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Se applicassimo il “metodo Gabanelli” anche per i prodotti culturali, come per le industrie alimentari o per le banche, la domanda nascerebbe spontanea: siamo così sicuri che i contenuti lgbt di film, telefilm e cartoni animati stranieri che vediamo in edizione italiana al cinema o in tv vengano rispettati?

Quando il piccolo schermo era solo analogico e ci si doveva accontentare di quel che passava il convento, molta della censura antigay più sottile è passata inosservata; almeno fino a quando il taglio brutale delle scene di baci e sesso tra Heath Ledger e Jake Gyllenhaal della versione  di Brokeback Mountain andata in onda su Raidue nel 2008 non ha fatto capire anche agli spettatori più distratti che non fosse il caso di fidarsi troppo dei dirigenti della tv di Stato.

Oggi che il moltiplicarsi delle piattaforme televisive ha rivoluzionato la fruizione dei prodotti d’intrattenimento, culminando proprio lo scorso ottobre nello sbarco sul suolo italico di Netflix (ossia: paghi un abbonamento mensile e vedi dal web quel che vuoi, quando vuoi), ci siamo chiesti quanto ancora sia diffuso il travisamento omofobo della fiction, considerando che nel frattempo è diminuito il pubblico delle tv generaliste finanziate dalla pubblicità (e dal canone), frammentato nei mille rivoli dell’offerta audiovisiva su satellite, digitale free e pay e streaming; ed è cresciuto, per contro, il ruolo attivo e propositivo degli spettatori, compresi quelli che adattano e traducono personalmente le loro serie più amate grazie al fansub e al fandub (sottotitoli e doppiaggi amatoriali).

Vantando esperienza di entrambi i comparti, a Fabrizio Mazzotta, doppiatore, direttore di doppiaggio, autore teatrale e di fumetti, gay dichiarato – noto al grande pubblico per essere la voce di Krusty il clown ne I Simpson abbiamo chiesto se le nuove piattaforme tv consentano maggior libertà di espressione dei contenuti rainbow rispetto ai canali tradizionali.

«In linea di massima non vedo grosse differenze. C’è sempre timore a esprimere determinati messaggi: in alcuni casi si censura, in altri si cerca di “annacquare” battute o situazioni. Credo che ci sia un certo retaggio culturale che dà per scontato che una parolaccia sia troppo forte per il pubblico. Sicuramente questi timori li hanno più le tv in chiaro, anche quelle che fino a pochi anni fa erano considerate capaci di comunicare a un pubblico moderno».

Fabrizio da anni è portabandiera delle associazioni che si oppongono alla censura nei cartoni animati: «Nel mio lavoro non noto arretratezze esagerate: nella maggior parte dei casi c’è “ignoranza in buona fede”. Alcuni adattatori non concepiscono la differenza di target tra i vari disegni animati o sono rimasti ai film Disney anni Cinquanta. A volte bisogna ripristinare il linguaggio che l’autore voleva dare alla serie e in ogni caso dipende dai funzionari di rete o dal committente: fortunatamente quando mi càpita di lavorare per il mercato home-video, dei cartoni giapponesi non si censura nulla. In questo periodo sto dirigendo il doppiaggio e adattando i dialoghi di film e serie per Netflix, sicuramente più libero da imposizioni: anche quando il contenuto è particolarmente crudo, niente viene modificato».

A proposito di animazione, Mazzotta è d’accordo con Wally Rainbow quando dal suo blog (http://lightelf.blogspot.it/) che analizza i temi lgbt della cultura pop afferma che i cartoni giapponesi sono spariti dalla tv generalista anche a causa dei loro contenuti “difficili” – compresi quelli omosessuali – che non possono essere più edulcorati come un tempo, pena la sollevazione degli appassionati.

«Tuttavia ho dei dubbi sul reale interesse dei fan, che sono una fetta minima per il target pubblicitario. Quando succede un caso come l’imbarazzante trattamento riservato da Italia Uno alla nuova serie ambientata nel Belpaese di Lupin III – dopo i primi episodi rimaneggiati in prima serata è stata relegata a tarda notte perché non adatta per il pomeriggio, dove gli spazi pubblicitari sono più appetibili – non c’è stata nessuna sommossa popolare, a parte qualche lamentela nei forum specializzati; gli appassionati sono di gran lunga numericamente inferiori rispetto al pubblico dei bambini per i quali, tutto sommato, una serie vale l’altra».

E coi cartoni giapponesi dove non è insolito trovare personaggi omosessuali o che si travestono da donna, come si procede? «Mi è successo di trovare la connotazione di “pervertito” che io, naturalmente, ho modificato. Nel caso invece del telefilm Queer as folk, del quale ho curato l’adattamento Italiano di molte puntate su Jimmy TV, non è mai stato modificato nulla, anche perché censurare la tematica gay in una serie tv che parla di una comunità gay sarebbe stato assurdo».

Fabrizio ricorda inoltre l’adattamento italiano piuttosto ottuso di una telenovela molto famosa in Argentina «con protagonisti ragazzi che si innamoravano, si baciavano, facevano sesso: erano immersi nella realtà quotidiana. Qualcuna aveva il timore di essere rimasta incinta, qualcun altro si prendeva le piattole. Tutto questo fu modificato: se una ragazza aveva le mestruazioni diventava un comune mal di pancia; poi non era neanche immaginabile nominare le piattole in un programma pomeridiano rivolto a un pubblico di adolescenti. Addirittura parole come “gay”,

“bacio” e “sesso” erano eliminate. E dire che il programma non andava in onda su reti generaliste! Forse il network doveva fare i conti con associazioni di genitori e politici e per evitare grane è stato costretto a mettere dei paletti».

Mazzotta non ha potuto verificare se questo tipo di adattamento sia dovuto a una condotta più restrittiva rispetto al passato assunta dall’Autorità Garante per le Comunicazioni (AGCOM). C’è da dire però che il meccanismo che regola le controversie in fatto di censura in tv –  messa in atto in nome di una superiore “tutela della sensibilità dei minori” – è alquanto discutibile, visto che le emittenti si vedono comminare sanzioni pecuniarie assai pesanti anche in seguito a semplici segnalazioni di associazioni di genitori per lo più di ispirazione cattolica (come il famigerato Moige), con l’Authority a ricoprire contemporaneamente il ruolo di accusatore e giudice.

E a nulla valgono le proteste dei dirigenti “illuminati” quando fanno notare che, soprattutto per quanto riguarda l’animazione giapponese, non di prodotto per bambini si tratta ma più spesso di serie per adolescenti, ragazzi e adulti costrette a passare attraverso le maglie strettissime della censura italiana solo perché, dalle nostre parti, se dici “cartoni animati” dici “infanzia”. Per cui la politica di questi dirigenti alla fine diventa: «piuttosto che non farlo vedere, lo faccio vedere censurato», come ha ammesso in un’intervista di qualche tempo fa Fabrizio Margaria, responsabile delle trasmissioni per ragazzi delle reti Mediaset fino al 2012.

E alle farneticazioni di psicologi da salotto (tv) e genitori paranoici che gradirebbero mettere all’indice questa o quell’altra serie “perché può determinare devianze nel comportamento sessuale dei bambini” (accusa rivolta nel 1997 dalla dottoressa Vera Slepoj contro la celeberrima Sailor Moon), non resta che tagliare brutalmente dialoghi, sequenze o interi episodi degli anime incriminati, oppure rassegnarsi a pagare le multe quando Moige e AGCOM ritengono che si sia violato il Codice di Autoregolamentazione sottoscritto dalle emittenti a partire proprio dal 1997.

«L’esempio che porto sempre è quello di Dragon Ball», prosegue Margaria citando l’ammenda su una delle serie umoristico-avventurose per ragazzi più amate sia dal pubblico giapponese che da quello italiano. «C’è una scena in cui un killer ammazza due vecchietti per strada. Abbiamo pagato centomila euro! Il Giappone ha una cultura completamente diversa dalla nostra riguardo molti tabù, in tantissime serie c’è l’ammiccamento alla gonnellina corta, che viene vista in maniera comica: noi purtroppo paghiamo il “Disney Style”».

«Al doppiaggio non abbiamo a che fare con associazioni cattoliche», commenta sollevato Fabrizio Mazzotta. «Se non nel mio lavoro, di certo noto un clima culturale generale ancora più arretrato rispetto ad anni fa, ma questo coinvolge tutta la società. Può darsi che quelle associazioni vedano farsi terra bruciata attorno – il progresso, anche se lentamente, avanza! – e cercano con disperazione di fare ciò che possono, anche inventandosi fantomatiche teorie “gender”. Il guaio è che nel ventunesimo secolo si abbia ancora questo atteggiamento retrivo e anacronistico verso un prodotto televisivo – cartone, film o telefilm che sia – che, di fatto, narra una storia, un’espressione artistica nata dalla mente di autori. Un prodotto culturale che può piacere o meno, che può essere di qualità oppure no. Edulcorarlo, però, appare una mossa provinciale e patetica. Io credo che i ragazzi siano molto più all’avanguardia delle associazioni come il Moige, o dei funzionari tv. Se poi c’è una corretta educazione in famiglia, il problema di queste imbarazzanti censure neanche si pone».

Alla traduttrice lesbica Grazia Maietta, specializzata nel lessico omosessuale e la traduzione di termini specifici dall’inglese all’italiano in film e telefilm, salta agli occhi un tale aumento della presenza lgbt sulla tv generalista da dirsi ottimista sul trattamento che gay e lesbiche ricevono sul piccolo schermo: «I reality non si fanno mancare mai qualche personaggio gay. E penso alla serie di ambientazione romana È arrivata la felicità che va in onda in prima serata su Raiuno e ha tra i protagonisti una coppia di lesbiche. Però, sicuramente, le tematiche gay vengono affrontate apertamente altrove. Ad esempio sono rimasta colpita scoprendo che il film lesbico L’altra metà dell’amore (Lost and Delirious) non ha subito da noi nessuna censura. Anche in Freeheld e The Danish Girl non ho riscontrato distorsioni per quanto riguarda il lessico omosessuale: credo che il pubblico italiano, che ha mostrato rispetto per lavori di questo tipo, sia pronto ad affrontare più spesso argomenti lgbt».

Per la sua tesi di traduttologia Maietta ha avuto la possibilità di studiare molti adattamenti cinematografici e riporta uno dei primi casi di censura omofoba: nell’edizione italiana del film di Howard Hawks Susanna! (Bringing Up Baby) del 1938, prima pellicola dove viene usato il termine gay inteso come omosessuale, il dialoghista Franco Dal Cer lo ha tradotto come “pazzo”.

«Oltre ad esserci problemi religiosi e politici l’Italia non ha termini a sufficienza per tradurre il ricchissimo patrimonio del gayspeak inglese. Ci sono però dei casi di vera e propria censura che rendono difficoltoso afferrare il senso delle trame: come in Angels in America, in cui il personaggio di Prior dice a Louis “You get Butch” (traducibile come “Fai la maschiaccia”, ndr) che in italiano viene riportato in “Nascondere sempre i difetti”. Per non parlare del tradurre “straight”(etero) con “innocente”». C’è pure un malizioso “fellating you” (“spompinandoti”) ammorbidito in “facendo sesso”.

«Anche nel telefilm Six Feet Under ho trovato molte differenze tra la versione inglese e quella italiana, forse perché manca il contesto di riferimento: chi appartiene al mondo lgbt sa che se nomini “West Hollywood” citi uno dei quartieri della contea di Los Angeles con il tasso più alto di popolazione omosessuale; in italiano si è preferito tradurlo con “l’avvocato delle cause perse”. In un altro caso “That goes all dykey with a butch haircut” (traducibile come “Sembra così lesbica con quel taglio di capelli da camionista”) è diventato “con il taglio da uomo fatto con lo stampino”».

Maietta racconta poi un siparietto del quale è stata testimone quando frequentava uno stage in uno studio di Roma in qualità di assistente al doppiaggio di un documentario del quale aveva tradotto la sceneggiatura. «Un attore che doveva dare la voce a un personaggio che si poteva evincere fosse omosessuale ha chiesto esplicitamente alla direttrice del doppiaggio se per renderlo al meglio doveva “fare il frocio”. Credo che questo sia stato un atteggiamento un po’ discriminatorio: sicuramente si capiva che l’attore in questione non aveva piacere a interpretare una parte del genere».

Non c’è dubbio che l’adattamento personalizzato delle nostre serie tv preferite sia un valido antidoto contro la protervia antigay dei funzionari più bigotti; ricordiamo però che il sottotitolo amatoriale è un’attività illegale, seppur tollerata dai legittimi detentori dei diritti d’autore.

È prezioso, ad esempio, il lavoro svolto da Biagio, che lavora per un’azienda informatica di Media&Entertainment, e da Armando, studente di Media&Communications e bibliotecario part-time: si sono conosciuti e innamorati attraverso il lavoro di traduzione sul sito Italiansubs.net e ora vivono a Londra.

«Il passaggio ad altre piattaforme dipende più dal cambiamento delle abitudini degli spettatori che non dalla mancanza di libertà delle generaliste», suggerisce Biagio, il quale collabora ad Italiansubs dal 2007 partendo come traduttore semplice ed  arrivando ad essere senior. Tra le serie revisionate da lui ci sono alcuni titoli particolarmente gayfriendly come Glee, le prime due stagioni di American Horror Story e la drammatizzazione del processo che ha portato alla cancellazione della Proposition 8 in California. «Chi riceve introiti dagli abbonamenti ha più possibilità di sperimentare rispetto a chi deve accontentare gli inserzionisti e subire pressioni lobbistiche». Questo è anche il motivo che ha portato, tra le altre cose, alla sparizione degli anime giapponesi dalla tv generalista, «visto che oggi non sarebbe più possibile censurarli, quindi meglio la terza serata che nulla. In generale l’offerta di fiction serializzata straniera è diminuita sulle generaliste perché il pubblico non aspetta più, non ne ha motivo. E quindi gli ascolti crollano».

«L’allargamento del mercato televisivo ha avuto un grande effetto anche sulla qualità», aggiunge Armando, traduttore senior che collabora al progetto da cinque anni e che ha curato i sottotitoli di Scandal, House Of Cards e Archer. «La trasmissione di certi contenuti viene allontanata dalla tv generalista in favore di queste nuove realtà in cui, anche grazie al seguito numericamente inferiore, c’è meno bisogno di censura: se una rete decide di trasmettere Orange Is The New Black può anche censurare i dialoghi ma rimane tutto il resto». E a proposito dell’influenza che le associazioni di genitori esercitano sull’AGCOM pensa che «fa ridere il fatto che ci si voglia dare delle linee guida universali su cosa possa ledere “lo sviluppo fisico, psichico o morale dei minori”. Al Moige, di cui penso tutto il male possibile per il costante tentativo di omologare il nostro panorama televisivo a un pastone retrivo fatto di Angelus e Antonelle Clerici, va dato atto che riescono sempre a fare molto rumore anche se numericamente contano zero».

Tra i travisamenti delle passate tv in chiaro, Biagio ricorda quando in Friends, nell’episodio in cui Chandler e Monica cercano un prete per il loro matrimonio, «il primo si lamenta di averne visto uno sputare parlando e un altro guardare le tette a Monica: in originale dice una cosa tipo “voglio un prete come tutti: che non sputi e sia gay”; in italiano è diventato “voglio un prete come tutti: che non sputi e sia casto”. Ecco l’abbinata micidiale per l’Italia: chiesa e omosessualità. All’adattatore dev’essere scoppiato il cervello».

Armando nota invece un aspetto della versione doppiata della serie Hannibal: «è come se l’adattamento abbia appiattito il sottotesto omoerotico, fortemente presente nella serie».

Dopo aver aperto un topic sul forum di Italiansubs.net, ci siamo divertiti a chiedere ai suoi utenti di rievocare qualche censura omofoba particolarmente goffa delle serie tv che più hanno seguito in passato.

Yossarian parte da Six Feet Under e il suo “blow me“ (“fammi un pompino”), tradotto con “baciami”.

A Knock3 Penny viene in mente «una scena de I Griffin (Family Guy) nella quale Peter dichiara di essersi fatto “a hole in the head on the gay side”; quando un ragazzo gli chiede di uscire, Peter risponde “I’m not gay. They put the hole in the wrong side”. In italiano l’hanno tradotto come “un buco in testa dal lato dei diversi” e la risposta al ragazzo è “Non sono diverso. Hanno fatto il buco dal lato sbagliato”».

Hugin ricorda che una decina di anni fa una puntata di Buffy The Vampire Slayer non andò in onda su Italia Uno «perché uno dei personaggi principali, una ragazza, decideva di non rimettersi insieme al suo ex per stare con la sua nuova fidanzata. La puntata in questione è stata trasmessa in Italia solo tre anni dopo».
YSW sottolinea invece un caso «non proprio di omofobia o transofobia, ma che fa incazzare comunque. Nella prima puntata della decima stagione di The Big Bang Theory, il finto cugino di Sheldon dice “When I was 14 years old I was abused in the Philippines by a clubfooted Navy chaplain.” Nell’adattamento italiano il cappellano (chaplain) diventa l’ammiraglio. Perché l’Italia è uno stato laico…».

Di quest’ultima serie, lostguy ha effettuato un’utilissima analisi comparata tra la versione originale e il doppiaggio “creativo” di Italia Uno, scoprendo tra l’altro in un episodio una grezza versione del termine “transvestite”, tradotto come “trans”.

Sull’impatto dei siti come Italiansubs sul panorama del consumo televisivo, Biagio osserva che «le critiche ci arrivano dai traduttori che lo fanno di mestiere, dicendo che inquiniamo il mercato – anche se a volte li abbiamo beccati a copiare – e per questo non li biasimo. C’è tolleranza da parte delle tv non certo per motivi “artistici”, ma perché le generaliste hanno rinunciato a puntare sulle fiction straniere. Rompiamo molto più le scatole a operatori come Sky, per esempio. Peccherò di presunzione, ma non penso che Sky offrirebbe serie come Game of Thrones coi sottotitoli e doppiate, una settimana dopo gli Usa, se non subissero la nostra concorrenza. Serie e film devono essere guardati in originale perché nessun adattamento può eguagliare l’originale e perché così si impara l’inglese!».

Armando sottolinea inoltre un valore aggiunto del fansub: «Da noi sono i traduttori a scegliere cosa sottotitoleranno: c’è quindi una componente di passione che ti fa sentire più vicino a quello che stai traducendo. Così, quando ci occupiamo di opere come Looking o film come The normal heart, siamo consapevoli di qual è il loro contesto e che pubblico li vedrà».

Biagio rivendica infine che grazie a Italiansubs, «ma anche ad altre crew di sottotitolaggio», siano state portate all’attenzione del pubblico «un bel po’ di serie e anche film che altrimenti sarebbero passati completamente inosservati. Noi continueremo a farlo. La speranza è che col proliferare delle piattaforme di streaming ci sia sempre più spazio per questo tipo di contenuti condivisi».