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Eccoci con Mark Ruffalo. Lo ricordavamo come supereroe Hulk, campione sportivo in Foxcatcher, seduttivo ristoratore che si ritrova padre biologico dei figli di una coppia di lesbiche in I ragazzi stanno bene, ma soprattutto protagonista di The Normal Heart, il film di Ryan Murphy tratto dall’omonima pièce di Larry Kramer sull’epidemia di Aids negli anni Ottanta, di nuovo trasmesso in tv proprio lo scorso primo dicembre: Mark Ruffalo veste ora i panni del giornalista-investigatore in Spotlight, a breve sugli schermi dopo la partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia.
È la storia vera di un gruppo di redattori del Boston Globe che nel 2001 si dedicò per un anno intero a far luce su oltre 1000 abusi sessuali perpetrati a danno di minori da un incredibile numero di preti cattolici pedofili (250 su su 1500) nella diocesi della città americana. Ruffalo è Michael Rezendes, il più agguerrito del team chiamato appunto Spotlight, composto da quattro colleghi poi vincitori del premio Pulitzer per il reportage sull’inchiesta, a voler far luce non solo sui responsabili ma anche sulle più alte gerarchie che per anni li avevano coperti, limitandosi a trasferirli di parrocchia in parrocchia quando l’omertà non reggeva più davanti alle proteste dei genitori e alle richieste di risarcimento per oltre ottanta milioni di dollari.
Mark, 48 anni, riccioli spruzzati di bianco e sorriso irresistibile, è arrivato a Venezia insieme al regista Tom McCarthy: lo incontriamo dopo la proiezione per la stampa, accolta con grande consenso.
Com’è entrato nel personaggio e cosa pensa di avere in comune con Michael?
Sono stato educato al cattolicesimo, la domenica andavo in chiesa e da ragazzino ho fatto il chierichetto, ma quando ho visto quello che stava succedendo a causa della pedofilia e di come si cercava di insabbiare lo scandalo mi sono indignato. Nella preparazione del film ho trascorso parecchio tempo con Rezendes che è stato disponibile e generoso: mi ha raccontato tutta la vicenda e ha consentito che lo studiassi, non per diventare fisicamente simile a lui ma come professionista della notizia. In comune avevamo una sofferenza, un tormento interiore venendo a conoscenza di quei misfatti: ci sentivamo entrambi traditi nella nostra fede e smarriti. In Michael ha comunque prevalso la ragione, la libertà di pensiero e la volontà di ricercare la verità.
Dal film apprendiamo che il cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston, è stato costretto a dimettersi nel 2002 per aver taciuto su quanto ben sapeva ma due anni dopo è stato trasferito a Roma da Giovanni Paolo II con un prestigioso incarico a Santa Maria Maggiore e vive tuttora in Vaticano. Come pensa reagirà papa Francesco se vedrà Spotlight?
Se lo vedrà capirà che l’intento non è quello di un atto d’accusa ideologico nei confronti della Chiesa né di impartire lezioni ma è quello di raccontare i fatti e smascherare l’ipocrisia. Tanti cattolici si sono allontanati e a Boston alcune parrocchie sono state chiuse perché non avevano più fedeli. Sono certo che Francesco capisca il male che è stato causato a tanti giovani e alla fede stessa: non si limita a chiedere scusa ma, quando necessario, sa anche passare all’azione.
Che reazione ha avuto la comunità di Boston alla notizia del film che in America è uscito a novembre?
Direi che all’inizio non c’è stata negazione dei fatti ma un totale silenzio proprio come quando si manifestò lo scandalo: la polizia, la scuola e tanti altri avevano collaborato a non vedere quanto accadeva sotto ai loro occhi. Poi la gente si è sentita libera di parlare e ha cominciato a chiedere spiegazioni. Penso che, come è accaduto in Irlanda, alla Chiesa si offra, anche tramite il film, un’ottima opportunità di lenire le ferite non solo degli abusati ma anche di chi ha perso la fede.
Cosa le è rimasto dopo aver girato The Normal Heart nel ruolo di Ned Weeks, l’alter ego di Larry Kramer che ci fa rivivere quei terribili anni?
Sono cresciuto durante l’epidemia di Aids e ho visto quanto la gente fosse insensibile e crudele nei confronti di chi stava soffrendo: nella nostra cultura si è quasi dimenticato quel periodo storico e lo straordinario lavoro degli attivisti. Sono stato onorato di narrare quella storia importante con le persone coinvolte e di avere le parole di Larry per farlo. Non ho mai ricevuto una risposta così intensa e travolgente dal pubblico per nessun altro film: ciò che mi ha dato quell’esperienza è stato un dono straordinario, una benedizione. Se la mia carriera finisse domani saprei che ho comunque realizzato qualcosa di buono.