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Pensate che se la popolazione gay americana si riunisse in una nazione, sarebbe la diciannovesima potenza economica al mondo, superando Svezia, Svizzera, Belgio e Arabia Saudita. Potere della pink economy. Lo spiega Fabio Canino nel suo nuovo, rutilante, spassoso romanzo satirico (e distopico) Rainbow Republic, uscito per Mondadori. Un’odissea arcobaleno in una bizzarra repubblica, quella del titolo, che è la Grecia ma in versione interamente gay-lesbo-trans, con tanto di moneta propria, la “dragma”, e autorità dichiaratamente gay. In questo paradiso queer si avventura un giornalista eterosessuale, Ulisse Amidei, accompagnato dall’avvenente Khloe alla scoperta di un microcosmo alla rovescia in cui esistono persino corsie preferenziali per portatrici di tacchi a spillo.
Come mai hai scelto di ambientare il romanzo a nord di Atene e non la Grecia gay più convenzionale, ossia la solita Mykonos?
Ho scelto la Grecia per un grande amore verso quel paese e perché si dice che tutto sia nato da lì, a partire dall’omosessualità, e la sua parte meno conosciuta perché, nel rispetto della storia, volevo toccare i luoghi meno gay della Grecia. Mykonos, considerata una meta gay, in realtà ha due spiagge gay e basta. La penisola greca da Atene in su è meravigliosa, alcuni posti che cito sono da visitare.
Come è nata l’idea di Rainbow Republic?
Era una idea che avevo da una decina d’anni: immaginavo sempre questa repubblica dove, a gestire il potere, c’erano gay, lesbiche e trans. Chiaramente non è quello che io auspico, non a caso il sottotitolo è “romanzo distopico gay”. Non voglio che accada questo, sto bene dove sto e voglio stare in mezzo a tutti. Ma mi divertiva l’idea di rovesciare i luoghi comuni, i cliché, distruggendoli.
Il messaggio forte del romanzo sta anche nel fatto che grazie al suo viaggio, alla sua Odissea, Ulisse scopre il mondo gay e il lettore etero fa lo stesso percorso…
Molti miei amici etero che hanno letto il libro avevano infatti un punto di vista diverso: Ulisse non era omofobo ma nel DNA aveva un modo di fare della serie “Che vogliono questi? Che hanno di più o di meno?”. Ma Ulisse si mette nella posizione del gay, cioè della minoranza senza diritti, e capisce di essere nella parte del giusto nel chiederli.
Uno dei rischi era cadere nel banale e nel trash. Invece tu fai scoprire personaggi inediti quali la drag queen Barbette sulla moneta da dieci “dragme” e la piratessa lesbica irlandese Anne Bonny. Come li hai scovati?
Leggo tanto e sono curioso. Ho fatto la scuola gay di Rainbow Republic. Oltre a un’ora a settimana di educazione cinica, si studiano personaggi del passato gay che non hanno avuto la giusta risonanza o emarginati perché omosessuali.
E perché la gelateria Boy George è gestita da due lesbiche settantenni?
Non potevano essere ventenni, dovevano avere vissuto la musica anni ‘80. Mi piaceva colorare il lavoro di queste due donne: che cosa c’è meglio del gelato, che ha tutti i colori possibili del mondo?
Nella Costituzione che hai inventato il quinto articolo recita: “Lo Stato e le Chiese DAVVERO si devono occupare solo di spiritualità”…
Considero il Vaticato la più grande sede dell’Arcigay del mondo. Alla CEI consiglio, oltre al film Weekend definito scabroso, Spotlight che riguarda proprio loro ed è una storia vera: così se lo guardano capiscono il marcio di casa propria e restano chiusi nelle loro chiese a pregare.
Dal tuo libro viene fuori che la comunità gay è semichiusa e spesso autoreferenziale. Che cosa pensi della reazione, nella realtà, al caso dell’omicidio Varani?
È una storia tragica a cui non voglio aggiungere niente. In questi casi il silenzio è la miglior cosa. La comunità omosessuale, più che suscettibile, è molto fragile: poiché viene attaccata da qualunque angolo e con qualunque scusa, quando la prima cosa che viene detta è che i ragazzi sono gay sembra un aggravante. Erano solo due drogati delinquenti, indipendentemente dal sesso. Se fosse successo in un altro paese, il fatto che fossero gay non avrebbe avuto questa risonanza.
Ti vediamo di sabato sera, su RaiUno, ancora una volta nei panni di uno dei giudici di Ballando con le stelle: che atmosfera percepisci?
L’atmosfera è ottima come sempre. C’è un grande divertimento nel fare quello che facciamo. La giuria è consapevole che stiamo facendo un grande gioco televisivo ma qualcuno ci prende troppo sul serio. È un classico della rete ammiraglia della Rai con un’apertura rainbow totale da sempre, con una drag queen che balla con un uomo, due gay dichiarati in giuria e ospiti spesso gay: è un programma che ha fatto della diversità una componente della sua ricetta. Mi diverto molto.
Qual è il colore della felicità?
È rainbow: l’arcobaleno viene sempre dopo la pioggia. La vita è fatta a colori, bisognerebbe avere la possibilità di usarli tutti.