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Nessuno s’è mai preso la briga d’andare a frugare tra le vignette satiriche più o meno anti-gay. Le prime risalgono all’epoca dei giornali anti-clericali e socialisti come L’Asino (uscito dal 1892 al 1925). Vi si criticava la politica, la repressione poliziesca e la corruzione della Chiesa sempre più coinvolta in scandali di tipo sessuale in collegi e seminari. Da lì la comparsa di vignette con preti (e pure il Papa) con didascalie allusive ad hoc. Anche sulla copertina.

Dal 1901 in poi la rivista fu spesso sequestrata per oltraggio al pudore. Molte furono le vignette su L’Asino anche sull’omosessualità in Germania, dopo lo scandalo cosiddetto della “Tavola Rotonda” che coinvolse tutto l’entourage militare del Kaiser nel 1907. C’è da segnalare che in Italia tali vignette però non mettevano alla berlina l’omosessualità in generale perché, in definitiva, non è che se ne avesse una idea precisa come “categoria” al di là di precisi casi di violazione del codice penale o considerati disturbi mentali.

Le allusioni sulla gayezza dell’esercito teutonico furono utilizzate sempre più a scopo patriottico dal 1914 fino alla fine della guerra nel 1918. Il mettere in ridicolo al femminile o mostrare con un sedere grosso, magari di spalle, il nemico divenne un modello classico per sminuirlo d’aggressività e pericolosità in battaglia. Ma chi guardava le vignette pensava a una effeminatezza svilente, come fosse un’evirazione, non certo a un chiaro atteggiamento omosessuale. Ad esempio la rivista satirica Numero, uscita il 20 giugno 1915, riportò in copertina l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe in crinolina mentre suonava felice un valzer al violino, dalla didascalia “Ultima delle Dame Viennesi”. Autore della vignetta fu Filiberto Scarpelli (1870-1933), futurista e disegnatore, fondatore nel 1900 del satirico Travaso delle idee, padre del più famoso Furio Scarpelli (1919-2010) disegnatore del Marc’Aurelio (con Fellini e Scola) e poi sceneggiatore d’innumerevoli capolavori.

Nel periodo fascista furono poche le possibilità d’allusione all’omosessualità, magari attraverso figure di gagà (nella tradizione di Petrolini). Ma sempre assente il chiaro riferimento sessuale. Finché fu in vigore il regime, poco poteva essere mostrato, semplicemente perché il dictat di Mussolini era “la razza italiana non è affetta da certe cose, quindi non se ne deve parlare”. Perciò non c’era ragione di riderne.

La satira verso gli Alleati era ancora diretta a colpirne l’incapacità guerriera per motivi “razziali”: i nemici scozzesi in gonna o i neri Usa come un’orda di barbari scimmioni dediti al jazz. Ritornò alla ribalta l’omosessualità nel gennaio 1945 quando alcuni giornali della Repubblica Sociale allusero alle “tendenze” del principe ereditario Umberto di Savoia (1904-1983), epitetandolo “La stelassa”, raffigurato in una vignetta come un “gigione” al centro d’una stella. Anche se pochi capirono veramente a cosa si riferisse. L’omosessualità vista come ridicola svirilizzazione, incapacità intellettuale e politica, decadenza di costumi, codardia, viziosità e rapacità sessuale, abilità all’intrigo e alla diffusione contagiosa di certe “abitudini” continuò a essere un cavallo di battaglia esclusivo per la satira di Destra. Dopo il 1948 iniziarono a comparire riviste culturali d’ambito neo-fascista.

Leo Longanesi (1905-1957) fondò Il Borghese nel 1950 e la fustigazione dell’omosessualità effeminata, come degenerazione del nuovo corso politico repubblicano, divenne abituale. Per sottolineare quanto fossero “vizi” acquisiti, da un certo tipo di democrazia straniera, sul numero dell’1 dicembre 1951 si mise in copertina la vignetta (Longanesi stesso ne era l’autore) con tre dandy alla Oscar Wilde dal titolo “ Gli omosessuali in America e in Francia” che annunciava un’inchiesta contenuta nel giornale. Tali tracce de “l’invasione” dall’estero di certe perversioni furono denunciate dalla rivista vicino all’MSI Il Meridiano d’Italia. Specie quando nell’aprile 1960 esplose a Roma il doppio scandalo d’un milionario americano (suicidatosi per amore del suo “segretario” ex borgataro) collegato incidentalmente al giro di prostituzione minorile consumato e istigato da uno scultore tedesco di nome Konstantin Feile. Tale rivista, sul numero dell’8 maggio 1960, per sovraccaricare ancora di più i suoi articoli contro Feile pubblicò anche delle vignette satiriche. In una, si vede un ragazzino che rivolto al padre fascistone ribatte: “Ma che mi vai raccontando del tuo tempo dei Balilla!… Per noi il personaggio del momento è Coccinelle.” Un’altra, con due minorenni che non possono entrare in un cinema dove si proiettava un film “sexy”, perché minori di 16 anni, quindi più propensi a “passare il pomeriggio nell’appartamento dello scultore”. Qui vi si legge anche la scritta “Oggi libidine verde”. Tale colore, derivato dal garofano verde portato all’occhiello da Oscar Wilde e seguaci, diventerà un sinonimo del termine “omosessuale” solo di li a pochi mesi, quando all’inizio di ottobre esploderà il cosiddetto scandalo dei “Balletti Verdi” in tutta Italia. Caso giudiziario di persecuzione politica contro gli omosessuali.

A tale proposito un rotocalco illustrato di Destra come Lo Specchio fece titoloni sull’argomento ma, come aveva iniziato a fare anche Il Borghese, preferì affidare la sua satira al sapiente utilizzo di fotografie appuntate da didascalie insultanti. Scritte omofobe, come diremmo oggi. Ma all’epoca ci si riteneva in diritto d’offendere i “finocchi”, perché non esistendo come precisa categoria “sociale” o gruppo politico non potevano difendersi. Ciò era già stato effettuato, come pura e violenta provocazione, contro i registi Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini.

Specialmente perché di Sinistra e per loro ammissione omosessuali (nel caso di Visconti più per le sue opere che per vero coming out). I seguaci dei loro entourage furono tout court definiti “luchinidi” e “pasolinidi”, termini che sostituirono il vocabolo “omosessuale” (assai scomodo e troppo nobilitante per quelli di Destra) e affiancati gli usuali termini “invertito”, “capovolto” o “del terzo sesso”. Si voleva colpire tutta una “categoria”, denunciando la vasta e infettiva degenerazione morale a causa del comunismo. Ciò è chiaro nella vignetta pubblicata su Lo Specchio nel 1963 in cui si mostra Pasolini assolto da ogni colpa di blasfemia e oscenità (per Mamma Roma e La ricotta) da un tribunale falce e martello da lui presieduto e appoggiato da finocchi, prostitute, hippy e sgherri di partito. Tale fobia per la presa di coscienza dei gay (termine Usa che definì un’autocoscienza politica e d’orgoglio) è chiara nella vignetta pubblicata su “Il Borghese” il 16 agosto 1970, irridente ad una “Lega Internazionale degli omosessuali” con specificata “Sezione Maschile (anche se non sembra)”.

Fu proprio nel 1970 che Il Borghese si accanì contro Pasolini. In una vignetta si vede una “borsa dell’acqua calda per pasolinidi” dalla forma di sedere, in un’altra vi è raffigurato come in ritratto incorniciato ma attaccato al muro “capovolto”. Costui ormai s’era imposto non solo come poeta e cineasta internazionale ma soprattutto come un grande pensatore di Sinistra, la cui parola aveva sempre più vasta influenza intellettuale nella società italiana (anche con editoriali sul Corriere della Sera).

C’è da segnalare che le “vignette sataniche” d’irrisione e schiaffo gratuito non si fermavano solo a queste pubblicazioni d’una certa frangia politica ma debordavano anche in quei giornali di contenuto erotico, con foto di donnine o fumetti sexy.

Dove non poté la Destra, ci arrivò il maschilismo più volgare, spesso con allusioni sul “prenderlo in culo” più bieco. Di questo genere furono i diffusissimi Menelik o Il Mandrillo, sempre insistendo su foto di Visconti e Pasolini con battute terrificanti.

Ma il filone è ancora in voga se, soltanto lo scorso agosto, la rivista Visto allegò in regalo ai lettori un libercolo dal titolo Migliori barzellette gay. Con in copertina una vignetta con un frocio che dice “Ti va di giocare a nascondino?” e un altro che risponde: “Ok, se mi trovi mi puoi violentare. Se non mi trovi… sono nell’armadio”. La cosa fece infuriare tutte le associazioni gay e bloggers. Ne seguì una raccolta di firme online per fare sequestrare dalle edicole il giornale. L’editore di Visto si difese così: “Difendo e rivendico la scelta di allegare a Visto opere di barzellette su varie tematiche, tra le quali anche i gay, che non sono più un argomento tabù. A discriminare, piuttosto, è chi pensa il contrario. A questo punto dovrebbero offendersi anche i carabinieri e le mogli tradite”. E volarono insulti da Internet anche verso il direttore di Visto che si dichiarava estraneo al fatto. Naturalmente questi stessi bloggers e associazioni sono quelli che ora inneggiano alla libertà totale di satira dopo i fatti di Charlie Hebdo (fate una ricerca Google e trovate tutti gli stessi “militanti” che si contraddicono). Io invece continuo a sostenere che le provocazioni stupide, violente, volgari e gratuite si potrebbero anche evitare. Parafrasando: “Meglio non fare i gay col culo dei musulmani”.