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Palazzo Fortuny a Venezia, dal 3 ottobre 2014 all’8 marzo 2015, sarà la sede della prima straordinaria mostra interamente dedicata alla marchesa Luisa Casati Stampa (1881-1957).
La Casati fu colei che a inizio Novecento, con il trucco esagerato, le trasgressioni eccentriche e una vita scatenata, fu capace di trasformare se stessa in opera d’arte. Conturbante e sorprendente incarnazione vivente della modernità e dell’avanguardia artistica dei primi decenni del ‘900.
Nata a Milano nel 1881 dai conti Amman, ultra-milionari nell’industria del cotone, divenne da bambina la più ricca orfana d’Italia. Non bella, seppe fare del suo fisico, lungo e filiforme con occhi troppo grandi, un esempio di sofisticazione parigina. Bastava poco nella Milano dell’epoca a dare scandalo: indossare scollature vertiginose o fumare in pubblico.
Lei bruciò tutte le tappe, quando appena sposata al marchese Camillo Casati Stampa, si concesse una peccaminosa liaison col personaggio più sconcertante dell’epoca: il “divino” Gabriele D’Annunzio (1863-1938). La cosa fu di dominio pubblico e i parenti la ripudiarono. Lei imperterrita seguì per la sua strada, godendosi il ruolo di Musa prediletta dal poeta. Dannunziana doc si mise a impersonare la reincarnazione della Regina di Saba. Contornata da muscolosi servi neri che la seguivano ovunque, leopardi al guinzaglio o serpenti vivi ai polsi come bracciali. Passeggiava con una sfera di cristallo tra le mani come una fattucchiera, collezionava merli albini fatti tingere di blu per capriccio estetico e manteneva alla sua corte zingare, astrologi e medium.
La cosa era incominciata per divertimento ai balli in maschera, poi ci prese gusto e i grandi costumisti dei “Ballets Russes” di Diaghilev, Bakst ed Erté, confezionarono tutto il suo guardaroba.
Avanti nella moda di almeno vent’anni, fu addirittura la prima a indossare pantaloni di foggia orientale in pubblico. Quando camminava a Venezia, nuda e ricoperta di soli veli tenuti insieme da spille preziose, la folla era tale che i poliziotti dovevano farla sparire al più presto sulla prima gondola a tiro.
Preferì le stoffe dorate di Mariano Fortuny (1871-1949) per sentirsi come la Dea del Sole o all’occasione in nero, come la Notte, con ricami di veri diamanti e pezzi di carbone.
Presa dal vortice della sua smania di movimento e sperpero, sia d’energie che di finanze, correva su e giù per l’Europa. Persino in mongolfiera, perché le piaceva fare sesso tra le nuvole. Aprendo vere regge bizzarre a Roma, Venezia, Capri e Parigi.
Addirittura ebbe in affitto dal comune di Venezia tutta piazza San Marco per una notte. Nel suo caravanserraglio, oltre ai servi e a un inquietante zoo, c’era anche un codazzo d’artisti pronti a ritrarla (e magari diventandone pure amanti): Alberto Martini, Balla, Depero, Troubetzkoy, Van Dongen, Augustus John e molti altri ancora.
In momenti di lucidità, poi richiudeva tutte le opere moderniste dentro uno sgabuzzino per tenersi sotto gli occhi solo i ritratti eseguiti da Giovanni Boldini (1842-1931). Sfuggente alla macchina fotografica, perché troppo impietosa sul suo viso, impazzì di gioia quando Man Ray la ritrasse per errore con quattro occhi sovrapposti. Lei si vedeva così: una dea egizia ipnotica a guardia degli inferi.
Lungi dall’essere un’idiota superficiale, brillava per la sua conversazione ironica, per l’immensa cultura ed era adorata per la sua timidezza, ben celata dietro quella maschera d’ossessa. La Casati era famosissima nel suo mondo, idolatrata dagli omosessuali, da altri solo sfruttata fino all’osso. E proprio lì doveva nascondersi il punto debole d’un simile personaggio.
Quando la Casati arrivò al tracollo finanziario (nel 1930, con debito di oltre 30 milioni di euro d’oggi), si ritrovò sola. Le sue case e i suoi ritratti finirono all’asta insieme agli animali meccanici, alle sue scimmie, ai gioielli e vestiti. Schegge d’un mito vivente disperso dal vento. Alla poverina non restò altro che la fuga dalla realtà tra elemosina e droghe, ospite eccentrica di ricchi amici inglesi da sfoggiare alla bisogna per movimentare i salotti. Ora era lei l’animale da circo, accovacciata nell’ultima spelacchiata pelliccia di zebra, costretta a ricavare delle ciglia finte dall’imbottitura di un divano sfondato. La sua allure s’era spenta, rimaneva solo una vecchia stramba e morfinomane.
I ricordi della bellezza e delle fantastiche gesta della Casati sopravvivevano nei circoli di celebri gay, tra cui Cecil Beaton e Harold Acton, che le passavano l’indispensabile per vivere. Lei morì, nel 1957, sepolta insieme al suo già trapassato cane pechinese impagliato. Ma se volete incontrarla vi basta ammirarla nei suoi celebri ritratti. A Palazzo Fortuny a Venezia, lei sarà ancora lì, dipinta da Boldini. Vi guarda con la coda dell’occhio. Scusatela perché non ha tempo: è troppo intenta a volare chissà dove, per costruirsi una vita come un’opera d’arte.