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A San Valentino il movimento lgbt insieme a “cittadini e cittadine di ogni orientamento sessuale” è sceso in piazza “per chiedere uguali diritti per tutti gli amori” per l’iniziativa “Piazzate d’Amore”.

Piace il richiamo dei diritti e complimenti alle innumerevoli sigle del movimento che sono scese in piazza: è una risposta alla paralisi del movimento gay “istituzionale”. Per l’occasione centinaia di cuori con disegnato il segno dell’uguale (=) si sono alzati nei cieli italiani, plumbei di pioggia, per foto di gruppo, selfie e video. E l’effetto generale è stato davvero “mi piace”.

Tuttavia sono rimasto deluso dal risultato dell’iniziativa. La manifestazione è trascorsa senza colpo ferire e non ha generato né polemiche, né reazioni tanto che l’appello a Renzi per i diritti della piazza di Roma è caduto nel vuoto. I cuori e gli “uguali”, riposti insieme alle bandiere arcobaleno fino alla prossima occasione, hanno esaurito la loro portata mediatico-militante nelle pagine della cronaca locale nell’arco di una giornata. Eppure le “piazzate” di solito fanno discutere. Queste no. Perché?

Mi sembra che fosse sbagliato il mittente di un messaggio, “dateci l’uguaglianza”, che è ormai ampiamente condiviso. Gli italiani (e le piazze) sanno già che siamo uguali, non hanno certo necessità che glielo si spieghi noi con qualche cuoricino. In una rilevazione di Demos del 2014 i favorevoli al matrimonio hanno superato, per la prima volta, il 50%. Quelli favorevoli alle unioni civili, nel lontano 2012, erano ben oltre il 60%. In piazza insomma non dobbiamo convincere più nessuno. Nel mondo si parla di genitorialità mentre noi affermiamo ancora il diritto all’uguaglianza.

Sono e restano i politici (e i preti) l’unico ostacolo al matrimonio gay in Italia e l’ultimo baluardo di discriminazione e omofobia. Le “piazzate”, di nome e di fatto, erano da rivolgere a loro, nelle sedi politiche dove si compie la democrazia. Il tempo per gli appelli è finito: i politici vanno contestati e incalzati sui diritti negati agli omosessuali in ogni occasione di dibattito pubblico. L’ha fatto uno studente a un convegno omofobo leghista e ciellino in Regione Lombardia facendosi trascinare fuori da una sala. Ha ottenuto l’attenzione di tutti i telegiornali nazionali, ha mostrato al paese dove sta di casa l’omofobia, ha generato dibattito nelle aule politiche e non, insieme a solidarietà e simpatia.

Temo che un cuoricino rosso alzato al cielo, per quanto affettuoso soprattutto sotto San Valentino, non sia in grado di offrirci nemmeno mezzo dritto in più. Anche perché non può fare leggi, a differenza di un politico “braccato”, piazzata dopo piazzata, da un movimento gay degno di questo nome. I diritti quando arriveranno, arriveranno comunque da lì. O forse non si vuole disturbare il manovratore?