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“A cosa serve la storia?” Con questa domanda provocatoria Lorenzo Bernini, del centro Politesse di Verona, ha inaugurato il primo congresso di storia LGBTqi mai tenuto in Italia, svoltosi presso l’Università di Verona il 21 e 22 settembre scorso, col titolo “Tribadi, sodomiti, invertite e invertiti, pederasti, femminelle, ermafroditi… Per una storia dell’omosessualità, della bisessualità e delle trasgressioni di genere in Italia”.
Il rifiuto di parlare della storia delle persone omosessuali, bisessuali e trans è stato fino a oggi in Italia un riflesso del rifiuto di prenderle in considerazione in quanto gruppi sociali, che come tutti i gruppi hanno un percorso che viene dal passato e va verso il futuro. Gli omosessuali sono al massimo cronaca (anzi, cronaca nera) ma non hanno passato e soprattutto non hanno futuro, a differenza degli eterosessuali che invece spingono la loro storia indietro fino ad Adamo ed Eva e credono che il futuro appartenga soltanto a loro.

Ebbene: la storia “serve” a ricordare quello che un gruppo di persone ha fatto (e ha subito!), e a capire quello che è diventato col passare del tempo, e quindi serve a intuire cosa potrà forse diventare. Ognuno di noi, senza eccezioni, è quello che è perché lo è diventato, attraverso esperienze personali e attraverso influssi esterni. Ognuno di noi è la propria storia. E ogni gruppo sociale è la sua storia comune. Voi che state leggendo queste righe le capite perché a un certo punto delle nostre storie personali sia voi che io abbiamo imparato la lingua in cui è scritto. Se non avessimo avuto questo pezzetto di storia in comune, semplicemente non ci capiremmo.

Lo stesso avviene per la nostra omosessualità: se non avessimo messo in comune alcuni aspetti della nostra vita (non solo il nostro modo di vedere le cose ma anche, letteralmente, i nostri corpi) ora non staremmo qui a parlarci.
Dunque, la storia serve a sapere chi siamo, ma soprattutto per quale motivo lo siamo, in quanto lo siamo diventati.
Il mondo accademico è stato per quarant’anni in Italia uno degli ambienti più chiusi al cambiamento verso la realtà omosessuale, con la sola eccezione di quello giuridico, che ha sdoganata la ricerca sul tema già da una decina d’anni, grazie soprattutto all’opera instancabile di Rete Lenford. Il fatto che un’università (quella di Verona) abbia ospitato un incontro di questo tipo è allora il segnale positivo che è in corso un’evoluzione sociale e soprattutto culturale.

Conferma questa evoluzione la pubblicazione in Italia di almeno cinque libri di storia gay negli ultimi tre anni (mai così tanti e tutti assieme, in passato) nonché la crescita del numero di studenti e dottorandi che stanno scegliendo temi di storia LGBT per le loro tesi.
Insomma, al di là del fatto che la storia interessi o non interessi chi mi sta leggendo, resta il fatto che da, diciamo, cinque anni in qua una barriera è caduta nel mondo della cultura italiana e nella società. Con l’eccezione del solo mondo politico, la società italiana sta infine accettando l’idea che le persone omosessuali costituiscano una realtà sociale, e quindi che sia logico e legittimo interrogarsi sulla storia e sul destino di tale realtà.

Ultimo dettaglio interessante: l’incontro di Verona ha visto la collaborazione fra esponenti “tradizionali” della storia gay come me, ed esponenti di punta del pensiero queer (sia pure della sua versione “dialogante” e non di quella “delirante”), come appunto il padrone di casa Lorenzo Bernini, cosa per niente scontata fino a qualche anno fa. Anche questo, io penso, è un segnale di un’evoluzione in corso (questa volta nel mondo LGBT), che come spesso avviene sta accadendo sottotraccia, lontano dai riflettori. Certo, durante il convegno due o tre “star” queer non hanno rinunciato ai loro soliti show di “prestidigitazione” verbale, in cui non hanno detto assolutamente nulla che c’entrasse col tema dell’incontro; tuttavia ciò è stato compensato dal fatto che gli altri interventi hanno proposto solida ricerca storica, fatta a partire dai documenti e dalla loro analisi, e non esibizioni di pomposità.
All’incontro era presente un pubblico ampio, in parte costituito da esponenti del movimento LGBT (non solo veronese); tuttavia sia fra il pubblico che fra i relatori erano presenti molte persone eterosessuali. E se in passato la Società italiana delle storiche aveva già organizzato almeno due o tre convegni sulla storia lesbica, qui infine la tematica è stata affrontata in modo complessivo, oltre tutto con uomini che hanno parlato di tematiche lesbiche e donne che hanno parlato di tematiche gay. La vecchia compartimentazione è quindi silenziosamente caduta.

Purtroppo molti dei relatori hanno dovuto lamentare le chiusure e le difficoltà opposte dal mondo accademico italiano a chi voglia fare ricerca su questi temi (di solito chi lavora in questo campo lo fa a proprie spese e non sempre ottiene il riconoscimento che meriterebbe per averlo fatto, tanto che è sempre più comune che gli storici italiani pubblichino all’estero, o vadano a insegnare fuori Italia), ciononostante sorprende la qualità e serietà della ricerca dei giovani dottorandi, che lascia ben sperare di essere alla vigilia di un’esplosione di studi che rivoluzionerà quello che noi pensavamo di sapere della nostra storia.

Oggi infatti diamo per scontate troppe cose su quello che “gli omosessuali sono sempre stati”, ma soprattutto su quello che “l’Italia è sempre stata” (con l’aggiunta, di solito, di un “e sempre sarà!”. Due affermazioni entrambe false e sbagliate).

Passando alle relazioni, Clorinda Donato ci ha raccontato di un discorso tenuto nel Settecento in una “ragunanza” accademica per sostenere che l’amore fra uomini ha la stessa dignità, e merita di essere cantato dai poeti, quanto quello di Dante per Beatrice, facendoci scoprire un’Italia d’Ancien Régime molto meno chiusa al dibattito di quanto ci avessero insegnato. Marc Schachter ci ha mostrato che la parola “trìbade” (un modo antico per denominare le donne lesbiche) in Italia era in uso fin dal Quattrocento, e che quindi il dibattito sul tema è molto più antico di quanto non si pensi. Francesco Lepore ha mostrato una capacità vertiginosa di giostrare con centinaia di documenti editi e inediti del Vaticano nell’analizzare l’evoluzione della posizione cattolica in epoca premoderna.

Vincenzo Lagioia ci ha raccontato di come le prodezze omosessuali dell’ultimo sovrano della dinastia de’ Medici, Giovan Gastone, ci siano state tramandate minuziosamente da cronisti che non lo facevano disinteressatamente, ma puntavano a screditare la dinastia defunta per esaltare quella nuova, i Lorena. Charlotte Ross ha palesato come attorno a un romanzo a carattere lesbico d’inizio secolo, L’eredità di Saffo (1908), si muovesse un ricco fermento di donne scrittrici e giornaliste, anche queer, che ancora una volta dimostrano che l’Italia è sempre stata meno bigotta di quanto non la dipingano, non disinteressatamente, le destre. Tommaso Scaramella ha delineato una Venezia seicentesca e settecentesca nella quale la filosofia del libertinismo apriva inattesi spazi di tolleranza e autogiustificazione.

Marco Reglia ha anticipato stralci (a tratti esilaranti) della sua ricerca negli archivi di polizia della Trieste asburgica. Yuri Guaiana ha ripercorso la tragedia di Giarre, da cui ebbe impulso la nascita di Arcigay. Stefania Voli ha ripercorso la vicenda della battaglia del MIT per la legge sulla riattribuzione di genere in Italia.

Per farla breve, la storia ci racconta di un’Italia che non è mai “stata sempre così”, ossia non è sempre stata quell’Italia bigottona che Mauro Giori ci ha raccontato attraverso i documenti della censura democristiana del dopoguerra contro l’apparizione di personaggi omosessuali nel cinema e nel teatro. Come tutti i Paesi ha avuto momenti di tolleranza e ondate di bigotteria e repressione, non sempre endogene, se è vera la ricostruzione di Dario Petrosino che ha scoperto inquietanti coincidenze fra i massimi picchi di repressione dell’omosessualità nel XX secolo e le campagne di “moralizzazione” lanciate dall’Interpol.

Altri interventi hanno spaziato da San Tommaso d’Aquino alle monache lesbiche, dalle bolle papali del Rinascimento alla nascita dei primi gruppi gay cattolici: troppo numerose per essere elencate tutte, possono comunque essere ascoltate online sul sito di Radio Radicale, cercandovi il titolo del convegno “Tribadi, sodomiti, invertite e invertiti”.