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Uno piuttosto pratico di manipolazione del consenso come il ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels lo aveva già capito: “Ripeti una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.

La strategia ha dimostrato di funzionare piuttosto bene quando una certa parte politica ha usato documenti falsi per attaccare una categoria avversa, come insegna la storia dei Protocolli dei Savi di Sion, diventato uno dei cardini della propaganda antisemita culminata nella “soluzione finale” hitleriana. Con le dovute proporzioni, quello che sta succedendo in Italia intorno alla famigerata teoria del gender assomiglia molto a quel nefasto metodo di lotta politica, con in più un salto di qualità non da poco, figlio forse dell’impalpabilità digitale dei nostri tempi: non c’è stato nemmeno bisogno di scriverlo, il documento che attribuisce a fantomatiche lobby gay la cospirazione per “omosessualizzare” il mondo. È bastato cominciare anche solo a evocarla per far sì che l’idea della cospirazione si diffondesse sempre di più, fino ad assumere i contorni dell’isteria di massa che stiamo osservando in questi ultimi mesi.

I primi ad usare il concetto, declinato anche in “teoria del genere” o “ideologia del gender” sono stati teologi e attivisti di area Opus Dei alla fine degli anni Novanta, ma è nel glossario vaticano Lexicon redatto nel 2006 dal Pontificio Consiglio della Famiglia che assume i connotati coi quali viene usato oggi. Si tratta di un grossolano compendio di idee provenienti dagli autentici studi accademici di genere (gender studies) soprattutto femministi e dalle diverse “teorie queer” nate negli anni Novanta le quali, detto in estrema sintesi, mettono in discussione la sovrapposizione intuitiva tra il sesso di nascita, l’identità di genere e i ruoli di genere, considerandoli frutto di condizionamenti sociali e culturali. Da un frullato di correnti di pensiero accademico spesso in totale antitesi fra di loro, la frangia più estrema dei cattolici integralisti (dall’Opus Dei a Comunione e Liberazione ai Legionari di Cristo) ha tirato fuori un blob indistinto e grottesco, descritto come un’ideologia coerente che guiderebbe le tentacolari organizzazioni omosessualiste mondiali nel convertire bambini e bambine alla sodomia e alla transessualità, con la vile complicità dei governi nazionali occidentali, dell’Unione europea e dell’ONU. In questa visione apocalittica, definita spesso anche come “dittatura gender”, il complotto frocio-femminista vedrebbe tutte queste istituzioni solidali nell’operare il lavaggio del cervello ai piccoli cittadini per convincerli che i sessi non esistono e che la famiglia naturale è irrilevante.

Tutte le idee che mettono in discussione la rigida visione religiosa della morale sessuale farebbero quindi parte della “teoria del gender”, travestendo di modernità e addirittura scientificità le solite, muffose prescrizioni contro i rapporti omosessuali, il transgenderismo e l’omogenitorialità. Stavolta con l’aggravante che queste farneticazioni sono spacciate come generosi avvertimenti per le sorti dell’umanità intera che i clericali di estrema destra e i loro seguaci metterebbero a disposizione di tutte le persone “di buon senso”.
Basterebbe squadernare gli ultimi avvenimenti che coinvolgono, come prevedibile, le istituzioni scolastiche e le strategie educative nel Belpaese per capire che stiamo assistendo a un preoccupante attacco alle istituzioni democratiche del nostro paese.

Il caso più clamoroso riguarda gli opuscoli informativi realizzati all’inizio del 2014 su invito del Consiglio d’Europa dall’UNAR, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni, per prevenire nelle scuole l’omo e il trans-bullismo e distribuiti esclusivamente agli insegnanti che ne avessero fatto richiesta: tanto è bastato perché la stampa cattolica insorgesse. Dopo l’intervento del cardinal Bagnasco, che vi ha ravvisato “una strategia persecutoria contro la famiglia, un attacco per destrutturare la persona e quindi destrutturare la società e metterla in balia di chi è più forte”, i tre opuscoli sono stati ritirati dal ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, gettando al macero insieme alla lotta contro l’omofobia anche svariate migliaia di euro di fondi pubblici.

Qualcosa di simile era successo qualche settimana prima a Venezia, dove la consigliera comunale lesbica Camilla Seibezzi aveva ideato un progetto contro razzismo e bullismo nelle scuole della prima infanzia attraverso la lettura di libri illustrati come il celebre Piccolo uovo, tutti volumi pensati da educatori ed esperti per far conoscere anche ai piccoli l’esistenza dei diversi modi dello stare insieme. Non ci ha messo molto il noto parlamentare ncd Carlo Giovanardi a scagliarsi contro l’iniziativa, accusando la Seibezzi di fare “propaganda gay”, mentre il collega senatore udc Antonio De Poli chiedeva di far sparire dagli asili veneziani le cosiddette “favole gay” affinchè ai bambini della Laguna fosse chiaro che “‘le coppie gay non sono famiglia”. Infastidito dalle polemiche, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni non ha ritenuto di difendere la consigliera e ha fatto ritirare tutti i libri “incriminati”.

Ad aprile ci spostiamo al liceo classico Giulio Cesare di Roma, dove alcuni insegnanti propongono la lettura del romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei: protagonista è una ragazzina figlia di una coppia gay che in seguito alla morte del padre biologico viene vessata dai compagni di scuola. Non è solo il soggetto a infastidire all’istante gli omofobi di professione, aizzati da qualche zelante genitore bigotto, quanto un breve passaggio del romanzo dove l’autrice descrive il rapporto orale tra due adolescenti maschi. Interviene a gamba tesa l’associazione giovanile Lotta Studentesca, vicina a Forza Nuova, che organizza una manifestazione fuori dalla scuola esibendo, tra le croci celtiche, il memorabile striscione “Maschi selvatici! Non checche isteriche” per protestare contro la “provocazione pedopornografica” portata avanti dagli improvvidi professori. La vicenda romana, al netto del ridicolo involontario in cui sono scivolati i fascisti in erba, è degna di nota perchè sottolinea la saldatura in corso tra il clericalismo omofobo più o meno ufficiale e il neonazismo più impresentabile, celebrata in pompa magna lo scorso 28 gennaio con l’investitura del leghista Matteo Salvini, altro alfiere dell’ultima ora della lotta al “gender”, a leader della destra nostrana dopo il tramonto di Silvio Berlusconi.

Poi, a novembre 2014, la diocesi di Milano si stupisce dello stupore provocato da una lista di proscrizione degli istituti meneghini che trattassero di educazione sessuale e omobullismo; l’iniziativa doveva restare segreta e invece arriva sulle colonne di Repubblica. Con questa schedatura il responsabile milanese dell’insegnamento della religione nelle scuole, don Gian Battista Rota, intendeva “valutare in modo più preciso la situazione e l’effettiva diffusione dell’ideologia del gender”, assicurandosi che “eventuali discorsi su temi così delicati […] vengano sempre affrontati dagli insegnanti di religione con competenza e rispetto delle posizioni di tutti”.

Evidentemente le “posizioni di tutti” sono considerate dai clericali un autentico pericolo, a giudicare dall’allarmante vademecum stilato nel frattempo dal Forum delle associazioni familiari dell’Umbria per aiutare i genitori a difendersi dalle insidie del “gender” e pubblicato da Famiglia Cristiana. I toni del decalogo, tutt’altro che rassicuranti, evocano invece un angosciante clima da assedio dove l’apocalisse gay è ormai vicina: “Custodite i vostri figli, alleatevi con loro, fornite un adeguato supporto formativo e scientifico in base alla loro età così da proteggerli e prepararli a fronteggiare la teoria del gender. […] Fate in modo che non si sentano mai soli in ogni vostra iniziativa, ma coinvolgete anche altri genitori e conseguentemente anche altri loro compagni di classe. L’unione fa la forza”.

Ha suscitato invece un certo sconcerto l’orrido spot circolato in rete lo scorso febbraio per pubblicizzare una petizione online contro il “gender nelle scuole” – iniziativa di dubbia regolarità dove a ogni singolo indirizzo e-mail si può associare un numero infinito di nominativi – dell’associazione ProVita, nel quale la “teoria del gender” riceve finalmente dai suoi crociati l’iconografia adeguata, ossia ridicola, caricaturale e offensiva: immagini prese chissà dove di una drag imparruccata, un punk ricoperto di piercing, un orso in perizoma, un condom infilato su un dildo e un paio di coppie di gay e lesbiche in carne, mentre una voce minacciosa incalza i genitori spaventati: “Vuoi questo per i tuoi figli?”

All’inizio di marzo i riflettori vengono infine puntati su una scuola materna di Trieste dove, in via sperimentale, è stato avviato “Il gioco del rispetto”: non si insegna ai bambini l’educazione sessuale e il rispetto di gay e lesbiche quanto semplicemente a “trasmettere il valore delle pari opportunità di realizzazione dei loro sogni personali e per l’abbattimento di tutti quegli stereotipi sociali che imprigionano maschi e femmine in ruoli che nulla hanno a che vedere con la loro natura”, come spiega la vicesindaca Fabiana Martini in una nota ufficiale diffusa in seguito allo spropositato polverone mediatico sollevato da alcuni giornali locali e nazionali, col commento neutrale di Newsweek e The Guardian. Tutto era cominciato dopo che il solito genitore spaventato aveva gridato allo scandalo per gli immaginari “giochi gender” ai microfoni di cronisti in malafede che sono stati ben contenti di propalare ancora di più il panico antigay.

C’è poi chi, oltre a raccattare qualche lettore di giornale in più, riesce a sfruttare la “teoria del gender” per vendere libri e partecipazioni – si presume ben pagate – a convegni e trasmissioni televisive sparsi per l’Italia. I più ricercati del momento per quello che non è esagerato definire un tour dell’odio, in sinergia con le varie Sentinelle in Piedi e Manif pour Tous, sono Mario Adinolfi e Costanza Miriano: il primo è un ex deputato pd renziano autore del libello Voglio la mamma, nel quale si scaglia contro utero in affitto, aborto e nozze gay; la seconda è un’ex giornalista del Tg3 passata di gran lena a rai Vaticano – bollettino tv delle gesta papali incredibilmente pagato coi soldi del canone – dopo il putiferio causato da un paio di suoi libri nei quali invoca la subordinazione delle donne e la difesa a oltranza della “famiglia naturale”, come il chiacchierato Sposati e sii sottomessa. I due paladini dell’ortodossia familiare cattolica, oltre a spalleggiarsi a vicenda durante i sempre più numerosi dibattiti incentrati sul “gender”, si scambiano cordialità dalle pagine del nuovo quotidiano fondato da Adinolfi, La Croce, le cui pagine collezionano ogni giorno un numero smodato di contributi dove il mantra del “gender” cattivo viene ripetuto fino alla nausea.

E se Vladimir Putin s’è fatto paladino mondiale dell’omofobia dando rifugio lo scorso settembre in Russia al Congresso mondiale delle Famiglie per combattere la “propaganda gay”, nel nostro piccolo ci accontentiamo di inventarci le “Feste per la famiglia naturale” in Lombardia e ad Assisi, Palermo, Verona e Reggio Calabria, mentre assistiamo impotenti all’affossamento in Parlamento del disegno di legge contro l’omofobia: iniziativa portata avanti in nome della lotta alla “dittatura del gender”.