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“Poco o nulla è cambiato rispetto a quando venne affossato il progetto di legge sui Dico, e con esso il governo Prodi, nonostante oggi anche chi si oppone al progetto di legge Cirinnà affermi che si deve fare qualcosa per le coppie dello stesso sesso”. La sociologa Chiara Saraceno, che scrive sulle pagine de La Repubblica, ha le idee molto chiare sullo psicodramma politico, e il raffazzonato dibattito pubblico, che ha accompagnato l’approvazione della legge sulle unioni civili al Senato e in attesa di un via libera definitivo, forse nel maggio prossimo, alla Camera dei Deputati. Di più, su Micromega, non ha usato eufemismi per difendere la genitorialità omosessuale: “Già la norma del disegno di legge Cirinnà, ora cancellata, che consentiva l’adozione del figlio del partner era limitativa e in parte fuorviante; perché non riconosceva che si tratta non di adottare un figlio nato al di fuori di quella coppia, ma nato dall’intenzionalità e desiderio proprio di quella coppia, di un co-figlio, come suggerisce giustamente di chiamarlo l’Accademia della Crusca. Ma era pur sempre l’inizio di un riconoscimento del diritto di quei bambini alla propria famiglia”. Abbiamo deciso di incontrarla.

Partiamo dai numeri. Numerosi sondaggi, come quello di Istat del 2012, rilevano che la maggioranza della popolazione italiana è d’accordo nel garantire diritti alle coppie omosessuali.
Quell’indagine diceva che la maggior parte degli italiani era d’accordo, non tanto sugli stessi diritti delle famiglie, ma su un qualche riconoscimento per le convivenze e le coppie dello stesso sesso. Quei dati non erano altrettanto favorevoli al matrimonio, e sicuramente gli italiani mostravano contrarietà alla filiazione di gay e lesbiche.
È comunque chiaro che sul riconoscimento delle coppie la popolazione italiana è più avanti dei suoi politici.
E lo è storicamente. Quanto sta accadendo alle unioni civili è affine a quanto accaduto sul divorzio: è arrivata tardissimo rispetto ad altri paesi. Sono passati 110 anni tra la prima proposta di legge di Salvatore Morelli e la sua approvazione. Sui temi legati alla famiglia in Italia c’è un grandissimo ritardo.

Tra le spiegazioni, a mio parere più semplicistiche, per giustificare il ritardo della politica italiana nel riconoscimento dei diritti civili torna spesso il ritornello “In Italia c’è la Chiesa cattolica”. È davvero così?
Non basta dire che in Italia c’è la Chiesa cattolica: il nostro Paese ospita il Vaticano che è un’altra cosa. Da noi non c’è soltanto l’episcopato italiano, ma c’è anche l’interventismo in termini discorsivi dei sacerdoti e soprattutto dello scorso papato.
Basti pensare che da noi il presidente del consiglio appena è nominato va a fare visita di stato in Vaticano. È certo un atto di cortesia ma non accade in nessun altro paese.
Sono però d’accordo con lei. La presenza della Chiesa in Italia non spiega fino in fondo questo ritardo ma è diventato un fortissimo alibi per la politica. Soprattutto dopo la sparizione della Democrazia Cristiana tutti i partiti politici, senza grandi differenze di colore, hanno sempre cercato di fare qualcosa, almeno sui temi della famiglia, che gli accattivasse il sostegno e la simpatia della Chiesa cattolica o perlomeno che non lo alienasse.

Quindi i nostri diritti sono alla mercé di tattiche politiche legate al clima che si respira in Vaticano. 
La cultura dei nostri politici sui diritti civili non sembra particolarmente evoluta. Bastava ascoltare il dibattito al Senato. Era come se le tematiche relative alle nuove famiglie non fossero note, dibattute da anni e non esistessero in altri paesi: sembrava di assistere a un dibattito degli anni Cinquanta.

Con il ministro della salute Beatrice Lorenzin che ha chiesto di rendere reato penale il ricorso alla gestazione per altri, volgarizzato nel dibattito pubblico come “utero in affitto”.
Trovo indecente che una ministra abbia detto quelle frasi. Dovrebbe essere più sobria.
In Italia si sono precipitati tutti a parlare della maternità surrogata come se la maggioranza dei bambini delle coppie omosessuali fosse nato così o fosse una questione che non riguarda anche, a grande maggioranza, gli eterosessuali. Le lesbiche e i loro figli, mi risulta che siano il 90 per cento delle coppie gay con figli, sono state totalmente ignorate dal dibattito. Eppure il compito di un politico o di un partito evoluto dovrebbe essere quello di favorire e articolare il confronto, di preparare il terreno.

È come se il cambiamento della famiglia in Occidente non abbia mai sfiorato i nostri parlamentari.
Il cambiamento della famiglia è registrato solo nei comportamenti privati dei politici, ma ahimè a livello normativo è come se ci fosse un recinto di famiglia da difendere a oltranza. Privatamente si faccia quello che si vuole, ma nessun riconoscimento pubblico.

Qualche maligno insinua che proprio Renzi abbia voluto imporre il dibattito sulla filiazione per poi cancellare la stepchild adoption dalla legge.
La questione della filiazione di gay e lesbiche è un tema difficile per la maggioranza degli italiani. Va dato atto a Renzi di aver portato finalmente all’approvazione, almeno del Senato, di una legge sulle unioni civili che era nel suo programma. Io credo che il Governo abbia sottovalutato la facilità nell’arrivare all’approvazione del provvedimento.
Ho apprezzato anche la risposta del primo ministro Renzi alle sollecitazioni del cardinal Bagnasco, capo della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) che sosteneva la necessità del voto segreto al Senato. Renzi ha detto: “Il voto segreto lo decide il Parlamento e non la CEI”. È il primo che lo dice.

Il suo giudizio sulla legge, espresso su La Repubblica, resta molto negativo: è annacquata e stravolta.
È una brutta legge, non c’è dubbio. Era già brutta alla sua presentazione, risultava pastrocchiata e scritta male. Nei passaggi parlamentari, e fino alla fiducia del Senato è diventata sempre più brutta. Per certi aspetti è ridicola e penso all’assenza nel testo di qualsiasi allusione o richiamo alla famiglia. E su questo ci ha messo del suo anche il presidente della Repubblica Mattarella. Quando parlo di “formazioni sociali specifiche” all’estero, e lo traduco in una qualche lingua straniera, non è di facile comprensibilità, fa quasi senso. Resta una legge importante.

Perché?
È importante che esista perché consente alle coppie di rivolgersi alla Corte europea per i diritti che ancora non riconosce. Se non c’è nulla a cui appellarsi è impossibile arrivare a quel tribunale.

Nella legge c’è anche un elemento discriminante per gli eterosessuali: è un recinto creato solo per gli omosessuali.
Confesso che non ho capito i perché di questa scelta: le unioni dovevano essere aperte a etero e gay. Evidentemente quando facciamo le cose all’italiana siamo fantasiosi. Adesso avremo tre forme di unione: i matrimoni per gli etero, le unioni civili per gli omosessuali e le convivenze per tutti coloro che non vogliono sposarsi.

A suo parere, gli omosessuali italiani si uniranno civilmente?
Meno diritti sono “attaccati” a una legge, tanto meno si ha voglia di usarla. Ma questo caso è molto diverso dai registri comunali delle unioni civili, in questa legge ci sono diritti e credo che gli omosessuali la useranno.
Di più, anche sull’adozione del figlio del partner cambia qualcosa. Fin qui dimostrare a un tribunale una convivenza era complicatissimo, bisognava tenere gli scontrini dei beni acquistati in comune o rivolgersi al portiere. Poter andare in tribunale dimostrando di essere in un’unione civile da anni da una prova di stabilità maggiore.

La militanza LGBT ha qualcosa da rimproverarsi per questo risultato non esaltante?
Sicuramente i gruppi di attivisti hanno sottovalutato la resistenza del paese alla filiazione degli omosessuali. Non dico che fosse sbagliato chiedere anche la stepchild adoption, io ho argomentato ampiamente a favore, ma era necessario prepararsi prima e non cadere subito nella trappola della maternità surrogata. È stato un errore anche la visibilità data solo alle coppie gay di maschi con figli. Le coppie di lesbiche con figli, che sono la maggioranza, sono state estromesse dal dibattito, ma c’è differenza tra uomini e donne sulle filiazione. Andavano meglio argomentate le vostre ragioni.
La filiazione tocca nodi complicati, la maternità surrogata nodi emotivi e simbolici complicatissimi: quanto costa, chi la può fare, è un dono o sfruttamento della donna.
Quanto è ancora lunga da percorrere la strada dei diritti civili in Italia?
Per gli omosessuali, e non solo, c’è ancora molto da fare. I diritti LGBT devono essere uguali, compreso il diritto simbolico (che nega la legge sulle unioni civili approvata al Senato) di chiamarsi famiglia.
Quanto agli altri diritti manca quello alla cessazione delle cure, prima ancora dell’eutanasia che mi trovano favorevole. Penso che una persona abbia il diritto a decidere come e se vuole morire. Sicuramente abbiamo ancora troppe ambiguità su questi temi.
Non è poi un diritto quello di formare una famiglia o avere un figlio in più anche se non ci sono le risorse economiche?
Tra i diritti civili fondamentali negati in Italia penso anche alla possibilità di stabilire la propria indipendenza per le giovani generazioni e al diritto alle cure non solo sanitarie da anziani che non può essere lasciato alle sole risorse monetarie familiari. Non aprirei infine il discorso, diventerebbe lungo, su di un tema a me caro come le povertà minorili: sono un nodo irrisolto fondamentale dei diritti civili.

Questi diritti arriveranno? È ottimista o pessimista?
Tendenzialmente, alla mia tarda età, sto diventando pessimista. Ne discuto ormai da troppi anni.