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Nell’ottobre scorso ho visitato un’incantevole cittadina toscana, rinomata per le fortificazioni rinascimentali ancora intatte. Passeggiando tra i viali alberati ho avvistato una panchina dove Batman e Spider-Man conversavano amabilmente, mentre poco lontano Lupin III e il suo compare Jigen posavano per le foto ricordo con alcuni ammiratori. Ai tavoli di un ristorante del centro, più tardi, Mazinga e Goldrake si dividevano una pizza quattro stagioni, faticando non poco a usare le posate senza spogliarsi di pugni atomici e alabarda spaziale, aiutati nell’impresa da una servizievole Lady Oscar.
Nessuna allucinazione: come ogni anno a cavallo tra ottobre e novembre ho semplicemente preso parte alla tradizionale kermesse di Lucca Comics&Games, la più importante fiera italiana dedicata agli appassionati di fumetti (e cartoni animati, videogiochi e serie televisive). All’esterno dei padiglioni sparsi tra gli antichi palazzi della città dove case editrici grandi e piccole si contendono l’attenzione dei visitatori paganti si svolge in aggiunta uno spettacolo colorato, folle e spiazzante: la sarabanda dei cosplayers.

È difficile spiegare a chi non condivide la passione per i personaggi di carta cosa spinga migliaia di giovani usciti dall’infanzia da un pezzo non solo ad abbigliarsi come Sailor Moon o Ken il Guerriero, ma anche a faticare parecchio per confezionare da sé il proprio costume, spesso ingombrante, col quale raggiungere in ogni parte d’Italia le convention che periodicamente accolgono altri appassionati come loro. E poi, dopo essersi travestiti?

Oltre a divertirsi simulando combattimenti e trasformazioni con gli amici, i cosplayers posano per veri e propri servizi fotografici, commentano i costumi degli altri sui forum online e addirittura gareggiano fra loro sul palco per stabilire chi indossi il costume più fedele al personaggio prescelto.

Nato in Giappone alla fine degli anni Ottanta, il fenomeno dei cosplayers (termine che nasce dalla crasi tra le parole inglesi costume e play, ossia “gioco” ma anche “interpretazione attoriale”) si è diffuso pure in Italia a partire dalla fine degli anni Novanta e non sembra conoscere affanno: da quel momento in poi le occasioni pubbliche dedicate al cosplay si sono moltiplicate esponenzialmente, tanto che il seguito delle nuove generazioni che si sono avvicendate nel tempo (aggiornando i costumi ai gusti del momento) costituisce un’attrazione commerciale sempre più appetibile per le convention del Belpaese che non riescono a far quadrare i conti con la vendita dei soli fumetti.

Se ce ne occupiamo sulle pagine di Pride non è solo perché tra le fila dei cosplayers gay e lesbiche non mancano, ma anche perché il popolo lgbt sembra avere qualche motivo in più per coltivare questo insolito passatempo.

Diciamo innanzitutto che la comunità gay e quella dei cosplayers fanno riferimento entrambe a due sottoculture: la prima incentrata sulla devianza dalla norma sessuale; la seconda sulla devianza dal gusto della maggioranza degli altri cittadini che non fanno di serie animate e fumetti un cardine della propria esistenza ma, al contrario, ritengono sovente questi fanatismi infantili e pericolosi. E se consideriamo che i due gruppi, marginalizzati dal consesso civile, si possono esprimere al meglio quando sono protetti rispettivamente dai locali dedicati e dalle fiere di fumetto, le somiglianze si ampliano.

Gli intrecci tra le due realtà producono poi corto circuiti interessanti: i cosplayers omosessuali riescono a esprimere la propria indole “baraccona” ed esibizionista con i costumi più improbabili ed eccentrici proprio come fanno drag queens e drag kings; quando vengono prediletti i personaggi considerati unanimemente sex symbol o icone gay, inoltre, questi portano con sé sottotesti di libertà e autodeterminazione anche tra il pubblico italiano più bacchettone grazie ai riferimenti pop mutuati da culture sessualmente più disinibite.

Certo non mancano le resistenze omofobe pure tra le loro fila: ne ho avuta conferma diretta non appena ho seminato appelli su Facebook per rintracciare qualche esponente gay da intervistare e per tutta risposta ho ricevuto insulti e minacce per il solo fatto di aver chiesto notizie di qualche suo collega omosessuale a un giovane cosplayer trovato per caso.

Eppure, dopo tanti anni di gioiosa e inconsapevole mescolanza tra gay ed etero, qualcosa di buono sta emergendo per forza se proprio all’ultima edizione lucchese, tra i tanti, due amici eterosessuali hanno allietato i visitatori con un’interpretazione sfacciatamente sexy e svestita dei rubicondi protagonisti del noto videogame Super Mario Bros.

Uno dei ragazzi, Jacopo, studente romano ventunenne all’Accademia di Belle Arti, spiega la scelta della mise provocante: “Abbiamo pensato solo a come divertirci e divertire le persone che incontravamo, con una nota di giocosa provocazione verso i più conservatori. Io non avverto nessun fastidio nell’essere apprezzato dai gay o essere additato come uno di loro, siamo perfettamente consapevoli della lettura che molti danno dei nostri costumi. C’è da dire che non ho mai sperimentato nessun genere di opposizione omofoba”. Il suo concittadino Alexander, web designer venticinquenne che sceglie spesso come cosplay dei sex symbol come Hiccup dei film Dragon Trainer, o Son Goku del manga Saiyuki Gaiden, pensa che “nel mondo degli appassionati di fumetti è molto bassa la quantità di omofobia che c’è invece in altri gruppi. Credo che le generazioni più giovani, tranne rari casi in cui i genitori educano all’omofobia, stiano riuscendo a trovare una più ampia sensibilità in questo senso. A me è capitato di essere fermato da ragazzi gay che mi hanno chiesto se lo fossi anch’io. Non vedo perché la cosa dovrebbe infastidirmi”.

Sebbene in buona fede, tutta questa benevolenza da parte dei cosplayers etero appare quantomeno sospetta. Cosa ne pensano i diretti interessati?

Luke è di Milano, ha vent’anni, fa il sarto e il parrucchiere e ha realizzato il suo primo cosplay a 17 anni interpretando Sailor Moon, grazie al quale ha conosciuto il suo attuale fidanzato. Dice di essere visibile coi genitori che lo sostengono anche in questa passione e di preferire i crossplays, ovvero i costumi di personaggi del sesso opposto come le streghe dei film Disney o le icone gay, lesbiche e trans di cui è affollato l’anime della guerriera vestita alla marinaretta. “Frequento cosplayers apertamente omosessuali e la convivenza con quelli etero e pressoché perfetta, almeno fino a quando non proponi di fare gruppo con loro, allora rifiutano imbarazzati. Inoltre non vedono di buon occhio il crossdressing, per colpa del quale ricevo discriminazioni anche da persone che reputavo amiche di lunga data. A volte partecipo alle gare e sia sul palco sia tra il pubblico sento risolini e battutacce. Io però reagisco, solo così si cambiano le cose. Quando rispondo le persone scappano, diventano rosse in viso, poi vengono da me e chiedono scusa”.

Luke ammette senza mezzi termini che si sentirebbe molto più a suo agio se ci fossero spazi riservati ai cosplayers gay e lesbiche, così come avviene da anni nelle fiere francesi o americane. “Per le mie scelte di costume non vengo preso sul serio e mi dispiace. Ad esempio, a volte mi hanno premiato nella categoria ‘simpatia’, oppure ‘faccia di bronzo’ a causa di un bacio dato sul palco al mio fidanzato”. D’altra parte, ci sono momenti nei quali un cosplay sarebbe fuori luogo: “Se stessi in costume al gay pride verrei visto in modo differente rispetto alle fiere. Puoi anche essere molto rappresentativo, visto che Sailor Moon è la paladina della giustizia, ma la gente vede quello che vuol vedere e al pride vedrebbe una carnevalata”.

Il trentanovenne Stefano, romano, ama tutto ciò che appartiene al mondo nerd, compresi gli altri ragazzi che condividono i suoi interessi. Ha cominciato anche lui con un cosplay di Sailor Moon insieme a un’amica trans durante un’edizione della fiera Romics. “Essendo figlio degli anni Ottanta credo fortemente nella cultura pop, che però in Italia è considerata di serie b: tutto quello che esula dai canoni ufficiali è considerato da sfigati e sbagliato, per questo il parallelismo con l’essere omosessuali è facile da fare”. Stefano frequenta cosplayers sia gay che etero e ritiene che tra loro non ci sia più omofobia del solito, perché “di base c’è una convivenza armoniosa tra noi che condividiamo questa passione, vista da molti come infantile”. Ricorda però che quando ha interpretato le guerriere Sailor, lui che non è proprio una silfide e per lo più aveva tenuto la barba, “qualche commento infelice c’è stato, ma dopo aver rivisto le foto non mi sento di dar loro torto”. Non ha mai gareggiato in cosplay, nonostante dentro si senta “una Miss, sia chiaro!” e non segue i forum sul web “perché sono frequentati da persone che amano avere il Verbo”; inoltre crede che non sia necessario che le fiere abbiano sezioni a parte per i cosplayer gay. “E non indosserei mai uno stesso costume al pride e alla fiera di fumetti: se per il cosplay vale la regola del carnevale, dove si può essere altro da sé senza etichette, il pride è un momento di visibilità e rivendicazione. Per non sbagliare, io vado a entrambi ma cambio outfit: non si usa lo stesso abito per due eventi”.

Alessandro invece ha 40 anni, vive a Milano, fa l’impiegato e nega che la sua predilezione per i costumi del mondo di Batman e Robin abbia a che fare col rapporto chiacchierato tra i due eroi: “Sono sciocchezze. In realtà, io che sono grandicello ricordo che alla fine degli anni Settanta c’è stato il momento creativamente più bello per quei fumetti e mi sono rimasti nel cuore. Ho avuto problemi a far accettare il mio essere cosplayer anni fa, quando ero un giovane nerd insicuro ed ero più suscettibile verso chi ridicolizzava la mia passione: ‘Ma come, leggi ancora fumetti alla tua età?’. Adesso quegli stessi che mi schernivano ora capiscono e mi rispettano”.
Alle fiere va con amici sia etero che gay e lesbiche, ma “quello che ci unisce è la passione per i fumetti. È difficile che si parli d’altro o che si vada a fondo nelle confidenze raccontando della propria vita privata. Certo, è capitato che io parlassi del mio compagno, però non ho mai ricevuto occhiatacce o battute ironiche”.

Dell’ultima Lucca Alessandro ricorda quel gruppo di ragazzi grossi e pelosi vestiti (ancora!) da Sailor Moon che sono stati accolti con allegria dal pubblico. “Però qualche battutina omofoba c’è stata. Ricordo anche un ragazzo molto effeminato con un cosplay di Elsa del film Frozen: ecco, con lui forse c’è stato qualche problema in più, ma in generale posso dire che in quel contesto le bizzarrie anche sessuali sono ben accette. Tieni presente che sulla pagina Facebook di Lucca Comics&Games dove i cosplayer mettono le loro foto c’erano quelle di una coppia lesbica che interpretava le sorelle di Frozen e si baciavano; ero curioso di vedere se ci fossero commenti omofobi, invece nulla”. Alessandro è d’accordo con gli altri cosplayers intervistati secondo i quali il mondo degli appassionati sia forse più libero e aperto “perché in quei contesti ci troviamo tra di noi che siamo un po’ strani e fissati, si crea un’atmosfera magica e che tu sia nero, gay o in sedia a rotelle poco importa”.

Alle gare di cosplay non ha mai partecipato e al pride, quello di Milano, preferisce “metterci la faccia e non andare mascherato. Le ragioni per essere in piazza in quel contesto sono più serie e credo che il costume da Robin non sarebbe opportuno: sminuirebbe le istanze politiche e sarei comunque nascosto dalla massa. Molto meglio sfilare col mio compagno, così come sono”.