervista pubblicata sempre dal Fatto Quotidiano Sandro Mattioli, presidente di Plus onlus, la prima organizzazione lgbt incentrata sui bisogni relativi alla salute: “In trentatré anni di storia dell’Hiv non c’è mai stato un programma nazionale per affrontare la questione della prevenzione”.
E se parliamo poi di gruppi specifici come i gay, dei quali i nostri governanti non hanno mai parlato molto volentieri, la situazione è ancora più deprimente: “In Italia ci confrontiamo sempre su temi che vengono studiati e valutati all’estero, ma qual è la situazione reale del nostro paese? Esistono studi specifici sul territorio, a cominciare da quelli su gruppi vulnerabili (Msm, popolazione carceraria, sex worker)? Ancora, qui da noi siamo coperti dal punto di vista clinico, ma non si agisce sul piano culturale e sociale – prosegue Mattioli – La rivista Lancet fa notare come non esista solo una vulnerabilità biologica legata al sesso anale non protetto, sicuramente più a rischio, ma anche di tipo strutturale, ovvero legata a criminalizzazione e stigma che aiutano la diffusione del virus”.
A questo proposito un dato interessante viene proprio dallo studio iPREX: secondo i racconti relativi alle percezioni di chi usa la PrEP presentati a Melbourne, uno dei sentimenti più comuni è un enorme sollievo.
“L’Hiv mi terrorizzava – riferisce un partecipante 51enne – Anche quando facevo sesso sicuro ero terrorizzato. Non voglio dire che non mi spaventa più, ma credo che mi terrorizzi meno, capisci? C’è un certo grado di comfort che viene dal fatto di sapere che sto prendendo la PrEP regolarmente. Perciò, in generale, l’ansia, l’angoscia per l’Hiv, se n’è andata. Non direi che se n’è andata del tutto ma non è più sempre presente nella mia mente come prima, quando mi preoccupava ossessivamente proprio mentre facevo sesso”.
A chi legge in queste parole un “abbassamento della guardia”, è necessario ricordare che questa persona non sta facendo sesso non protetto: la PrEP è sesso protetto.
In realtà questo uomo ha trovato un modo per avere una vita sessuale più soddisfacente e altrettanto “sicura”. Se qualcuno ha qualcosa in contrario, forse sotto sotto c’è del becero moralismo.