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Che cosa ha a che vedere la gestazione per altri (GPA) con la comunità LGBT? Perché il dibattito sul cosiddetto “utero in affitto” – così chiamato sprezzantemente da coloro che contestano questa pratica e vorrebbero vietarla riguarda tanto da vicino il movimento gay, da costringere a esprimersi in merito tutte le principali associazioni italiane?

È una questione che ha a che fare con la riproduzione e che riguarda in grandissima maggioranza le coppie eterosessuali, sono per loro tra l’80 e il 90 per cento di tutte le gestazioni di sostegno al mondo, ma da quando è stata tirata in ballo chiama in causa la genitorialità omosessuale e rischia di mandare all’aria definitivamente quella specie di araba fenice che è una legge sulle unioni civili, nella sua attuale incarnazione del ddl Cirinnà, ancora nemmeno approdato nelle aule parlamentari nonostante le promesse del presidente del Consiglio Renzi.

In questo corto circuito politico-mediatico, una parte del movimento delle donne si è trovata a braccetto con i cattolici più conservatori e con alcuni tra i più noti avversari politici del movimento LGBT italiano, come Mario Adinolfi e Costanza Miriano, in nome del no alle madri surrogate, della difesa della maternità e dei diritti delle donne, contro lo “sfruttamento” voluto e realizzato dai maschi, in particolare quelli omosessuali. All’inizio erano voci isolate, commenti su blog e siti personali, interventi che mettevano in discussione l’ammissibilità della GPA, poi le voci hanno alzato il volume, il quotidiano cattolico Avvenire ha pubblicato interviste a figure storiche del femminismo italiano e internazionale ostili a queste tecniche di riproduzione e alla fine la polemica è esplosa con un appello pubblico – promosso da alcune femministe sotto la sigla “Se non ora quando – Libere” e rilanciato sulle colonne di Repubblica – “affinché la pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale”.

Ha sottoscritto il documento persino una parte del mondo gay o meglio un singolo esponente, ancorché simbolico e autorevole come Aurelio Mancuso, ex segretario e poi presidente di Arcigay Nazionale; a lui si è poi accodata pubblicamente, apparentemente a titolo personale, Cristina Gramolini, presidente di Arcilesbica Milano. L’appello denuncia che con la GPA i bambini “diventano merce” e le donne tornano ad essere “oggetti a disposizione”. Su questa linea si muovono i vari interventi come quello di Monica Toraldo di Francia, filosofa e membro del Comitato nazionale per la bioetica: “Considero questa maternità surrogata come una forma di sfruttamento del corpo femminile, un modo, conscio o inconscio, dei maschi di appropriarsi di qualcosa che loro non hanno e che hanno sempre invidiato a noi donne: la capacità di generare”.
Per alcuni critici il problema è “cancellare la madre”, dal momento che i figli di una coppia gay vengono cresciuti da due uomini, mentre la madre gestazionale (la portatrice) che porta avanti la gravidanza e poi partorisce non ha legami biologici con il nascituro perché l’ovulo da fecondare arriva da un’altra donna; altri invocano i “diritti del bambino” di non essere allontanato dalla donna che lo ha partorito e di conoscere le proprie origini; alcune donne sottolineano l’importanza della relazione che si instaura nell’utero tra il figlio e la madre e il trauma che nascerebbe da una separazione. Un tema così delicato non poteva che provocare una molteplicità di posizioni e sfumature, ma la comunità LGBT nella sua quasi totalità e tante donne, che pure restano caute sulla GPA, hanno contestato l’opportunità di aprire questa discussione proprio ora che il Senato dovrebbe affontare il progetto di legge sulle unioni civili Cirinnà, con un punto contestato da cattolici e altri conservatori: la stepchild adoption, cioè la possibilità per il partner dello stesso sesso di adottare il figlio del proprio compagno, garantendo ai bambini due figure genitoriali riconosciute dalla legge. Sull’onda dell’appello femminista più di una voce, anche all’interno del PD, ha chiesto di stralciare la parte sull’adozione, concedendo al massimo una sanatoria “tombale”, come scrive la giornalista Marina Terragni, ai bambini già nati attraverso la GPA, tra il coro di applausi dei vari Mario Adinolfi e Angelino Alfano.
Proprio questa equazione automatica – utero in affitto, coppie gay, legge Cirinnà – ha scatenato le ire delle associazioni italiane, che hanno contestato nel metodo la tempistica quanto meno improvvida e nel merito si sono schierate a favore della libertà di scelta di ogni singola donna. “Come Arcigay – dice il segretario nazionale Gabriele Piazzoni – non abbiamo elaborato una posizione ufficiale sulla GPA, visto che in Italia è già vietata e non è un tema specificamente gay, dal momento che riguarda per lo più le coppie etero: sollevarlo in questo momento è strumentale per azzoppare la legge sulle unioni civili.

Nel merito, comunque, se si tratta di sfruttamento siamo sempre contrari, mentre negli altri casi ognuno deve poter disporre liberamente di sé stesso: è chiaro che una persona in stato di bisogno economico non può essere considerata libera. In ogni caso non si può parlare del tema GPA slegandolo da tutti gli altri temi sulla libertà della persona”. E per quanto riguarda l’adesione di esponenti del movimento LGBT? “Rimaniamo stupiti perché lo vediamo in contraddizione con le battaglie fatte nel passato; è evidente però che un singolo individuo, per quanto rispettabile, non rappresenta la comunità gay”.

Per Mario Colamarino, presidente del circolo Mario Mieli, “le femministe sono state strumentalizzate e questo dibattito rischia di essere come una bomba sulla legge Cirinnà. Come Mieli siamo vicini alle Famiglie Arcobaleno e a tutti quelli che intraprendono il percorso della maternità surrogata. È un tema delicato che crea divisioni, ma va affrontato in maniera serena, incrociando idee e opinioni. In Italia è vietata, ma ci sono situazioni di ambiguità e vuoti che il legislatore non ha voluto colmare, per questo bisognerà tornare ad affrontarla”. Una posizione di compromesso è quella di Arcilesbica, che ammette sì la GPA, ma solo quando si configura come dono, cioè come in Canada dove non è previsto un corrispettivo economico per la madre gestazionale. Un’intellettuale lesbica come Daniela Danna la escluderebbe (qui la smentita di Daniela Danna inviata a Pride nell’aprile 2015) per le coppie gay e lascerebbe comunque l’ultima parola sul destino del neonato a “colei che lo ha tenuto in grembo e poi partorito, perché nove mesi di gravidanza sono sufficienti a stabilire una relazione autentica tra persone. Del resto per la legge il figlio è della madre che lo partorisce”.

Nel campo “femminista” le prese di posizione sono molto dure, con accuse di compravendita di bambini, contrapposta a una dimensione sacra e quasi mistica della maternità, come quando Terragni sostiene che “la potenza creatrice delle donne è sempre stato il Graal dei patriarchi. Si tratta solo della nuova forma di un sentimento invidioso millenario”; o quando replica a chi difende una GPA senza sfruttamento: “Non vorrai convincerci del fatto che si tratta di slanci solidali… Hai mai partorito? Hai mai sentito il tuo stesso odore sul corpo di un bambino? Sai che cosa significa sentirsi un unicum anche se si è in due? E pensi che conti qualcosa, per la madre, per il bambino soprattutto, il fatto che l’embrione impiantato ha il patrimonio genetico di altri?”.

Contro questo tipo di argomenti i genitori di Famiglie Arcobaleno sostengono la possibilità di una GPA etica, “basata sull’autodeterminazione della donna, il rispetto assoluto delle sue scelte e di tutti gli attori coinvolti”. Delfina Alongi fa parte del consiglio direttivo di FA: “Noi siamo per la libertà delle scelte individuali, non possiamo ergerci a giudici né parlare a nome di tutte le donne. Una delle possibilità è decidere per chi portare avanti una gravidanza: non è detto che farlo gratis sia meglio che a pagamento né che farlo per sé sia più nobile che farlo per un altro. Eppure anche nell’adozione c’è una valutazione economica”.

Quanto ai gay che condividono la battaglia contro la GPA, “l’orientamento sessuale non rende né migliori né peggiori, si può dire una sciocchezza anche essendo gay. Certo chi è gay può conoscere più facilmente i casi concreti se vuole, comunque penso che alla base ci sia una mancanza di conoscenza”. Proprio su questo, sulle esperienze dirette delle madri gestazionali, insiste Alongi: “Rimane un gesto di libertà e di creatività; spesso le coppie gay mantengono una relazione con le madri gestazionali, perché la storia dei loro figli è trasparente, ma nemmeno questa è una discriminante. Certo, tra le madri surrogate chi vuole mantenere un rapporto con i bambini sceglie coppie gay”. In ogni caso “non ci si può fermare alla biologia, perché la genitorialità è una scelta, una decisione che compiamo ogni giorno”.

La stessa linea di FA è stata fatta propria anche dall’associazione radicale Certi Diritti, il cui segretario Yuri Guaiana denuncia “l’involuzione di certo femminismo e anche di certo movimento LGBT. Ognuno è libero di pensare quello che vuole, ma troviamo l’appello assai inopportuno: chi si pone su queste posizioni è un avversario politico. C’è un’ondata paternalista e proibizionista, assieme a un assoluto riflusso nei confronti del concetto di autodeterminazione dell’individuo. Questi qui si mettono a dire alle donne che cosa devono fare del loro corpo”. Il dubbio: “Come sia possibile che una parte del movimento che si opponeva a Berlusconi possa lanciare appelli a orologeria che sostengono all’Europarlamento un emendamento del Ppe di cui Berlusconi fa parte? C’è sicuramente un’impreparazione politica e culturale, unita a un cortocircuito che arriva dalla Francia con un movimento di femministe bacchettone e paternaliste che si trovano alleate con clericofascisti e cattocomunisti in nome del proibizionismo”.
Ma al di là delle Alpi il dibattito parte dal punto fermo del “matrimonio per tutti” che è già legge dello Stato; in Italia invece si rischia di veder sfumare ancora una volta persino una legge come la Cirinnà che tutto il movimento considera timida e arretrata, grazie al contributo (involontario, si spera) di quelle femministe che si sono accorte adesso della GPA.

DIRITTO DI REPLICA

Spettabile Redazione,

smentisco categoricamente l’affermazione attribuitami da Alessandro Condina (con cui non ho mai parlato) che escluderei la maternità per altri per le coppie gay. Il dibattito, anche come è stato riportato dall’autore dell’articolo “Un atto d’amore?”, è completamente falsato dalla credenza che la maternità surrogata sia un dono: non lo è, si tratta di un contratto in cui le donne che lo firmano, e vengono retribuite (con la retorica del “rimborso spese” in alcuni luoghi come il Canada), sono obbligate a rinunciare alla relazione con la loro figlia/o sotto ricatto economico e giuridico. Pretendere di interrompere la relazione tra madre e neonato/a a prescindere dalla volontà della donna è un atto di violenza su di lei, e anche sulla neonata/o, a prescindere dal fatto che i committenti siano gay o eterosessuali.

Daniela Danna

Daniela Danna scrive per smentire un’intervista che non ha mai concesso né mai le è stata chiesta da “Pride”. Lo fa ricordandoci che la maternità surrogata (o gestazione per altri, GPA) “non è un dono”, nemmeno in quei Paesi come il Canada dove è ammessa senza compenso per la madre portatrice: per Danna anche il “rimborso spese” è una forma di retribuzione, dunque un ricatto economico e perciò un atto di violenza. Effettivamente Daniela Danna non esclude la GPA per le coppie gay, la esclude per tutti. (Alessandro Condina)