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I californiani, nel novembre 2016, dovranno votare per un referendum che obblighi l’industria cinematografica porno che risieda nello stato a far usare sempre i preservativi nei propri film. A una prima lettura sembrerebbe un lodevole e amorevole, seppur ingenuo, tentativo di arginare l’infezione da HIV. Come quando vennero chiusi i bagni turchi, vero luogo di aggregazione gay, in un periodo in cui ancora la polizia non era amica ma persecutrice, sempre con la scusa dell’AIDS.
La raccolta di firme per chiedere questo referendum è stata fatta da Michael Weinstein, presidente della AIDS Healthcare Foundation di Los Angeles, che già era riuscito a far passare la stessa legge nella sua contea nel 2012, determinando un crollo dell’industria del settore del 90%. La giustificazione data per queste iniziative è che ogni lavoratore, in qualsiasi campo, deve avere diritto alla sicurezza sul lavoro. Affermazione pretestuosa, se si considera che l’ultima infezione con HIV di attori porno si ebbe nel 2004. Ma ancor più pretestuosa se si considerano i progressi della prevenzione, che all’uso di condom, e di barriere elastiche varie, ha affiancato la terapia altamente attiva, che rende poco infettivi i sieropositivi che la assumono (la HAART), e la terapia preventiva (la PrEP, non ancora autorizzata in Europa) che con poche pillole, annulla il rischio residuo dell’uso del condom, ma che già da sola dà una notevole protezione. Pretestuosa perché vorrebbe significare che il comportamento sessuale delle persone è mutuato dagli accoppiamenti dei film porno.
Michael Weinstein, che è fra i promotori nel 1987 della fondazione di lotta all’AIDS di cui è presidente, non è nuovo a iniziative contestate anche da gruppi gay e attivisti. Egli è infatti contrario alla PrEP, non adducendo motivazioni scientifiche per questa convinzione, e ha provocato molto scandalo chiamando questa nuova risorsa party drug, farmaco per fare festini, stigmatizzando il fatto che secondo lui permetta anche di fare sesso promiscuo. Anziché festeggiare il passo in avanti nella prevenzione, ha usato il suo potere, e i soldi dell’associazione, per combattere la terapia con motivazioni moralistiche. Ma egli è anche contrario alle app di incontri, che combatte con grandi affissioni stradali in cui le accusa di essere la causa dell’aumento delle malattie sessuali. È anche contrario alla ripartizione del bilancio della spesa sanitaria decisa da Obama, nonostante quanto da lui fatto per la salute dei più poveri. A causa di queste scelte aggressive nei confronti di alcune realtà gay, l’anno scorso è stata fatta, pur senza successo, una petizione perché abbandonasse l’associazione che presiede, per incompatibilità con gli scopi della stessa.
Prima di continuare serve fare il punto su cosa sia oggi la PrEP, per la sua novità, per la sua complessità e per i pareri contrastanti, e a volte violenti, che provoca.
Da quando si è scoperto che associando più farmaci si otteneva una terapia efficace che uccideva il virus in circolo, si è capito che questo non fosse sufficiente per una guarigione definitiva, perché il virus si nasconde ai farmaci e continua a riprodursi nel corpo. Ma si è pensato, e quindi sperimentato, che se al momento dell’infezione si fosse assunta la terapia, per un certo periodo di tempo, i farmaci avrebbero ucciso il virus in circolo nel sangue prima che questo riuscisse a nascondersi in quelle che vengono appunto chiamate “riserve”. Sperimentato che funzionava, con la ricerca si sono scoperti i parametri minimi necessari per la protezione ed è stata quindi standardizzata la procedura. Per chi era pensata la PrEP? Principalmente per il personale sanitario, che fra aghi infetti ed emorragie improvvise ha patito molte infezioni, ma anche per altre evenienze, per qualsiasi caso di contatto accidentale con materiale infetto, anche nei rapporti sessuali. A quel momento la profilassi consisteva nell’assunzione entro le 24 ore della terapia più efficace in commercio, assunzione che doveva prolungarsi per un mese.
Ma se questa terapia funzionava, avrebbe funzionato anche in maniera preventiva. Cioè, se una persona assume la terapia, può fare sesso senza preservativo pur restando protetto dall’HIV. Quest’uso ludico non è mai stato né pubblicizzato né permesso ufficialmente. E i farmaci non erano, e non sono, neppure in libera vendita. Non se n’è fatta pubblicità perché si è temuto che se si fosse conosciuta questa possibilità, delle persone avrebbero potuto recarsi in ospedale denunciando falsamente di aver avuto un incidente col preservativo con un partner positivo, farsi prescrivere la costosa terapia gratuitamente, e alla sera andare a fare sesso in libertà. Non ho mai avuto notizie che questo sia successo, anche perché le terapie dell’epoca avevano importanti e fastidiosi effetti collaterali. Ma il motivo per cui nessuno ha insistito per approvare questa prima PrEP, non era solo di carattere economico, si temeva soprattutto che si sarebbe potuto creare un super virus resistente a ogni farmaco, similmente a quello che accade coi batteri con l’uso indiscriminato degli antibiotici.
La ricerca per fortuna va sempre avanti, per cui oggi si è determinato che una pillola, il Truvada (che contiene due principi attivi, neppure troppo recenti), è la terapia sufficiente, e che il trattamento non deve durare un mese ma solo tre giorni, il tempo necessario per eliminare il virus in circolo ed evitare l’infezione. E che non si creano ceppi resistenti. La PrEP va assunta senza abbandonare l’uso del condom, del quale annulla il rischio residuo, e non si sostituisce al suo uso. Ciascuna prevenzione ha una piccola percentuale di rischio, con l’uso combinato i rischi diventano improbabili.
Chi si oppone a questa nuova arma, o lo fa con argomenti superati, per esempio paventando resistenze, assunzioni a vita, costi esorbitanti, effetti collaterali devastanti, oppure per questioni di principio, perché esistendo il preservativo, secondo loro non è etico usare i farmaci per avere una maggiore libertà, oppure perché avendo un certo costo i poveri non potranno accedervi e la disparità di cura fra ricchi e poveri non è eticamente accettabile. Hanno addirittura coniato il termine offensivo Truvada whore, “puttana da Truvada”, per chi ne fa uso per avere maggiore libertà nel sesso, assumendo la terapia al posto dell’uso del preservativo. Solo negli eterosessuali contro i gay avevo visto tanta violenza e desiderio di offendere e danneggiare l’altro.
Permettetemi di fare una considerazione personale: ogni mezzo che potrà effettivamente far diminuire le infezioni sarà il benvenuto.
Dopo aver letto tutte queste notizie e interviste sulla stampa o sui blog d’oltreoceano, ho chiesto ai miei contatti statunitensi che ne pensassero di questo referendum californiano per obbligare l’uso del preservativo nei film porno, con mio stupore nessuno di loro ne era a conoscenza, ho chiesto allora che cosa pensassero loro della PrEP e su questo erano invece tutti informati, concordemente fiduciosi, quasi trionfali, mi hanno portato l’esempio positivo del governatore di New York, Andrew Cuomo, che con la PrEP spera di far crollare le infezioni in città, ma hanno bollato come sciocchezze il fatto che fosse un incentivo al “peccato”. Mi ha colpito molto che fossero tutti assai ferrati sui meccanismi d’azione della terapia, non ne erano fruitori passivi.
Per sapere che ne pensassero i gay italiani della PrEP ho approfittato allora di Facebook per fare domande nei post in cui si trattava seppur marginalmente l’argomento. Ho avuto la sgradevole impressione che la maggioranza in Italia sia contraria.
Indagando più a fondo ho scoperto che nessuno era a conoscenza delle nuove linee guida, tutti erano fermi al passato remoto, pur esprimendo con certa veemenza i propri pareri. Nessuno era disposto a leggere i report più recenti in materia prima di continuare la discussione. Ma neppure il portarli a conoscenza delle recenti linee guida, neppure spiegando che nel 2014 anche l’OMS lo raccomandasse in certi casi, faceva loro cambiare opinione. E nei commenti ritornavano in modo ricorrente i termini “puttana”, “zoccola” per definire chi ne facesse uso. Neppure messi davanti all’ipotesi di casi particolari, come una coppia sierodiscordante, oppure persone a rischio di stupro, come nelle carceri, o per i prostituti, hanno cambiato opinione, i fatti dicono che per chi è contrario non esistono ragioni per cambiare parere, per loro si deve usare il preservativo, e deve bastare quello, rimarcando soprattutto i costi.
Perché si sappia, la pastiglia giornaliera di Truvada costa attualmente 25 euro, ma sta scadendo il brevetto e forse in futuro si troverà come generico a pochi euro. Per la PrEP che protegga da una notte di sesso, per esempio in situazioni in cui non si può avere il controllo su tutto, bastano quattro pastiglie. Ma se anche guardiamo a un prostituto, cosa costerà di più al Servizio Sanitario, dieci anni di una semplice terapia, cioè per tutto il periodo che resta in attività, o una intera vita di esami, cure aggiornate, ed esami e cure per malattie opportunistiche? Ma soprattutto, chi decide quale è il genere di comportamento sessuale che merita assistenza dallo Stato, oppure quale comportamento merita invece solo riprovazione e stigma? Perché il ragazzo che vuole divertirsi una notte in dark room è una puttana che non merita di essere protetta, mentre una coppia che facesse sesso coniugale, ne avrebbe invece diritto? Alcuni vorrebbero imporre le loro discriminazioni basandosi sui loro convincimenti religiosi, come spesso è accaduto nella storia. Oppure che l’attuale rivendicazione al matrimonio egualitario ci abbia trasformato tutti in bacchettoni sessuofobi?
La peggiore sorpresa è stato scoprire in più post su Facebook di frequentatori di Grindr (la app gay usata soprattutto per incontri sessuali), che esistono persone che non solo sono contrarie per principio alla PrEP, ma che contemporaneamente criticano aspramente i sieropositivi che vadano in cerca di sesso. Persone che vorrebbero che i sieropositivi fossero obbligati per legge a dichiararsi tali, persone che vorrebbero che fosse loro vietato l’ingresso nelle dark room. Persone che non conoscono i dati epidemiologici, persone che non sanno che sono quelli come loro, quelli che si credono sani, coloro che faranno progredire l’epidemia, con le loro false sicurezze, e il loro decidere a occhio se usare i preservativi o meno, e non i sieropositivi negativizzati perché in terapia, o chi userà la PrEP per riprendersi quella spensieratezza che l’AIDS si era portata via.
Lo stigma continua, l’ignoranza continua.