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Sono da poco passate le tre del pomeriggio quando raggiungo l’ex quartiere operaio di Friedrichshain. Qui molti dei vecchi fabbricati sono stati trasformati in club: l’Astra Kulturhaus è uno di questi. Melissa Etheridge mi accoglie con un sorriso non comune e una vigorosa stretta di mano. Ci sediamo, il divano è comodo e spazioso. Sul tavolino, un piccolo buffet a base di finger food.  Accendo il registratore.

Raccontaci qualcosa di te.
Sono nata e cresciuta in Kansas, nel Midwest degli Stati Uniti d’America. Erano gli anni ’60 e ’70, quelli della guerra del Vietnam, un periodo burrascoso.
La radio e la tv trasmettevano tutta la musica che contava; a otto anni ascoltavo i Beatles e il rock ‘n’ roll, ma anche parecchie canzoni commerciali. La mia famiglia non ne sapeva niente, però io volevo imparare a suonare la chitarra, a tutti gli effetti il mio primo strumento; in seguito vennero il pianoforte, il basso, la batteria… Suono anche il clarinetto, il sassofono e molto altro ancora! A scuola mi piaceva reinterpretare brani altrui.
Dopo il diploma mi recai a Boston per studiare al Berklee College of Music. Successivamente decisi di trasferirmi in California, a Los Angeles, mi esibivo in locali per sole donne. Durò cinque anni, poi, nel 1988, firmai un contratto per la Island Record di Chris Blackwell.

Il tuo ultimo album si intitola This is M.E. Da dove trai l’ispirazione per scrivere?
È la vita a ispirarmi: l’amore, la speranza, i sogni, i pensieri e ciò che desidero. Questo disco è il risultato di una serie di collaborazioni, molte di più rispetto al passato.
Ora sono indipendente, non ho più una grande società alle spalle ma una mia etichetta, il denaro non è la questione principale; infatti ho chiesto ai miei produttori di partecipare attivamente alle nuove canzoni, nessun compenso in anticipo. Tutta un’altra storia.

Trovo che sia un disco immediato, le melodie rimangono in mente sin dal primo ascolto. La tua traccia preferita?
Cambio spesso idea, ma per adesso direi Ain’t That Bad. È stato troppo divertente entrare in studio e incidere le mie parti di chitarra.

Hai ricevuto un’educazione religiosa?
Sì. I miei genitori, metodisti, mi portavano in chiesa. C’era sempre tanta musica e mi piaceva andare per questo motivo, ma non sono mai stata profondamente religiosa.

Ti sei sposata da poco e hai dei figli. Negli Stati Uniti i diritti dei gay sono una realtà perlopiù consolidata, ben diversa è invece la situazione in Italia, dove il ruolo del Vaticano è ancora molto importante. Qual è la tua opinione rispetto all’attuale papa?
Mi sembra che stia andando nella giusta direzione, è un buon mediatore.
Vivendo altrove me ne interesso raramente, e nel mio paese la sua influenza non è percepibile.
I nostri padri fondatori hanno fatto della separazione tra Stato e Chiesa una parte fondamentale della costituzione americana, e da lì proviene gran parte della libertà di cui oggi possiamo godere. Tutto questo è meraviglioso.

Quando sei diventata consapevole del tuo orientamento sessuale?
Ero alle medie, avevo 13 anni e qualcuno sussurrò: “Lesbica!”, una parola per me priva di significato e che probabilmente mi riguardava.
Se pensi che non esistano alternative, è difficile che tu possa diventare cosciente; la comprensione porta al riconoscimento di se stessi. Ti rendi conto di essere diverso. Comunque, andando indietro nel tempo, ricordo che mi innamorai della maestra d’asilo, ma fu solo alle superiori, a 16 anni, che iniziai a provare dei sentimenti per la mia migliore amica. Il giorno del mio diciassettesimo compleanno baciai per la prima volta una ragazza: non ebbi più alcun dubbio.

In Scarecrow hai raccontato la storia di Matthew Shepard, un giovane studente del Wyoming brutalmente assassinato perché gay.
L’odio non mi tocca, è meglio focalizzare la propria attenzione sulla bontà della vita. Il mio compito è riflettere come uno specchio tutto quello che accade nella nostra società affinché nessuno dimentichi.