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Sì, quest’anno, dal 29 aprile al 4 maggio, sarà il trentesimo anniversario del Torino Gay and Lesbian Film Festival, il TGLFF, che iniziò nel 1986 in sordina, con una decina di titoli, per opera di Giovanni Minerba e Ottavio Mai, spinti dall’idea di creare una vetrina specifica per i film con tematiche omosessuali. Nata come rassegna col nome di “Da Sodoma a Hollywood” e con un’efficacissima immagine di Marco Silombria (Charlot che pizzica il capezzolo di Frankenstein), diventato poi Festival nel 1990, dal 2005 è amministrato dal Museo Nazionale del Cinema. Il direttore unico è sempre Minerba, mentre Ottavio Mai è scomparso prematuramente nel 1992 (nel corso dell’anno a Torino verrà intitolata a lui una strada come regista e attivista omosessuale, una cosa bellissima per lui e per tutti noi…). Per l’occasione, sarà in vendita un libro di 16 scrittori che hanno vissuto intensamente la sua storia, con racconti sul mondo gay con sfondo il TGLFF: Corti d’autore.

In questi lunghi anni il meglio del cinema e della cultura gay è passato a Torino, come l’israeliano Amos Guttman (scomparso nel 1993, apprezzato a Torino col suo Amazing Grace), al quale ora è dedicata una sezione, con opere sue o a lui dedicate.

Le regole del festival di quest’anno saranno sostanzialmente le stesse, a cominciare dalla sala: il Massimo, non lontano dalla Mole Antonelliana. 4 i premi: il Premio Ottavio Mai per il migliore lungometraggio (9 titoli), individuato da un giuria di 3 esperti, il Premio Queer (7), il Premio al miglior Cortometraggio (25) e quello tradizionale del pubblico, quest’anno chiamato The Best Torino, che voterà sul lungo preferito.

Oltre 100 i titoli proposti, provenienti da una trentina di paesi. Oltre i lunghi (che quest’anno includono anche i documentari, come si fa ormai in tanti festival), i corti e i film del Premio Queer (il quale, proseguendo la sezione “Forever Young” degli scorsi anni, mette a fuoco i turbamenti adolescenziali e la scoperta della sessualità), ci sono una trentina di eventi extra, che includono tutti gli altri film, a cominciare da quelli di inaugurazione e di chiusura. Il primo sarà il mitico Studio 54: The Director’s Cut di Mark Christopher (Usa, 1998, con tanti attori famosi, come Ryan Phillippe, Salma Hayek, Mike Mayers e Lauren Hutton), presentato ora in versione restaurata ma soprattutto integrale, con le tante scene a suo tempo tagliate perché troppo spinte. Il secondo sarà Six Dance Lessons in Six Weeks di Arthur Allan Seidelman (Ungheria) sul particolare rapporto che si viene a creare fra un insegnante di danza gay e un’estrosa anziana, interpretata da Gena Rowlands. La grande attrice americana è solo una delle numerose star presenti nei film. Tra di esse, anche il compianto Robin Williams nel suo ultimo lavoro, Boulevard di Dito Montiel (USA), e poi Geraldine Chaplin (Dólares de arena, Repubblica Dominicana), Burt Young (nel corto Tom in America, Flavio Alves, USA) e Tab Hunter – che molti ricorderanno bello e biondissimo in tanti film anni ’50 e ’60 – nel doc biografico Tab Hunter Confidential (Jeffrey Schwarz) in cui racconta della sua lunga relazione con Anthony Perkins e svela tanti altari della peccaminosa Hollywood di allora.

Nel Festival non c’è un solo argomento fondamentale per l’universo LGBT che non venga chiamato in causa, dall’amore tout court al rapporto con la famiglia, dal bullismo alla senilità. Un’attenzione particolare è data allo sport: fra i vari titoli, c’è l’italiano Fuori, di Chiara Tarfano e Ilaria Luperini, su Nicole Bonamino, la giocatrice di hockey in-line che ha fatto coming out l’anno scorso, e Fulboy di Martín Farina (Argentina), che indaga sul provocante mondo del calcio. A proposito di erotismo ricordo poi Seed Money: the Chuck Holmes Story (Michael Stabile, Usa), un doc sulla casa di produzione porno Falcon, e tre film sulla prostituzione: Je suis à toi del belga David Lambert, in cui un giovane si vende anima e corpo a un panettiere, Philippino Story (Benji Garcia, Filippine), con uno sguardo disincantato sulla prostituzione maschile di Manila, e il già citato Dólares de arena, che punta i riflettori su quella lesbica, meno conosciuta.

Una ventina i titoli italiani, soprattutto corti; tra di essi, alcuni di Max Croci (come Lacrime nere) e l’intenso Contatto forzato di Daniele Sartori. Da non perdere poi How to Win at Checkers del thailandese Josh Tim, che racconta una storia struggente, vista attraverso lo sguardo di un fanciullo, fortemente colorata dalla solidarietà fraterna. L’australiano Drown (Dean Francis), ambientato nel mondo del surf, è spettacolare nel mostrare corpi scultorei e competizioni esasperate, fisiche e psicologiche.

Tutti temi, dunque, urgenti e forti che nel corso di questi trent’anni sono già stati affrontati tante volte al Festival, con gli sguardi e con i tagli più diversi e originali. Ottima occasione dunque per constatare come il mondo sia cambiato e con esso anche noi. Ecco, i festival servono anche per questo…