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Ci dici qualcosa su Les nuits d’été?

Sono stata molto fiera di ricevere il premio, che poi ho consegnato al regista Mario Fanfani, il quale lo ha dedicato a tutte le minoranze nel mondo oggetto di discriminazioni politiche, religiose, razziali o sessuali. Mario è stato ispirato dall’ebbrezza delle foto del libro di Robert Swope, Casa Susanna, ambientato nell’America degli anni Sessanta. E così ha creato una storia di un uomo di mezz’età che ama vestirsi da donna, con accanto un gruppo di travestiti, che stilano anche un decalogo per essere delle donne perfette. Un film ironico ma anche profondo.
Un anno prima tutti noi, attori ed équipe tecnica, abbiamo girato un corto in un castello in Champagne: Les jours d’automne, uscito a Parigi lo scorso gennaio. Si tratta di 10 scene mute, improvvisate, di 3 minuti ciascuna. Un lavoro attoriale molto interessante, un esercizio di stile in cui ho imparato molto, ma ho anche dato molto.

Nel 2010 Kiss Me Please, ha inaspettatamente vinto al Festival di Roma. Parlaci un po’ del film, abbastanza curioso, e del ruolo che hai interpretato.
Sì, Kill Me Please del belga Olias Barco ha vinto il Marco Aurelio d’Oro, nonché numerosi altri premi in festival internazionali. È stata un’esperienza formidabile per me. L’accoglienza della stampa è stata indimenticabile, mi hanno anche paragonata ad Anita Ekberg nella Dolce vita!
Molti sono rimasti scioccati che si possa fare una commedia sull’eutanasia. In effetti bisogna dire che il soggetto è inconsueto e un po’ sinistro: la storia di un dottore che possiede una clinica, dove alcune persone, ricche e disperate, vanno per morire.
Io recito nel ruolo di una cantante d’opera, malata di cancro, che decide di scrivere le proprie memorie e di mettere fine ai suoi giorni. Ma, grazie all’humour noir belga degli sceneggiatori e alla regia di Barco, niente poi va come previsto. Alla fine del film canto La marseillaise, come in Les nuits d’été canto Yukali di Kurt Weil e in Westler, West of the Wall. Per un’attrice e una cantante come me, questi sono sicuramente dei veri regali.

Westler è il film che ti fece conoscere al pubblico gay. Che ricordi hai, a trent’anni di distanza, di quest’opera fondamentale nella nostra cinematografia?
È stato girato a Berlino, nell’epoca in cui la città era divisa in due. Il regista Wieland Speck, autore anche della sceneggiatura, aveva pensato per il mio ruolo a Nina Hagen ma poiché lei non aveva tempo, si rivolse a me.
La sceneggiatura mi è piaciuta da subito: una storia d’amore fra due ragazzi, uno di Berlino Est, l’altro dell’Ovest. La cosa che ricordo di più è che si girava di notte, con delle cineprese nascoste. Era pericoloso, perché quelli della Stasi potevano arrestarci.

La tua vita è piena di tante cose da raccontare, di momenti intensi e di svolte decisive. Ci racconti qualche emozione particolare?
Nel 1968 a Parigi, passai un’audizione e fui ingaggiata come danzatore nudo all’Alcazar di Parigi col nome di “le beau Serge”. In effetti, ero un gran bel ragazzo.
Con gli anni Settanta, cominciò “un periodo di trasformazione” nel mondo come nella mia vita. Ho vissuto sfrenatamente, godendomi Parigi e la follia delle sue notti, frequentando tutti i club alla moda.
Il personaggio che più mi ha segnato in quell’epoca è stata Sabrina, una transessuale che faceva dei numeri straordinari, cantando le canzoni di Damia o Frehel; si truccava con tonnellate di paillettes, il viso era bianco come nei film muti.
Nel 1974 decisi di partire per Berlino per aprire una discoteca in cui mostrare degli show di travestiti, fare del teatro e vivere vivere vivere, di preferenza di notte.
Ora sono sempre a Berlino, dove ho la fortuna di recitare a teatro, al cinema o in televisione.
Quando ho fatto del teatro con Peter Zadek (il mio regista teatrale, che ho conosciuto nel 1980 e mi ha fatto conoscere al pubblico), ho appreso tanto grazie a lui e a tutti i miei colleghi attori, su tutti Isabelle Huppert o Anémone.
È meravigliosa la vita del teatro. Ho vissuto intensamente la vita delle tournée, cambiando spesso città e hotel. Si diviene come membri di una stessa famiglia. Poi, una volta che la tournée è terminata, si rientra a casa e si cade in un enorme buco nero. Bisogna ricominciare tutto, cercare del lavoro, fare nuove provini.
Per me i momenti più emozionanti sono quando a teatro il sipario si alza per la prima, quando si cammina sul tappeto rosso per l’uscita di un film o anche il primo giorno di riprese con un’équipe tecnica che ancora non si conosce.

Canti, balli, reciti, praticamente sei brava in tutto…
Ho avuto la fortuna di vivere una vita appassionante sul piano artistico.
Penso che il tratto più importante del mio carattere sia la curiosità. Jean Cocteau diceva: “Sbalorditemi!”. Ecco, io amo strabiliare me stessa. Non ho alcuna frontiera artistica. I miei ricordi più importanti sono gli incontri che ho fatto: quando ero alla scuola di danza di Rosella Hightower a Cannes ho incontrato Germinal Casado, un ballerino di Maurice Béjart, e grazie a lui ho seguito i corsi di danza a Bruxelles nella scuola di Béjart. E poi Paolo Bortoluzzi, Jorge Donn, che emozioni…
Sono nata a Montreuil, nella banlieue parigina. Ho cominciato la mia carriera artistica con la danza classica. I miei genitori volevano che facessi dello sport.
Allora, quando avevo 14/15 anni e andavo al liceo, ho cercato di fare calcio, ma la prima volta che sono entrato in uno stadio ho ricevuto un pallone sul ventre e sono svenuto. No, il calcio non faceva per me. Allora ho provato con la pallavolo, che non mi dispiaceva. Nello stesso ginnasio, proprio accanto, c’erano dei corsi di danza classica. Dunque io restavo dopo il volley per seguire questi corsi e i miei genitori non lo sapevano. Verso l’età di 20 anni, sono diventato danzatore professionista, ballando in molte operette, come L’auberge du cheval al Théâtre du Chatelet a Parigi e My Fair Lady al Théâtre de la Monnaie a Bruxelles.
Nella mia vita di danzatore sentivo però che mi mancava qualche cosa per esprimere dei sentimenti: la voce! Quando si danza è un corpo a corpo con la musica, ci si fonde con essa e non si sente il bisogno di parlare. Ma quando si balla nelle commedie musicali o nelle operette, come Grease o La febbre del sabato sera, bisogna assolutamente cantare! Dunque, non è il caso che mi ha fatto passare dalla danza al teatro e alla canzone…
Infatti poi ho cominciato a voler fare del teatro: ho seguito dei corsi, facendo anche parte alla scuola di teatro di Montreuil. Per la canzone invece ho studiato canto classico, ma il mio professore mi ha consigliato di fermarmi, perché mi piacevano più le canzoni popolari che l’opera.

Tra cantare, danzare o recitare che cosa scegli?
È difficile scegliere: adoro recitare davanti a una cinepresa, sia per il cinema sia per la televisione, così come posare per la fotografia. Ma adoro anche la scena, la presenza del pubblico che mi fa paura e mi dà forza, gli applausi… che sensazione meravigliosa! Ma forse penso che il mio piacere più forte è quando canto sulla scena con un’orchestra, perché ogni canzone racconta una storia, che dura da 3 a 5 minuti, e bisogna dare tutto se stessi.

Il tuo nome è Solange Dymenzstein. Perché hai scelto di chiamarti Zazie?
Ho avuto molti nomi d’artista: “le beau Serge”, “Gina Frénésie”, “Serge de Paris” (a Berlino negli anni Settanta) e poi, quando ho cominciato a fare teatro, “Zazie de Paris”.

Perché Zazie? 
Perché adoro Zizi Jeanmarie, la meravigliosa danzatrice, la donna di Roland Petit, e Zsa Zsa Gabor per la sua scandalosa vita a Hollywood. Allora metà Zizi e metà ZsaZsa uguale Zazie. E ancora: Zazie è la bambina protagonista del romanzo di Raymond Queneau, Zazie dans le métro, da cui Louis Malle ha girato un film.

Quando sei diventata donna?
All’inizio degli anni Settanta feci un viaggio in Giappone che mi rivelò il mistero del teatro kabuki e di quello nô.
Tutto ciò mi aprì gli occhi su una cultura che non conoscevo per niente. Vedevo per la prima volta sulla scena degli uomini che recitavano dei ruoli femminili. Era proprio ciò che volevo fare io. Tutto ciò ha cambiato la mia vita: è allora che ho compreso che ero prigioniera del mio corpo. Bisognava assolutamente che la mia anima di donna potesse vivere in un corpo di donna…
Poco a poco, lentamente ma sicuramente, ho trasformato il mio corpo per divenire una donna assoluta e definitiva. Ma conservo il mio segreto. Non dico mai quel giorno preciso, perché non esiste: è un lungo cammino solitario, coraggioso, pericoloso… è la mia vita!

I registi ti cercano sempre per ruoli molto particolari. Qual è quello che non hai ancora fatto e che più ti piacerebbe interpretare?
Tutti quelli di Anna Magnani. Ma quello che è fatto è fatto e allora parliamo del futuro. Gli spettatori tedeschi ora mi stanno vedendo nella serie tv poliziesca molto popolare Tatort Frankfurt, nel ruolo di Fanny, una donna che ha un gran cuore e che possiede una casa con un vivaio, nella quale vive il commissario protagonista.
Spero anche che dei nuovi registi troveranno delle idee per impiegarmi: una ladra, una monaca, una psicopatica, una mamma, una nonna, una giornalista, una presidentessa… Niente è impossibile!

Qual è il film italiano lgbt che più ti piace?
Quello che più mi ha colpito è La bocca del lupo. È un reportage sulla città di Genova ma è anche un film sull’amore di un uomo, un po’ mafioso, e di una transessuale della borghesia romana.
Quando lui si fa molti anni di prigione, lei gli invia una lettera al giorno. Il loro sogno: una piccola casa da cui si veda il mare. E quando il loro sogno si realizza… lei muore. Che bella storia tragica! Comunque mi piacerebbe molto essere contattata da un regista italiano.

Che ne pensi in generale del cinema lgbt e del momento attuale?
Credo che il cinema sia un’arte universale, indipendente dall’orientamento sessuale del suo autore.
I registi che più adoro sono Eisenstein, Fellini, Visconti, Pasolini, Cocteau, Kubrick, Almodóvar, Buñuel, Polanski, Truffaut e Schroeter. Sarebbe bello se il cinema lgbt li prendesse come esempi.
Penso che il compito dell’arte sia di aprire le porte sul mondo. Magari le sole eccezioni sono l’espressione pornografica, perché bisogna essere maggiorenni per comprenderla, e i documentari esibizionisti sui transgender, che mostrano con dettagli le operazioni dei genitali o gli impianti di silicone. Vorrei che questi film rimanessero solo dei documenti per gli studi di medicina, come la dissezione di cadaveri.
Ovviamente ritengo che sia ottimo che la comunità lgbt organizzi dei festival di cinema in tutto il mondo, è un vero progresso e una fonte di orgoglio. Ma non sono sicura che siamo più liberi oggi che negli anni Settanta, Ottanta, quando gli hippie e i beatnik hanno liberato la morale sessuale, le donne hanno scoperto la pillola anticoncezionale e la società scopriva l’amore libero.
Ora è vero che c’è stato qualche progresso in certi paesi, col diritto al matrimonio fra persone delle stesso sesso o il diritto di adottare i bambini, per il quale io mi batto fortemente. Ma, dopo la tremenda apparizione dell’Aids, la morale e la religione hanno ripreso la loro guerra contro tutte le minoranze che non rientrano nel sistema. Quasi tutta l’Africa è anti lgbt, per non parlare della Russia…

Per te qual è la cosa più importante in assoluto? 
Il diritto alla felicità. Personalmente ho sempre amato sognare, dunque continuo a sognare.