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“Scandalizzare è un diritto, scandalizzarsi è un piacere”. Era un motto di Pier Paolo Pasolini che Abel Ferrara deve aver fatto proprio. Dal Cattivo tenente al Nostro Natale sino al più recente Welcome to New York sulla vicenda giudiziaria e personale di Dominique Strauss Kahn, il regista ha da sempre nutrito grande ammirazione per l’opera e la figura dello scrittore tanto da volerne fare il protagonista del suo ultimo film, Pasolini, presentato in concorso alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia e interpretato dal suo attore feticcio Willem Dafoe.
Incontriamo entrambi subito dopo la proiezione per la stampa, accolta con favore e qualche riserva, in particolare circa la scelta di dare forma sullo schermo al romanzo incompiuto Petrolio (compreso l’appunto 55, Il pratone del Casilino, con la fellatio seriale operata su un gruppo di ragazzi di borgata) e alla sceneggiatura di Porno-Teo-Kolossal che avrebbe dovuto girare a breve se non fosse stato barbaramente ucciso. “Questi suoi ultimi scritti” afferma Ferrara, burbero e sulfureo “sono proprio i più illuminanti. Ho girato alcune sequenze che avrebbe dovuto girare lui e spero di non averlo tradito. So di non avere il suo carisma: guardando i suoi film si comprende come riuscisse a coinvolgere tutta la troupe nel suo stesso viaggio, mettendo insieme attori e non professionisti e a ricreare il sapore della realtà. Lo sento vicino nel nostro essere preda di ossessioni: per lui le scelte sessuali e per me l’incubo della dipendenza da droghe e alcol, le sconfitte e le ricadute. Come lui sono spesso giudicato scomodo, un disturbo per la morale comune, e mi identifico nella sua ricerca assoluta di libertà creativa”. Ci domandiamo se la sessualità abbia avuto rilevanza nella costruzione del “personaggio” Pasolini. “Era parte della sua essenza, del suo atteggiamento nei confronti della vita. Parliamo di un gay dichiarato negli anni Settanta, quando esserlo non era certo semplice, pur essendo ancora nell’era pre-Aids”. Dopo aver dichiarato che con il film non intendeva affatto entrare nella querelle delle diverse ipotesi su come sia stato perpetrato l’agguato mortale, anziché di un complotto, lo vediamo vittima di una banda di picchiatori omofobi giunti apparentemente per caso sul luogo. “O magari vi erano stati mandati… Non sono un detective: me ne frego di chi lo ha ammazzato. Io ho fatto un film sulla sua tragedia personale e sulla perdita di un genio e di un artista unico al mondo”.
Willem Dafoe ci accoglie con un sorriso e dimostra di aver studiato a lungo il suo personaggio: inevitabile chiedergli chi era per lui Pasolini. “Quello che di lui mi ha sempre colpito sono le molte sfaccettature della sua personalità: era un uomo carico di energia, realizzato in tanti campi diversi. La sua vita sembrava piena di aspetti contradditori ma che in realtà erano complementari: sapeva muoversi con naturalezza nei circoli neonazisti come dietro la macchina da presa, rimorchiava giovani prostituti e conduceva un’impeccabile ménage familiare con la mamma e la cugina. Soprattutto aveva una grazia che lo accompagnava qualsiasi cosa facesse: era un poeta profeta”. A nostra memoria, questo dovrebbe essere il primo ruolo gay di Dafoe. “No, in realtà non è il primo. Ne ricordo almeno un altro, ma era decisamente più spassoso e la sessualità non aveva gran peso. Al contrario essa ha permeato ogni tratto della vita di Pier Paolo, ma non mi sono posto il problema di come interpretare un ruolo gay: ho cercato di entrare nei suoi pensieri, di immaginare quali potessero essere i suoi rapporti negli aspetti più privati, di vedere le cose con i suoi occhi, entrare nel suo cuore e nel suo corpo. La sua vita è assai ben documentata e ho avuto modo di ammirarne il grande coraggio: come ha detto Abel, lui non è mai arretrato davanti a niente e nessuno”. Dafoe da 10 anni vive a Roma: forse è venuto a conoscenza che una parte significativa del movimento lgbt si sempre mostrata piuttosto critica nei confronti dell’uomo Pasolini a causa della sua peculiare visione dell’omosessualità che tendeva a rifiutare un legame con un altro gay in favore dell’intesa con il maschio eterosessuale. “È una domanda molto interessante ma alla quale non sono in grado di dare una risposta: forse va rivolta a una persona gay. È troppo specifica e penso di dover parlare unicamente di lui e non di quello che lo circondava. Mi pare interessante constatare l’affetto che sin da giovane riversava sui suoi giovani amici mentre negli ultimi anni appariva disgustato dalla mancanza di energia e identità delle nuove generazioni, causandogli una sorta di disperazione a cui reagiva con la ricerca della seduzione e delle gioie del sesso. La sua sessualità mutava sovente forma: non pretendo e non posso giudicarlo politicamente”.