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Pizza, mafia, pasta, mandolino, il tutto in salsa “rainbow”, il che non guasta.
Negli anni dell’emigrazione di massa dall’Italia, mentre si stimano circa 350mila connazionali a Londra e altrettanti sparsi fra Germania e Spagna, le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender del Belpaese, una volta emigrate, si trovano spesso a dover aver a che fare con il pregiudizio e gli stereotipi. I quali, tuttavia, va sottolineato, non sempre sono negativi, e il chiacchierare con espatriati e persone del luogo che con essi hanno a che fare lo rivela.
James Wilkinson, 29 anni, di Birmingham, vive a Londra e sta insieme a un ragazzo calabrese. “Quando vado nei bar gay spesso incontro giovani italiani. Anche se non bevono tanto come noi inglesi, sono molto socievoli e ben informati sul resto del mondo. E questo è positivo, in una città che può essere ‘di passaggio’ e spesso anonima. Tutti, come il mio fidanzato, sono venuti qui per mancanza di lavoro, nonostante siano ben istruiti e desiderosi di darsi da fare. Questo è triste”. James, comunque, ammette che un po’ di pregiudizio negativo è presente fra molti dei suoi amici britannici. “Soprattutto per quanto riguarda l’etica e la morale di molti italiani, spesso, va detto, assai diverse quando si parla di politica e bene comune. A volte anche per la cultura, che è così differente. Però per loro è anche un aspetto positivo, è la loro cifra che dà una marcia in più”. Ma come si trovano veramente, nella città della regina Elisabetta, gli italiani emigrati verso questo lato della Manica?
Secondo Matteo, romagnolo e informatico nella capitale, “personalmente trovo Londra la città più indifferente per quanto riguarda l’omosessualità. Della serie, ‘Sei gay? Buon per te, non me ne frega nulla’”. Anche Giovanni, siciliano che vive a Malta ma che ha vissuto per qualche anno nel Regno Unito, in parte lo conferma. “Londra – dice – è la migliore città al mondo dove vivere per un gay per molti aspetti, dall’assenza di giudizio al poter fare quello che si vuole sette giorni su sette. Ne parlavo pochi giorni fa con alcuni amici, alla cena c’erano tedeschi, maltesi, canadesi, spagnoli e c’ero io, siciliano: si parlava di San Francisco, New York, Sydney, Parigi, Madrid e Berlino. Tutti eravamo d’accordo: Londra è il top per la totale assenza di giudizio”.
Ma che cosa succede quando gli italiani emigrati e amanti dell’arcobaleno devono scontrarsi con culture completamente diverse? A volte, va detto, il guadagno è assicurato. Secondo Matteo, pugliese che vive a Bologna ma che ha vissuto in diversi paesi dell’Europa del Nord e negli Stati Uniti d’America, “l’aspetto nazionale viene sicuramente fuori nel sesso, nel gioco per crearsi dei ruoli. Ma in questo caso più che l’essere italiano conta l’aspetto fisico. Non è molto bello ammetterlo, ma il mediterraneo scuretto attiva il senso dell’esotico, specie nel nordeuropeo bianchiccio, ed è una cosa che effettivamente è sempre emersa nelle mie avventure, volevano fare sesso con uno ‘diverso’. Insomma, siamo di fronte allo stereotipo come gioco sessuale o per rimorchiare”.
Però, del resto, ammette lo stesso Matteo, “l’essere gay, quando è pezzo di identità vissuta e rivendicata in maniera consapevole, porta a un certo livellamento delle differenze nazionali. Voglio dire, quando ti rapporti con un gay, i punti di riferimento, da quelli più frivoli (la musica, la disco, la moda) a quelli più impegnati (la letteratura, la musica, e così via), sono sempre gli stessi. Ma del resto i movimenti di gay, lesbiche e transgender si configurano spesso come transnazionali, addirittura con una bandiera. E questo vale anche per le nicchie di mercato come gli orsi, cacciatori, e così via”. Italiani macchine del sesso, quindi, “e bravi cuochi, per questo sto con un italiano”, conferma anche James da Londra.
E a volte sono persino una sorta di “mito”, come racconta Francesco Bove, lombardo trapiantato a Guadalupa, nelle Antille francesi, con il marito che ha sposato in Canada qualche anno fa: “Abbiamo viaggiato molto e ovunque siamo sempre stati accolti decisamente bene dalla comunità gay locale.
A parte le solite battute sulle prestazioni sessuali, c’è sempre stata una specie di adorazione per la nostra provenienza. Forse molto è dovuto all’eredità culturale che ci portiamo dietro, forse ai luoghi comuni a tutti gli italiani, vedi la storia, l’arte, la cucina, la lingua e la gestualità unica nel suo genere.
Fatto sta che entrati in un locale gay e scambiate due chiacchiere con qualcuno, subito la voce circola e fai conoscenza con un sacco di gente. Bello, no?”.