Seleziona una pagina

Fiumi di parole e chilometri di pellicola. Il vampiro non smette di affascinare e pare tutt’ora “non-morto” e piuttosto vegeto.
Eppure, al di là dell’aspetto seduttivo che lo contraddistingue, si tratta anche di una creatura terrificante, che sotto gli abiti eleganti del dandy nasconde la spietata freddezza del predatore. Ma allora perché piace così tanto?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo ripercorrere la storia delle origini del personaggio letterario e tornare indietro di un paio di secoli all’epoca vittoriana, un periodo della cultura anglosassone nel quale si compivano progressi scientifici e tecnologici ma, allo stesso tempo, si processavano e incarceravano per omosessualità intellettuali del calibro di Oscar Wilde.

È infatti proprio in quel clima culturale, fortemente repressivo verso ogni tipo di sessualità, che vengono scritte le più note storie sui principi delle tenebre: Il vampiro di John W. Polidori (1815), Carmilla di Joseph S. Le Fanu (1872) e il romanzo di Bram Stoker Dracula (1897).
Intendiamoci, non è che prima il mito del succhiasangue non esistesse. Fin dall’antichità, in tutta Europa, abbiamo leggende che parlano di creature notturne golose di fluidi vitali (sperma compreso) e il vampiro compare anche nella poesia di Goethe (1797), Coleridge (1800), Baudelaire (1855) e Kipling (quello del Libro della giungla), tuttavia è con l’avvento del romanzo gotico che la produzione letteraria sul tema aumenta sensibilmente ed è a partire dalle opere di Polidori, Le Fanu e Stoker che si gettano le basi del mito letterario e cinematografico moderno.
Bisogna osservare, però, che i vampiri dell’Ottocento assomigliano solo in parte a quelli contemporanei, a differenza dei quali, per esempio, non hanno grossi problemi a dispensare morsi.

Il protagonista de Il vampiro di Polidori, Lord Ruthven (alias Lord Byron, del quale Polidori era stato il segretario personale) e la Contessa Carmilla von Karnstein, l’eroina succhiasangue di Le Fanu, sono esseri affascinanti ma irrimediabilmente malvagi. Seduttori (seduttrice di fanciulle, nel caso di Carmilla) che uccidono senza pietà le proprie vittime e che perciò devono essere annientati per la salvezza di tutti, pena il rischio di diventare come loro: forme deviate dell’essere umano, non-morti/non-vivi che se ne fregano delle leggi di Dio e degli uomini.

Dracula stesso, pur essendo, come vedremo, un personaggio molto più complesso rispetto ai suoi predecessori, è rappresentato da Stoker come un mostro freddo e calcolatore che non deve mai catturare la simpatia del lettore, a meno che il lettore non sia (a sua volta) un individuo corrotto e deviato.
Giusto per ricordare, insomma, che la versione cinematografica di Francis Ford Coppola, con tanto di storia d’amore fra il conte transilvano e la bella Mina, è piuttosto lontana dall’originale.

Ma se le cose stanno così da dove arrivano i vampiri glamour degli ultimi due decenni? Com’è che da figura demoniaca il vampiro è diventato un mito romantico che continua a mietere vittime consenzienti da un capo all’altro del pianeta?
In realtà, già nel lontano secolo XIX troviamo qualche anticipazione della futura metamorfosi vampirica se non, addirittura, un precursore dei vampiri di Anne Rice, i “belli e dannati” per eccellenza.
“La vera storia di un vampiro” (1894) dell’eccentrico conte estone Eric Stanislaus Stenbock è infatti il primo racconto a proporre un protagonista gay, avvenente e malinconico che, come nel caso dei fratelli di sangue più recenti, si strugge d’amore per le proprie vittime mentre inevitabilmente se ne sazia.
Ecco come Stenbock ci descrive il suo conte Vardalek, il bell’ungherese che ricorda fisicamente Lestat de Lioncourt e Louis de Pointe du Lac di Intervista col vampiro della Rice (1976) e si beffa in maniera plateale dell’omofobica morale vittoriana uccidendo di baci il giovane Gabriel: “Era abbastanza alto, con bei capelli ondulati e piuttosto lunghi, che accentuavano una certa effemminatezza del viso liscio. (…) I lineamenti erano fini; e aveva lunghe mani attraenti, sottili e magre, un naso un po’ lungo e sinuoso, una gradevole bocca, e un affascinante sorriso, che contraddiceva l’intensa tristezza nello sguardo.”

Ma c’è di più. Forse Vardalek non è l’unico caso ottocentesco di vampiro maschio attratto da persone del proprio sesso. Se leggiamo fra le righe del romanzo di Stoker scopriamo che, sotto sotto, perfino Dracula, mentre strappa Jonathan Harker dalle grinfie delle sue concubine vampire, finisce quasi per fare coming out.
Ecco il passo “galeotto” dal diario di Jonathan Harker (mattino del 16 maggio): “Con voce che, sebbene bassa, anzi quasi un sussurro, sembrava squarciare l’aria e rimbombare nella stanza, [il conte] ha detto: ‘Come osate toccarlo, voialtre? Come osate mettergli gli occhi addosso, quand’io ve l’ho proibito? Indietro vi dico! Quest’uomo appartiene a me! Attente a non tentare di avvicinarlo, o avrete a che fare con me.’
La fanciulla bionda, con una risata di ribalda civetteria, ha ribattuto: ‘Tu, tu che mai hai amato, che sei incapace di amare!’
Le altre si sono unite a lei in una risata priva di gaiezza, dura, inanimata, (…) la si sarebbe detta un’allegria da demoni.
Poi il conte si è volto e, dopo avermi scrutato attentamente, ha detto in un lieve sussurro: ‘Sì, anch’io so amare)’”. Sorpresi?
Qual è allora il motivo di tanto successo? Sarà forse perchè il vampiro possiede tutto quello che noi umani vorremmo avere: bellezza, ricchezza, conoscenza e libertà sessuale, e lo possiede “per sempre”?

E di sicuro, anche il fatto che i signori (e le signore) dai lunghi canini siano degli outsider quasi sempre bisessuali o apertamente gay e che comunque, pur costretti a muoversi nel buio, non si facciano fermare dalla morale dei cosiddetti “esseri umani” deve aver avuto un certo peso nell’immaginario dell’Occidente cristiano, represso, sessuofobico e schiavo dello status quo. Un peso che si percepisce di più e meglio dando uno sguardo al cinema.
Da Nosferatu il vampiro di Murnau (1922), a Dracula di Browning (1931), da Il sangue e la rosa di Vadim (1959) alle produzioni della Hammer Film con la “trilogia di Karnstein” (1970-71), passando per le vampire lesbiche hardcore di Jesus Franco (1973) e di Jean Rollin (1975), fino a Nosferatu, il principe della notte di Herzog (1979), Miriam si sveglia a mezzanotte di Scott (1983), Il buio si avvicina di Bigelow (1987), Dracula di Bram Stoker di Coppola (1992), Intervista col vampiro di Jordan (1994), The addiction di Ferrara (1995) e terminando con Twilight di Hardwicke (2008), Lasciami entrare di Alfredson (2009), Byzantium di Jordan (2012) e Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch (2013) – tanto per citare i più famosi fra centinaia di film più o meno famosi sull’argomento – i vampiri imperversano sul grande e piccolo schermo ormai da un secolo, sia incarnandosi in riadattamenti di racconti, romanzi e fumetti (la trilogia di Blade, per esempio), sia risorgendo dagli incubi personali del regista di turno. Una carriera davvero niente male per dei cadaveri ambulanti!

D’altro canto, dicevamo, è proprio nel cinema che il vampiro sfoggia tutto il suo fascino e si staglia chiaramente come personaggio-simbolo non solo di desideri proibiti e passioni represse, ma anche di tutti coloro che, costretti a nascondersi per sopravvivere, non possono mostrarsi per come sono alla luce del sole e ottengono la loro vittoria soltanto nel regno della notte, quando le barriere cadono e le persone si arrendono ai propri sogni. Solo allora il potere del vampiro è al massimo e la sua seduzione invincibile. E solo allora qualcuno è capace di mettere da parte la paura e di accoglierlo nel proprio letto, in attesa del suo bacio.
A tal proposito, è illuminante lo scambio di battute fra i due bambini Oskar ed Eli, nel bellissimo film di Alfredson, tratto dal romanzo di Lindqvist, Lasciami entrare:
Oskar chiede: “Sei un vampiro?” Eli ribatte: “Ti piaccio lo stesso?”
La risposta, ovviamente, è: sì.