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I Pacs: ve li ricordate i PACS? Furono uno dei trucchi meglio riusciti della politica italiana. A fronte di un mondo LGBT che in giro per il mondo iniziava a chiedere, e ottenere, il matrimonio, ci fu spiegato nel 2002 che non dovevamo essere “estremisti”: meglio “accontentarci” di qualcosa di meno, dei PACS. Nel 2007 ci fu suggerito che i PACS erano troppo (“Siamo in Italia… c’è il papa…”), ed era saggio accontentarci dei Dico. Nel 2008, però, i Dico furono giudicati una pretesa eccessiva, e ci fu spiegato che era realistico accontentarci dei Cus. Purtroppo però emerse che i Cus erano ancora troppo, e nel 2009 fu decretato dal PD che dovevamo farci bastare i Didore, che in pratica davano gli stessi diritti della coabitazione in un pensionato. Eppure anche questo era troppo: in effetti, era il fatto stesso che noi osassimo chiedere qualcosa a essere eccessivo e sfacciato… per cui alla fine non ottenemmo nulla, nada, zero.

Oggi i deputati Ivan Scalfarotto o Alessandro Zan (entrambi del PD ed entrambi gay) affermano che se in Italia non abbiamo mai ottenuto né le unioni civili né il matrimonio, è stato per colpa d’un movimento gay troppo “massimalista”, che a furia di “voler tutto” ha finito per non ottenere nulla.

Purtroppo i fatti li smentiscono: in tutti i paesi europei in cui ci si è mossi “massimalisticamente” per ottenere sia il matrimonio sia le unioni civili, si sono ottenuti sia il matrimonio, sia le unioni civili. Guarda caso in Italia, dove il movimento LGBT si è contraddistinto per la sua indisponibilità ad alzare la voce col mondo politico, alla fine non s’è ottenuto nulla, dall’estensione della Legge Mancino all’omofobia, all’omogenitorialità, dal matrimonio egualitario alla lotta al bullismo… O meglio, qualcosa è stato ottenuto sì: le poltrone con cui i partiti hanno “ringraziato” quanti nel movimento lgbt avevano con maggior successo ostacolato le richieste “massimaliste”.

La stessa cosa s’è verificata coi gay pride. Da decenni sono la spina nel fianco degli omofobi, che non capiscono perché mai froci e lesbiche non si accontentino più di vivere le loro porcate, come in passato, nel silenzio e nella vergogna, e le “ostentino” per le pubbliche vie. Che bisogno abbiamo di andare a dire in giro che siamo gay?
Ebbene: anche qui, a poco a poco, la leadership del movimento sedicente lgbtqia è diventata sempre più reticente a chiamare col suo nome quello che già Alfred Douglas in una sua poesia del 1892 aveva definito “l’amore che non osa dire il suo nome”. Farlo, avrebbe significato indispettire quei politici dai quali si aspettano i futuri “ringraziamenti”.

E fu così che nel 2015 l’Italia donò al mondo “il pride che non osa dire il suo nome”, quella “Onda pride” che in una campagna informativa si qualifica “Human pride”: l’orgoglio d’essere… umani. Da manifesti e programma tutte le parolacce (come gay, lesbica, queer, omo, bi o trans) sono state accuratamente epurate.
A furia di farci dettare l’agenda dai nostri avversari – per evitare di cadere nel “massimalismo”, sia chiaro! – abbiamo rinunciato puramente e semplicemente alla nostra identità, alla nostra specificità, in una parola, all’esistenza stessa di un movimento lgbt. Che, ci viene detto apertamente, non serve. A che pro “ghettizzarci” in un movimento a sé, quando ci sono già i partiti che si preoccupano amorevolmente di noi e che sanno meglio di noi quali siano i nostri “veri” bisogni?

A che pro “ghettizzarsi” in una identità, in un orientamento, separato da quello eterosessuale che, dopo tutto, è l’unico che è “logico” e “naturale” che esista? Ed ecco spuntare ai pride i cartelli (visti coi miei occhi) che dicono “non siamo gay, siamo umani”, ecco Huffington Post il 16 marzo 2015 che teorizza “Le famiglie gay non esistono e nemmeno le famiglie tradizionali. Esistono delle famiglie e basta”, ecco…
Ma alla fine, in Italia, esiste l’omosessualità? O ha ragione Luca di Tolve, colui che “cura” i gay per renderli etero, che su La Repubblica del 4 giugno 2015 spiega: “L’omosessualità non esiste e voi non siete gay, siete solo persone che hanno un problema”?

Si legga su Wikipink, l’enciclopedia gay online, la voce: “Inesistenza dell’omosessualità” per scoprire come e quanto, oggi, un’allegra baraonda di queer e para-queer, cattolici, psicoanalisti “riparatori” e uomini politici, cantino tutti in coro il ritornello: “Gli omosessuali non esistono”. Senza che nessuno di noi reagisca.

Dopodiché non stupisce (più) che nessuno senta (più) il bisogno di una manifestazione dell’orgoglio omosessuale. Siamo solo “umani”, perché la nostra voglia di normalità “minimalista” ci ha portati a omologarci totalmente, confondendoci fra sette miliardi di esseri umani tutti uguali, tutti grigi, tutti privi di specificità e del bisogno di “ostentarle”. (O no?).
Sia chiaro, non sto dicendo che la genialata del pride “umano” sia la causa di questo sfascio. Al contrario, ne è la conseguenza e il sintomo. Sono i vent’anni di “minimalismo” politico, sempre al traino delle esigenze d’una classe politica che ci voleva vedere sparire, che ci hanno portati a fare sparire il nostro nome dalla faccia della terra.
Certo, i pride restano, ma come resta il carnevale di Viareggio o il carnevale di Venezia: non a caso ormai ogni articolo di giornale che parli di un pride inizia con le parole “coloratissimo” e “pacifico” (leggi: “innocuo”).

Ma valeva davvero la pena di sbattersi per quarant’anni di movimento LGBT per non portare a casa nessun risultato concreto, ma essere apprezzati come il Pantone della politica italiana?