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Tagame Gengorô è un fumettista giapponese specializzato in manga gay sadomaso che ha iniziato la sua carriera nelle riviste nipponiche Sabu, SM-Z e G-men di cui ha disegnato anche la copertina per più di 60 numeri.
Nelle sue storie sono predominanti gli atti di violenza sessuale estremamente efferata o torture “erotiche” di ogni genere perpetrate da e su uomini marcatamente mascolini che sconfinano nell’immaginario dei muscle bears, gli uomini non solo grandi e grossi ma soprattutto molto muscolosi.
Quando ci incontriamo a Bologna e scambiamo i biglietti da visita, con doveroso reciproco inchino di rito, sul suo è scritto “Gay erotic artist”. In effetti, come Tom of Finland, anche se le sue immagini possono non piacere o persino disturbare, è innegabile che la sua mano come disegnatore e illustratore rivela un talento più unico che raro, che la natura riserva a pochissimi eletti. E anche se è di nicchia, e non con quotazioni stellari nelle aste di Sotheby’s o Christie’s come accade al suo connazionale etero e mainstream Murakami Takashi, Tagame è a tutti gli effetti uno dei più importanti artisti giapponesi viventi.
L’appuntamento in esclusiva con Pride è stato reso possibile grazie alla cortesia e perfetta organizzazione di Nino Giordano, titolare della casa editrice Ren Books (www.renbooks.it), che in occasione della pubblicazione del volume L’inverno del pescatore ha invitato l’autore nel nostro paese per parlare dei suoi lavori e fargli conoscere i suoi fan.
Tagame si rivela essere una persona di una cortesia autentica che unisce alla modestia tipica dei cittadini del Sol Levante.
Il tempo a disposizione è breve e le domande si concentrano su pochi e precisi aspetti del suo lavoro.
Ho scoperto i suoi fumetti a Tokyo 15 anni fa in una libreria gay. Praticamente nessuno la conosceva ancora fuori dal Giappone, mentre adesso è pubblicato anche negli USA e i suoi disegni e tavole originali sono esposti e venduti in gallerie d’arte in tutto il mondo. Cosa è successo?
Per quanto riguarda le pubblicazioni dei miei fumetti all’estero non ho mai avuto un piano al riguardo, mi sono solo limitato a rispondere a richieste che mi arrivavano da editori stranieri. I primi furono francesi cui seguirono negli anni spagnoli, italiani, inglesi e tedeschi. Anche per le gallerie d’arte accadde qualcosa di simile e la mia prima mostra fuori dal Giappone la tenni a Parigi. Il successo che ottenne fu tale che fece iniziare un passaparola internazionale.
Il Giappone ha una lunga tradizione di cultura omoerotica, persino antecedente ai racconti di Ihara Saikaku de Il grande specchio dell’omosessualità maschile del 1687, e che arriva anche ai giorni nostri ad esempio con film come Naughty Boys di K. Imaizumi che però hanno pochissima distribuzione.
È importante che la cultura erotica gay abbia il riconoscimento che le è dovuto sia nella società in generale che nella nostra comunità. Quando da giovane iniziai a leggere riviste gay diventai subito un fan dell’arte omoerotica che vi era pubblicata.
Quando in seguito iniziai la mia carriera di artista mi resi conto che nessuno pensava seriamente che questa fosse realmente arte, quanto piuttosto solo pornografia di bassa qualità che serviva ad aiutare la masturbazione. Allo stesso tempo ho avuto la fortuna di vedere delle opere originali raccolte da un collezionista, che però ritagliava i visi e li sostituiva se non gli piacevano o aggiungeva peli ai corpi o allungava i peni…
Questi artisti che erano destinati a scomparire dalla memoria collettiva mi ispirarono moltissimo.
Il movimento gay ha influenzato la sua opera?
A metà degli anni ottanta iniziò il movimento di liberazione gay nel mio paese, e i militanti dissero che da noi non esisteva una cultura gay originale ma che ci limitavamo a imitare quella americana. Io non ero d’accordo e pubblicai Gay Erotic Art in Japan, un’antologia in due volumi di artisti omoerotici nipponici dagli anni ’50 a oggi, con testi in giapponese e inglese, per recuperare la nostra storia e trasmetterla come un regalo alle nuove generazioni.
La foto di Akie Abe, moglie del primo ministro in carica, che partecipa al gay pride di Tokyo di quest’anno ha fatto il giro del mondo. La società giapponese, tuttora molto tradizionalista, sta cambiando atteggiamento verso l’omosessualità?
Sicuramente è stato un grande evento ma la maggior parte dei gay giapponesi non ha saputo nemmeno dell’esistenza del corteo. I media nazionali praticamente non hanno dato risalto alla notizia che è stata molto più pubblicizzata all’estero. In realtà la strada che ci resta da fare è ancora lunghissima.