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Non ci sono più gli omofobi di una volta. Quelli di oggi sono più agguerriti, organizzati e produttivi che mai e ogni giorno nel dibattito pubblico fa capolino l’insulto, l’offesa, l’ingiuria pesante e il pregiudizio antigay. È però del tutto inutile lanciare l’ennesimo allarme omofobia da queste pagine: mi pare infatti più produttivo cercare di capire i perché di quella che è ormai una escalation.

Se è vero che i Giovanardi, i Casini e le Binetti li abbiamo sempre avuti, è vero anche che le loro spericolate analisi omofobe non avevano lo stesso carattere di quotidianità e qualità delle espettorazioni degli attuali campioni di omofobia come gli Adinolfi (“L’impatto del matrimonio omosessuale sul tessuto sociale, su quel poco di stabilità che resta nelle nostre convinzioni ancestrali, persino sui conti pubblici in materia previdenziale, sarebbe devastante”), i Matteo Salvini (“Matrimonio e adozione gay non sono un diritto umano”), i Dolce e Gabbana e l’elenco potrebbe diventare sterminato.

Dal mondo dello spettacolo a quello della politica si ha l’impressione di assistere a una gara a chi la dice più omofoba e le dichiarazioni alle volte suonano così idiote (i “bambini sintetici” dei gay di D&G per esempio) da risultare un insulto all’intelligenza di chi le proferisce. Quasi fossero scritte a tavolino. E pare che sia così.
Per i due stilisti l’omofobia assomiglia molto a una strizzatina d’occhio al mercato mediorientale e russo, quindi risulta funzionale agli affari “di famiglia” tradizionale.

Nell’arena politica, invece, stiamo assistendo a un riposizionamento dei partiti. La Lega Nord, a caccia di voti al sud, non può più sventolare il tema della secessione del nord. E nemmeno ritrovare la credibilità annegata nelle indagini che l’hanno investita nello slogan “Roma ladrona”. È quindi (anche) sulla famiglia tradizionale e l’omofobia che il partito sta insistendo per crearsi una nuova verginità… ehm, volevo dire identità. La stessa identità che ha saldato un fronte che va da Forza Nuova ai clerico-fascisti che vedono come il diavolo nell’acqua santa un papa “progressista” come Francesco. Insomma, si è creato un cortocircuito nel quale rappresentarsi come omofobi, oltre a una scommessa sui voti futuri (che sono solo ipotetici), restituisce un’ideologia e un senso di appartenenza di gruppo.

Sullo sfondo c’è poi la volontà di Matteo Renzi di chiudere sulle unioni civili (ne parliamo qui). Prevedo un’ulteriore crescita delle dichiarazioni omofobe per mero calcolo politico. Con le prossime elezioni potremo finalmente quantificare il reale peso politico degli ultraomofobi. E sono fiducioso che non sarà preoccupante nonostante la rabbia per insulti che non meriterebbero tutto lo spazio pubblico che ottengono sui media.