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A qualche settimana dall’inizio della seconda stagione di Looking, è arrivato il momento di imporci un bell’esame di coscienza e fare ammenda: ci eravamo fatti ingannare un po’ tutti dai maschioni baffuti e dal viso orecchiuto di Russell Tovey (e dalla riuscitissima campagna promozionale di hbo) ma la serie di per sé non è esaltante. Anzi, i nuovi episodi visti a gennaio sono di una noia terribile.

Non è una questione di forma, sia chiaro: l’espressione “è troppo lenta” andrebbe bandita da ogni discussione su cinema e serie tv, perché il più delle volte significa “sono troppo abituato alle fiction con la Arcuri”. No, quello di Looking è proprio un problema di sostanza: ormai l’unica cosa divertente rimasta è odiare il protagonista, a metà tra gatta morta e cagna maledetta. Il resto è un’accozzaglia di gente che passa il tempo facendo cose poco interessanti, come bere tè biologici o rivolgersi a divinità. Per giunta, qualche giorno fa l’attore che interpreta Agustín (l’artista fallito) ha rilasciato una dichiarazione poco elegante su Will & Grace. Suonava più o meno così: “Finalmente ci siamo liberati di Jack McFarland”. Magari ci fosse un attore del calibro di Sean Hayes in Looking

Veniamo alle buone notizie: Channel4 ha finalmente iniziato a trasmettere Cucumber, la novità seriale più intrigante dell’anno. Il creatore è Russell T. Davies, lo stesso della versione originale (nota anche come “quella bella”) di Queer As Folk, di cui Cucumber vuole essere erede quantomeno spirituale. Ambientata a Manchester, è la storia di una coppia di uomini quasi cinquantenni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, dei loro amici altrettanto sfiniti, della gioventù gay inglese che si barcamena tra show privati in webcam, affitti in nero e stage non retribuiti. Ad accompagnare ogni puntata di Cucumber ci sono anche Banana, venti minuti in cui si approfondisce la storia di un personaggio secondario, e Tofu, un documentario in cui rappresentanti significativi del popolo inglese rispondono a domande su sesso orale e altre delizie. I titoli delle tre serie rimandano ai tre stadi dell’erezione maschile e danno un’idea dello stile di Davies anche a chi non dovesse conoscerlo: non proprio un tipo da “niente sesso, siamo inglesi”…

C’è poi How To Get Away With Murder, decisamente meno entusiasmante. Si tratta di uno pseudo-dramma legal-adolescenziale, con un aspirante avvocato gay che estorce informazioni a ignari malcapitati togliendosi le mutande. Qualcuno ha gridato allo scandalo perché perpetuerebbe lo stereotipo del gay promiscuo, ma la promiscuità, si sa, è connaturata agli avvocati televisivi e il personaggio è talmente monodimensionale da non meritare polemiche. Molto più spassoso, a proposito di stereotipi e loro rielaborazione, il recente episodio sul sesso anale di The Mindy Project.

Tra le serie appena concluse, va segnalata innanzitutto The Comeback, di e con Lisa Kudrow (la Phoebe di Friends). A metà tra Viale del tramonto e Here Comes Honey Boo Boo, narra della parabola discendente di un’attricetta di sitcom che, nel giro di due anni, passa dall’essere protagonista ad accettare il ruolo della zia sciatta e maltrattata di attori ventenni. Accanto a lei c’è il fidato parrucchiere Mickey, uno dei personaggi gay più esuberanti e agé mai comparsi sul piccolo schermo.

Poi c’è stata la seconda stagione di The Fall, thriller psicologico targato bbc con protagonista Gillian Anderson (la Scully di X-Files) nel ruolo di una poliziotta tormentata e bisex. È da consigliare a chi ha apprezzato le prime stagioni di Dexter, e non solo perché il protagonista si toglieva la maglietta.

C’è anche Jill Soloway, già sceneggiatrice di Six Feet Under, che ha fatto incetta di premi con l’autobiografica Transparent, in cui un padre si rivela transgender a tre figli in crisi di mezz’età.

Infine c’è stata la tutto sommato trascurabile quarta stagione di American Horror Story, ambientata in un freakshow negli anni ‘50. Veder recitare Jessica Lange e una miriade di comparse gay (tra cui Matt Bomer e Neil Patrick Harris, ovviamente nudi in più occasioni) fa sempre bene alla salute, ma i fasti di Asylum sono lontani.

Tra le serie che invece stanno per iniziare, si può finalmente festeggiare il graditissimo ritorno di RuPaul’s Drag Race. La settima stagione è stata ostacolata in qualsiasi modo, tra ex concorrenti troppo zelanti che lamentavano la presunta transfobia della competizione e avvicendamenti al timone della giuria. Il 2 marzo la gara riprenderà, e uno degli ospiti d’onore quest’anno sarà John Waters: è legittimo sognare una puntata a tema Pink Flamingos.

E in Italia? Il solito encefalogramma piatto, tanto che bisogna rivolgersi alle webserie. Molto si è parlato di The Lady di Lory Del Santo, perla trash con tanto di episodio gay (l’ottavo) e cameo della drag queen Minerva Lowenthal. C’è stata anche Coming, che nelle intenzioni voleva essere una versione (più) gay di House of Cards ma si è rivelata poco più che un servizio di Studio Aperto.