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Fare sesso per 72 ore di fila senza dormire o mangiare. Impossibile? Sì, senza un aiutino chimico. Basta però rifornirsi di meth, G, K o altre misteriose sigle per godersi un fine settimana in paradiso. Ma rischiare anche l’avvio di una fase da cui può essere molto difficile e doloroso uscire. Signori, questo è il chemsex, ultima frontiera del piacere gay. Per i pochi che ancora non ne hanno sentito parlare, si tratta di usare droghe chimiche in occasione del rapporto sessuale. Ma non pensate a una canna, se parliamo di “chems”, le droghe sono metanfetamina (speed o crystal, a seconda della forma), MDMA/ecstasy, mefedrone, GHB/GBL (anche nota come G o droga dello stupro) e ketamina (alias special K). Caso a parte la cocaina che pure viene usata spesso nel sesso sotto sballo ma che per i suoi effetti non viene inclusa nelle droghe di riferimento nella definizione adottata di “chemsex”.

Quali sono gli effetti? Sostanzialmente stimolanti e disinibitori: la sensazione di essere un tutt’uno con i propri partner sessuali e di essere bellissimi in un mondo di uomini bellissimi rende il sesso con i chems – a sentire chi l’hanno provato – “WOW”. Questo fa sì che molti, dopo, non riescano a godersi il sesso senza sostanze. Se non si tratta di una addiction o dipendenza in senso fisiologico, lo è dal punto di vista mentale. Certo, c’è chi riesce a contenere la tendenza, concedendosi una sessione di chemsex una volta ogni 4-6 mesi e continuando la propria vita senza grosse conseguenze. Ma la soglia di pericolosità varia da persona a persona e non sempre è facile da individuare…
La dimensione di questo fenomeno è difficilmente stimabile: in Italia gli unici dati disponibili sono quelli raccolti da un recente sondaggio di Plus onlus, rete di persone LGBT sieropositive. Su 282 maschi gay che hanno partecipato al questionario, tre su quattro conoscevano il termine “chemsex” e il 25% ha usato almeno una volta qualcuna di queste sostanze. Tra questi, quasi tutti ne hanno usata più di una e un quarto le ha provate tutte. Quindi diciamocelo: il chemsex è entrato a far parte della vita sessuale e sociale di un gruppo consistente della comunità gay. Si tratta di un fenomeno preoccupante? Su questo da noi non emergono ancora indicazioni chiare, ma se ci spostiamo a Londra, che ne è la capitale mondiale, l’allarme c’è: nel novembre dello scorso anno la più autorevole rivista medica inglese, il “British Medical Journal”, ha dichiarato il chemsex una delle massime priorità per la salute pubblica a livello nazionale, ponendo l’accento sulle morti e i danni permanenti alla salute causate dalla dipendenza. Sempre a Londra ad aprile si è svolto il primo European ChemSex Forum (www.profbriefings.co.uk/chemsex2016/) e i dati lì presentati mettono in evidenza anche l’aumento del rischio di  HIV o altre infezioni a trasmissione sessuale (colpisce il racconto del giovane che con una sola esperienza di chemsex si è “beccato” ben tre infezioni!).

Ma perché tanti uomini gay trascorrono interi fine settimana a fare sesso sotto l’effetto di queste sostanze? Secondo Kane Race – che, nonostante sia professore associato all’Università di Sydney e uno dei massimi esperti in ricerca sociale sulla salute sessuale nella comunità gay, fisicamente sembra un attore della Colt – parte del problema sta anche nell’idea di “piacere” che si è diffuso nella comunità gay. La disinibizione data dai chems può aiutare a superare una scarsa autostima e riuscire a sentirsi parte di quel mondo di stalloni sempre in tiro che in un certo immaginario gay è diventato il riferimento a cui adeguarsi. In questo, la capacità dell’ambiente gay di accettare l’imperfezione – un ragazzo poco capace di interagire socialmente o chi non si sente attraente – è un punto su cui vale la pena riflettere.
Lo confermano alcune testimonianze nel recente documentario Chemsex diretto da William Fairman e Max Gogarty, prodotto da VICE e uscito a dicembre 2015. I chems vengono utilizzati per fuggire da traumi, quali violenze o anche diagnosi di sieropositività, per sentire di essere importanti e parte di una comunità, all’interno di un ambiente gay percepito come individualista e superficiale, o ancora per estraniarsi da una società che ancora stigmatizza gli omosessuali, che porta a sentire vergogna e a interiorizzare l’omofobia.
Particolarmente significativa è la testimonianza di David Stuart, uno dei responsabili del londinese 56 Dean Street, ambulatorio all’avanguardia che si occupa di salute sessuale a tutto tondo e gestisce un programma specifico di aiuto per chi pratica chemsex a cui si rivolgono circa 3000 persone ogni mese. Secondo David il chemsex non sarebbe altro che auto-medicarsi per problemi legati alla sessualità ed esperienze difficili da gestire. Sottolinea poi come il passato travagliato e traumatico della comunità gay insieme alle nuove (ed economiche) droghe di sintesi e alle nuove tecnologie di comunicazione abbiano creato “la tempesta perfetta”, rendendo questa pratica molto facilmente accessibile per chiunque.

Ma è lo stesso in Italia? Ce lo raccontano due uomini negli –anta, Alan e Maurizio (anche noto come “la Fata Chimica”). Alan ha fatto chemsex per la prima volta per caso, durante un incontro occasionale con una coppia, mentre Maurizio ha cominciato a farlo con il suo compagno dopo avere ricevuto la diagnosi di sieropositività, situazione in cui il chemsex lo ha aiutato a non sentirsi “finito” dopo questo evento. Nei loro racconti il sesso diventa più deciso e acrobatico e lo si fa più a lungo, le coppie ogni tanto si aprono, i ruoli scompaiono e si sperimentano nuove pratiche. Grazie al bombardamento di dopamina e serotonina le sensazioni diventano più forti, l’umore e le prestazioni vanno al massimo, ci si sente invincibili. “Succede di tutto”. E di preservativi neanche l’ombra. Dopo alcuni anni però il corpo ne paga il prezzo: per Maurizio sono cominciati i problemi fisici e le paranoie, ha dovuto ridurre l’utilizzo fino a smettere, ma per il successo è stato determinante condividere il percorso con il suo fidanzato. Per Alan invece il fattore scatenante per smettere è stato rendersi conto che il chemsex aveva del tutto monopolizzato la sua vita sociale, tutto era in funzione del fine settimana di sesso no-stop. Il sesso dopo però non è mai più stato come prima, “è come passare dalla TV a colori a quella in bianco e nero”, ammette Maurizio, “io ora quasi lo evito”, aggiunge Alan.

L’esperienza di Maurizio è molto interessante, è avvenuta nel periodo in cui le droghe di “vecchia” generazione (cocaina e MDMA) hanno cominciato a essere sostituite dalle nuove droghe sintetiche (mefedrone e G tra le altre) nell’utilizzo di massa, passaggio avvenuto in concomitanza con l’arrivo delle nuove tecnologie di comunicazione e che ha contribuito a spostare il chemsex dai club alle app e a dargli una dimensione molto più individualista. Infatti, mentre la cocaina e il mefedrone sono stimolanti dagli effetti analoghi, MDMA e G sono molto diversi, Maurizio li descrive semplicemente come “affettività pura” e “libido pura”, rispettivamente. Mentre con MDMA viene voglia di affetto e contatto fisico, che non necessariamente porta al sesso, e se avviene è molto blando e delicato, il G cancella qualsiasi freno inibitore, aumenta la libido e l’erezione, si vuole necessariamente fare sesso e si perde la cognizione del contesto. Avendo avuto esperienze anche a Londra, riferisce come la scena italiana sia molto diversa, con numeri e organizzazione inferiori, più “borghese” e con molti più tabù.
In effetti di chemsex in Italia non è che si parli molto: Plus sta per pubblicare il primo opuscolo informativo sull’argomento. Anche l’ASA (Associazione Solidarietà AIDS) di Milano sta mettendo a punto un progetto di sensibilizzazione, riduzione del rischio e sostegno per chi pratica chemsex. I primi consigli che il presidente Massimo Cernuschi dà per ridurre i rischi per la salute quando si fa chemsex sono molto semplici: bere acqua e mangiare con regolarità, dormire adeguatamente e prendere aria. Quindi arriva il punto cruciale, utilizzare chems in un ambiente sicuro, in compagnia di qualcuno che possa aiutarti o chiamare i soccorsi in caso di necessità. In particolare quando si usa una sostanza per la prima volta bisogna essere in compagnia di qualcuno che la conosca e utilizzarne una dose di prova, che sia una piccola parte di una dose normale. Quindi è più sicuro continuare con dosi piccole e progressive, a intervalli non troppo ravvicinati, per poter controllare gli eventuali effetti collaterali dannosi, prima che diventino troppo gravi, e stabilire un limite.

Avere qualcuno accanto è particolarmente importante anche perché la quantità effettiva di principio attivo contenuta nella sostanza che si sta assumendo è sempre nota approssimativamente, quindi gli effetti possono essere imprevedibili. Per questo è bene anche ricordarsi la quantità assunta e approvvigionarsi dalla medesima fonte, per ridurre l’incertezza. Attenzione se si hanno già problemi cardiovascolari o respiratori o si stanno assumendo farmaci che agiscono su queste funzionalità, in quanto le sostanze assunte nel chemsex acuiscono tali problemi. Per la stessa ragione è bene evitare di fare attività sportiva o andare in sauna in concomitanza con l’assunzione di droghe. Queste, analogamente, acuiscono anche problemi di depressione, ansia o paranoia, quindi se si è già in un mood negativo o se si assumono psicofarmaci il rischio è quello di ritrovarsi più giù di prima.

Altro punto fondamentale è quello delle interazioni con altre sostanze: se si vuole prendere più sostanze insieme per fare chemsex è opportuno informarsi prima sulle loro interazioni, per evitare possibili effetti catastrofici. È sempre da evitare la combinazione con l’alcol e, nonostante sia pratica comune, Cernuschi sconsiglia anche i farmaci per favorire l’erezione (Viagra e altri), perché allo stesso modo vanno a peggiorare gli effetti negativi delle droghe, sul fisico e sulla psiche. Ultimo e più importante consiglio per evitare la dipendenza è quello di non fare chemsex per più di due giorni di fila e mantenere una distanza tra le sessioni di almeno un mese, per ridurre al minimo il rischio di dipendenza.