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A due anni da Freak & Chic, anticipato dal singolo Deepthroat Revolution è uscito a fine settembre The Pink Album, quarto disco di inediti firmato dal “Re del Porn Groove” Immanuel Casto.

“Basta un pompino per cambiare il mondo” recita l’istrionico artista nel video, posando uno sguardo irriverente sulla società che ritrae satiricamente a ritmo di dance. L’album rosa contiene 10 brani e un’introduzione musicale (che omaggiando lo stile di Alan Parson Project richiama indirettamente l’eco dei Pink Floyd) “per raccontare il mondo, passando dal serio al faceto come solo un Casto Divo può fare”. Per chi conosce l’autore di Battito anale, sa già che il menù sarà composto da testi piccanti senza reticenze e una buona dose di sarcasmo, senza tralasciare un’azzeccata miscela pop accattivante che sorprendentemente in questo nuovo capitolo si apre anche al rock, fino a reinterpretare Joe Jackson. Senza sminuire alcuna traccia, l’attenzione cade gioco forza su Da grande sarai fr**io (scritto assieme a Fabio Canino), racconto sincero e (auto)ironico di formazione. Un modo leggero e sincero per rappresentare senza pregiudizi i nostri primi passi nel favoloso mondo rosa. In Italia pochissimi e comunque non così coraggiosamente l’hanno fatto (già il testo e l’interpretazione meriterebbero un approfondimento a parte): “Da grande sarai frocio e non è un reato, niente di sbagliato…ci sono passato”. Sarà un inno, sicuramente. Immanuel sigla l’uscita dell’album con altri due progetti paralleli (non si è fecondi solo a letto): la biografia Tutti su di me (Tsunami Edizioni) e Time Travels, nuovo capitolo della saga di Squillo, il gioco di carte pungente dedicato alla prostituzione e ideato dallo stesso Casto. Dopo l’uscita della Trilogia del piacere (Squillo Deluxe Edition, Bordello d’Oriente e Marchettari Sprovveduti) questa nuova puntata sarà incentrata sulla prostituzione nelle varie epoche, a partire dall’antica Grecia. Nuovo tema, nuove meccaniche e soprattutto la matita di un grande illustratore, Dronio. Questo mese parte il nuovo tour e dal suo profilo Facebook il Casto Divo dichiara: “Vi prometto uno show sborroidale”.

All’inizio era il rosa… già a partire da Into The Pink, un sound che richiama echi degli Alan Parson Project e, indirettamente, dei Pink Floyd. Il titolo dell’album e il triangolo rosa che sovrasta il retro copertina, tutti elementi emblematici…

Si, ci si tuffa in questo rosa dal sapore un po’ antico, storico se vogliamo. Il titolo mi rappresenta perché è una citazione: dopo il White Album dei Beatles e il Black Album dei Metallica io pubblico il Pink Album, che a differenza dei precedentemente citati è estremamente autoironico. Che colore potevo prendere ? Inoltre ha un valore piuttosto forte legato al triangolo rosa, è un voler cogliere un’eredità – pensate ad esempio all’album The Age Of Consent dei Bronski Beat in cui campeggia un triangolo rosa – che mi ha formato.

Pochi giorni prima di terminare il disco hai scritto questo post sulla tua pagina di Facebook: Abbraccio la sfida di evolvere restando fedele a me stesso…

Si può continuare a rifare quello che si sta facendo, una frangia del pubblico lo apprezzerebbe, però a livello artistico è poco interessante. Invece c’è una parte del pubblico che vuole vedere un’evoluzione ma rimanendo coerenti senza cestinare tutto quello che è stato fatto per arrivare con un prodotto, un’immagine e uno stile completamente nuovi. A livello musicale questo disco è piuttosto diverso dai precedenti. È molto anni ’80; ci sono più strumenti acustici, brani che ammiccano al rock, anche se il fil rouge dell’elettro-pop permane, e soprattutto c’è un maggiore livello di attenzione e serietà nei testi.

Ma come, così rischi di perdere lo scettro come re del porn groove, non trovi?

(Ride) Io ho sempre voluto un pochino trascendere dall’aspetto ironico, satirico, goliardico e che mi rappresenta, che amo tantissimo. È il mio marchio di fabbrica, quindi ne sono orgoglioso. Però alle volte, come tutte le etichette che aiutano a venire riconosciuti, mi stanno un po’ strette perché ho comunque una sensibilità che sfocia nel drammatico. Quindi ho voluto affrontare dei temi più seri. Con l’album precedente, Freak & Chic li relegai alla fine del disco di modo da non inceppare l’umore di chi voleva farsi un ascolto divertente con i brani precedenti. Mentre in questo caso le ho mixate, è stata una sfida e ora vedremo la risposta del pubblico.

In Deepthroat Revolution unisci dance e rock, un connubio inusuale per il mondo gay, abituato a Madonna e Lady Gaga…

Assolutamente e devo dire che mi si è aperto un mondo sperimentando questa cosa. All’inizio la canzone non era nata con quel taglio. La svolta è stata quando l’abbiamo trasformata in un pop terzinato militaresco accentuato dalla batteria. Io sono cresciuto ascoltando il pop soprattutto degli anni ’80, ma debbo dire che c’è tanto altro ed è bellissimo da sperimentare. Non è un caso che alcuni artisti pop ad un certo punto abbiamo una virata verso il rock, perché è un’iniezione più sanguigna, più sporca, più materica, molto lontana dai gusti tipici del pubblico gay.

Ti sei spinto oltre: Rosso, Oro e Nero è alquanto differente dai tuoi standard, da dove proviene?

È un adattamento italiano del brano Sabrina degli Einstürzende Neubauten (band tedesca del genere industrial), che mi ha sottoposto il mio arrangiatore, Keen. Brano diversissimo da quelli a cui il mio pubblico è abituato. Narra le dissimilitudini che si vengono a creare a volte in una coppia in cui un partner si rivolge all’altro dicendo: “vorrei che questo fosse il tuo colore, vorrei che questo fosse il tuo modo di vivere le cose”. Tuttavia, vi sono persone il cui colore è il nero, che tendono al basso, a stare costantemente male.

A proposito di rock, cosa ci dici della tua versione di Real Men (Uomini veri) di Joe Jackson, uno dei primi emblematici brani degli anni ’80 in cui si parla di desiderio omosex?

È un brano in cui ho cercato di mantenere il più possibile il senso letterale, anche se ho tagliato la parte relativa ai due ragazzi vestiti di pelle, perché rientravano in un immaginario di nicchia, uno stereotipo che richiama alla mente i locali di San Francisco negli anni ’80, forse poco capibile dalle nuove generazioni. Per cui ho preferito mantenere l’attenzione su un tema più ampio citando altri aspetti di questo desiderio recondito della voce narrante.

Da grande sarai frocio prende forma da un’idea di Fabio Canino. Com’è nata questa canzone?

Fabio venne ad un mio concerto a Roma e mi disse: “Ho un’idea per una canzone: Da grande sarai frocio”. “In che senso?”, gli risposi un po’ scioccato. La narrazione, spiegò Fabio, si riferisce ad un adulto che, indicando un bambino, afferma: “da grande sarai frocio”. L’ho trovata assolutamente geniale. Come affermo in un verso “non si può dire”, ma è innegabile che alcuni bambini siano “gay”, non in termini di attrazione sessuale, si intende, ma a livello di identità. Si può toccare con mano. Avete presente quell’amica che afferma: “ho portato mio figlio alla fiera del giocattolo e tanto ha detto, tanto ha fatto che ha voluto solo Barbie Sirena”…oppure: “quando abbiamo smontato l’albero di Natale mio figlio ha tolto le decorazioni e si è fatto un diadema”. Su YouTube ci sono migliaia di video con maschietti che si divertono ballando, muovendosi già come delle dive. Il taglio è estremamente ironico e autoironico – è chiaro che parlo di me medesimo quando al termine del brano dico: ci sono passato – ma è al contempo molto emotivo.

Un approccio differente rispetto ad altri brani di denuncia…

Si, estremamente divertente, ma non stupido o greve e al tempo stesso, intelligente ma non pesante. I brani di denuncia (contro l’omofobia o la violenza sulle donne, ad esempio) sono certamente da plaudire, ma non sempre sono piacevoli da cantare o divertenti da ascoltare perché il loro scopo primario non è questo. Questa canzone mantiene invece un tono canzonatorio, salvo poi verso il finale assumere dei toni veri, forti.

E il video?

Sarà un video semplicissimo, incentrato sul testo. Ho sempre amato girare video che ammiccassero alle grandi produzioni; questo invece sarà un’inquadratura unica a mezzo busto, in cui io lentamente passo da un personaggio all’altro interpretando sei stereotipi della cultura omosessuale: il bear, il fighetto, il radical chic, la favolosa stile Ibiza, la drag queen: penso divertente, insomma.

Rosico è idealmente legato a Fist Fucking e a Escort 25, in cui egoismo, scaltrezza e individualismo hanno la meglio in una società che esalta l’edonismo e l’arricchirsi facilmente come valori positivi. Reciti: “Tutti su tutto, ma ognuno per se”. Escort 25 risale a 5 anni fa ormai, non è cambiato nulla da allora?

No, anzi. Io non mi professo come colui che ha trovato l’illuminazione, però sono contento di certi aspetti del mio carattere. Ho la fortuna, traguardo al quale sono arrivato con il tempo, di apprezzare e godere di quello che posseggo, mentre il “rosicare” è l’incapacità di essere felici con ciò che si possiede guardando sempre gli altri; essere convinti che siano felici perché possiedono qualcosa di più. In tal senso non potrà mai arrivare un momento in cui ci dichiareremo contenti di noi stessi. Al giorno d’oggi permane l’incapacità di avere un atteggiamento grato nei confronti della vita.

Gli fa eco Disco Dildo, la conferma che Immanuel Casto vuole ancora divertirsi, o no?

Dove essere il titolo dell’album, ma non avrebbe reso giustizia emotiva al resto dei brani. È una canzone vecchio stampo, ricorda Anal Beat, stile anni ’80, molto Giorgio by Moroder dei Daft Punk. Essere bionde, divertimento in discoteca, sesso facile, è un momento di sfogo culturale.

Ivan Cattaneo (che è bergamasco come te) celebra quest’anno i suoi 40 anni di carriera, mentre 10 anni fa usciva il tuo primo Vento di Erezioni. Entrambi a modo vostro avete denunciato e descritto – a distanza di 30 anni l’uno dall’altro – il decadimento sociale, ma soprattutto l’ipocrisia che regna ancora sovrana in Italia… riusciresti ad individuare dei punti di contatto?

In diverse interviste ho citato Ivan Cattaneo per il suo personaggio, il modo di porsi, lasciando assieme ad altri autori un’eredità da me raccolta, consentendomi di essere la persona che sono oggi. Condivido il messaggio di Ivan, soprattutto per quanto riguarda l’ipocrisia che ancora impera in Italia. A tal proposito vi porto un esempio: abbiamo cercato di organizzare un tour promozionale nei negozi, in cui poter ascoltare il disco e firmare degli autografi. Abbiamo ricevuto un rifiuto non solo da parte di una grossa catena, ma addirittura da un circuito indipendente. Cioè sono disposti a vendere l’album, ma non vogliono ospitare l’autore. Io resto basito: vorrei capire cosa c’è in questo disco di così scabroso e inaccettabile per cui non si possa firmarne una copia. Ci si mobilita, giustamente, in campagne contro chi imbratta manifesti con la parola “frocio”, ma poi in concreto? Finché si tratta di postare un hashtag siamo tutti pronti, poi però l’ipocrisia è ancora lì, tutta.

Alcuni media enfatizzano il tuo personaggio come “trasgressivo”, puntando spesso su toni scandalistici che (ormai) lasciano il tempo che trovano. A noi pare che non sappiano o piuttosto non vogliano cogliere altri messaggi all’interno delle tue canzoni e dei tuoi video. Che parere ti sei fatto a tal proposito?

Mi reca abbastanza fastidio. Se è un trafiletto su un giornale scandalistico dove il lettore medio non è in grado di elaborare un certo tipo di significato, va bene, artista provocatorio lasciamolo… ma sinceramente io non mi considero un provocatore. Provocatore è chi si mette a tavolino e decide di dare fastidio a determinate persone. Io invece ho un’idea, un pensiero, qualcosa in cui credo e vorrei dare voce a tutti quanti la pensano come me. Non lo faccio con l’intento di dar fastidio a chi non la pensa come me. Poi ci sono persone che si sentono colpite dai miei testi, dal mio modo di pormi a allora si offendono molto velocemente…

Ammesso che tu sia un “trasgressivo”, cosa significa “trasgredire” nel 2015?

Obbiettivamente il concetto di trasgressione è diventato molto astratto. Cosa bisogna fare per trasgredire? Siamo abituati a tutto. L’unica trasgressione che intravedo oggigiorno è il coraggio di avere un pensiero autonomo.

Andando quindi contro corrente?

Non per amore di farlo, ma per il rispetto verso sé stessi. Mi riferisco anche al politicamente corretto nei confronti della cosiddetta sensibilità religiosa, per cui si presuppone che meriti rispetto a prescindere, a dispetto di certa stupidità espressa spesse volte. Ad esempio in Scientology la psichiatria è un abominio, mentre i cattolici hanno i loro dogmi, così come i musulmani, su cui non è possibile fare satira, perché abbiamo avuto prova della loro risposta, nel caso ci permettessimo di ironizzare sulla loro mitologia. Per lo stesso motivo io, che adoro il dio dei boschi, potrei chiedere il rispetto del colore verde. È un concetto ormai ammantato da millenni da quest’aura di rispetto. Il rispetto alla persona deve limitarsi invece alla sua libertà di credere a quello che vuole, ma lì finisce. Questa può essere una trasgressione: azioni che violino la dottrina di una persona per dimostrarle che non ha nessuno diritto di proibire comportamenti sulla base del suo credo o della sua mitologia.

Guardando alcuni video di giovani artisti gay italiani annotiamo purtroppo spesso la mancanza di messaggi che vadano al di là della canzonetta d’amore o lo scimmiottare icone famose. Perché secondo te c’è questa mancanza di “impegno sociale” in Italia?

Io credo abbia a che fare con lo spessore artistico. Alcuni mi citano dichiarando: “quello parla di spessore artistico, quando nei suoi brani tratta di pompini e inculate?”. Vero, perché parlo anche di quelli, però mi esprimo in tutta autonomia e a volte scrivo brani volutamente goliardici, tipo Tropicanal. Tuttavia credo di avere un’integrità artistica, dei contenuti, un universo valoriale in cui la gente si possa ritrovare. Ricevo stima da parte dei fan soprattutto per le quanto canto e scrivo. Artisti più famosi e bravi ricevono consensi per le loro belle canzoni, cui però manca quel qualcosa… però elaborano un prodotto che funziona con il loro pubblico. È una constatazione, non un giudizio.

Alcuni anni fa su queste pagine affermasti l’importanza dei Pride, perché l’omologazione non fa bene alla comunità LGBT. Non credi che con lo Human Pride di quest’anno, in cui ci dichiariamo tutti uguali perché umani, rischiamo un appiattimento, omologandoci alla massa?

Non credo che vi sia un rischio concreto, può essere una tendenza. Posso dire che giudico positivamente la costante crescita di partecipazione di eterosessuali ai Pride. Potrei non essere d’accordo che la bandiera rainbow rappresenti gli esseri umani, però credo possa rappresentare la diversità in generale, la lotta di tutti coloro che non accettano di essere discriminati perché non hanno o hanno caratteristiche differenti rispetto a quelli che appartengono alla maggioranza, che sono discriminati a livello giuridico sulla base di mentalità medievali o precetti religiosi. Questo è inaccettabile. Perché se si volesse scavare a fondo nelle tesi di un omofobo, o di chi è contrario all’allargamento dei diritti per le persone dello stesso sesso, alla fine c’è sempre il dogma religioso, non una motivazione razionale.

Un po’ come nel film Pride, gay e lesbiche a fianco dei minatori per combattere le ingiustizie…

Mi fa piacere che molti eterosessuali sentano loro questa causa, ma è chiaro che l’identità non debba andare perduta: non sopporto taluni gay quando affermano che a noi sono negati i diritti perché ai Pride sfilano le drag queen o i ragazzi a petto nudo. Questo significa che meritiamo di essere accettati nella misura in cui ci possiamo spacciare per eterosessuali? Invece il Pride è una celebrazione di tutta la cultura omosessuale, anche nel suo folklore. Ognuno merita di essere accettato per quello che è.

Come mai hai affidato ad un cultore del black metal e dell’esoterismo come Max Ribaric la tua biografia e soprattutto perché si intitola “Tutti su di me” e non “Trentadue anni e un botta e risposta con lo zio Pino”?

(Ride, ndr.) Tutto nasce dall’editore Tsunami che si occupa soprattutto di biografie relative a musicisti appartenenti al black metal, quando uno degli autori propone di realizzare un libro su di me. Max è un mio fan, per questo motivo ha svolto un lavoro accuratissimo dal punto di vista storico, raccogliendo informazioni dal mio primo sito e materiale che io non ricordavo assolutamente. Ha lavorato autonomamente e però c’è una buona parte di intervista al sottoscritto in cui racconto vari retroscena, aneddoti o la nascita di taluni progetti. Ne è uscito un ritratto divertente. Il primo capitolo recita: “Il bello è la rappresentazione del bene morale”. Immanuel Kant. E prosegue: “È vero, sono biondo e ho un corpo perfetto”. Immanuel Casto

Com’è andata la tua indagine sociologica sul tema “Gli uomini preferiscono le stronze” e delle cosiddette tecniche di seduzione incentrate sul non farsi sentire, che hai lanciato dalla tua pagina Facebook?

È un argomento molto personale; mi sono trovato spesso in questa situazione. La risposta è stata quasi unanime nell’affermare “è una cagata!” che il non farsi sentire sia un’incredibile tecnica di seduzione. Innanzitutto perché secondo me non esistono tecniche, ognuno è fatto a modo suo. Cercare di valutare, studiare l’interesse di un’altra persona sulla base dei messaggi che manda e di quando li manda quando siamo fatti tutti in maniera diversa, lascia il tempo che trova. Conta ciò che si prova quando si è insieme. Contano i fatti innanzitutto. Se è vero che una componente del desiderio umano sia il volere ciò che non possiamo avere, però, seriamente, vogliamo costruire un rapporto basandolo su questo? Non avrebbe senso perché prima o poi otterremo quella “cosa” e smetteremo di volerla. Il non farsi sentire può funzionare su persone che vogliono quello che non possono avere. Sono persone che è meglio perdere che trovare.