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Lo studio LATTE 2 è stato finanziato da quattro case farmaceutiche (GSK, Pfizer, Shionogi e Janssen) che insieme rappresentano circa un quarto del mercato mondiale di farmaci antiretrovirali e si è svolto in cinque Paesi (Stati Uniti, Canada, Francia, Germania e Spagna) a partire da aprile 2014, coinvolgendo 309 persone. Sono state reclutate persone sieropositive che non avessero ancora cominciato una terapia e nella prima fase (di 20 settimane) sono state trattate con una “ordinaria” combinazione di quattro farmaci antiretrovirali per via orale, di cui uno (cabotegravir) ancora in fase di sperimentazione. Le terapie antiretrovirali sono sempre composte da almeno tre principi attivi differenti, in modo da agire contemporaneamente sulle diverse fasi della vita del virus HIV. Per il 93% di loro la terapia ha raggiunto l’obbiettivo desiderato: ottenere la soppressione della carica virale, ossia raggiungere una concentrazione della quantità di virus nel sangue non rilevabile per gli strumenti di diagnostica, sintomo pressoché dell’arresto della progressione della malattia.

Queste sono quindi passate alla seconda fase dello studio (di 96 settimane) e sono state divise in tre gruppi: il primo ha continuato la terapia per via orale, il secondo è stato trattato con uno dei farmaci di già provata efficacia (rilpivirina) e il farmaco in sperimentazione (cabotegravir) in formulazioni a lunga durata via iniezioni intramuscolo ogni otto settimane, mentre il terzo ha ricevuto gli stessi due farmaci via intramuscolo (con una iniezione) ogni 8 settimane. Al momento, dopo 32 settimane di terapia per tutti i pazienti, la soppressione virale è stata mantenuta dal 91% degli appartenenti al primo gruppo, dal 94% del secondo e dal 95% del terzo, mentre 10 persone si sono ritirate dallo studio per le controindicazioni, principalmente per il dolore nel punto dell’iniezione.

Apparentemente non vuol dire molto, ma questo potrebbe avere notevoli conseguenze. Ne abbiamo discusso con Giulio Maria Corbelli, gay e sieropositivo, membro del consiglio direttivo di Plus onlus e parte del network europeo di attivisti European AIDS Treatment Group.
Cominciamo dalle possibili conseguenze cliniche. Secondo lui questa rappresenta “una delle novità più interessanti nel panorama della terapia per l’infezione da HIV”. E continua: “Ci sono molte persone che per vari motivi hanno difficoltà a prendere delle pillole ogni giorno e sappiamo che non seguire correttamente l’assunzione dei farmaci è il principale motivo per cui la terapia contro l’HIV può smettere di funzionare. Certo, si tratta di iniezioni e non di mandare giù qualche pillola, ma le priorità delle persone possono essere diverse: conosco molte persone con HIV che non sono minimamente interessate a passare a formulazioni di lunga durata da iniettare, mentre altre – e io stesso – le trovano interessanti e sarebbero pronte a provarle”. In ogni caso rimangono necessari ulteriori studi, specialmente riguardo alle conseguenze dell’interruzione di questo tipo di terapie.
Più difficile fare previsioni riguardo le conseguenze sociali. Purtroppo “non sarà un farmaco a risolvere i problemi di stigma nei confronti di chi vive con l’HIV, mentre le terapie hanno fatto passi da gigante, i problemi di accettazione sociale sono per la maggior parte ancora tutti lì”. Mentre da una parte potrebbe essere più facile nascondere la propria sieropositività (e i relativi farmaci) se la terapia avviene una volta ogni uno o due mesi, prendere una pillola è più facilmente mascherabile che farsi un’iniezione.

Sul lato pratico, il problema di una loro introduzione in Italia sarà il prezzo, che sarà determinante per la loro effettiva disponibilità. Oggi infatti “in alcuni centri, soprattutto alla fine dell’anno solare, i farmaci antiretrovirali vengono ‘razionati’ per motivi di budget, in certi casi, per fortuna limitati ma gravissimi, il controllo della spesa sta diventando più importante della salute delle persone”. Qui viene in rilievo anche il problema del mercato nero dei farmaci antiretrovirali, la cui dimensione è oggi difficilmente stimabile. Attraverso questi canali sono disponibili le formulazioni generiche, non i farmaci ufficiali, a un prezzo più basso e “nel caso delle formulazioni a lunga durata è necessario stare ancora più attenti e non fidarsi”.

Prendendo una prospettiva un po’ più ampia, oggi è possibile rilevare che in molti Paesi, più o meno sviluppati, “molte persone con HIV hanno enormi difficoltà ad accedere ai servizi sanitari e in alcuni casi i centri clinici non riescono ad avere sufficienti farmaci contro l’HIV, così che le persone sono costrette a interrompere o a cambiare la terapia, in tal caso può essere importante avere delle formulazioni che rendano più facile assumere correttamente i farmaci”. Il problema fondamentale è il rifornimento, ma non solo: “se i governi non considerano una priorità fermare la diffusione dell’HIV con dei programmi di trattamento completi e campagne di prevenzione efficaci, continueremo a cercare di svuotare l’oceano con un secchiello, e questo vale anche per l’Italia”.