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Il prossimo 5 giugno si voterà in 1371 comuni per le elezioni amministrative e in alcuni importanti capoluoghi di regione come Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli, Cagliari, Trieste. Il test avrà inevitabilmente una valenza nazionale e si può considerare il primo importante appuntamento elettorale dopo le Europee di due anni fa.
A differenza di quelle elezioni le liste e i candidati saranno molti di più e già al momento in cui scrivo sono moltissimi/e i/le candidati/e lgbt che si mettono in corsa per un posto in consiglio comunale.
Per quanto mi riguarda sono sempre stato convinto che se un candidato omosessuale o trans ha una qualche possibilità di essere eletto è bene che sia candidato e che faccia una buona campagna elettorale perché è un modo per parlare dei diritti lgbt, perché è una occasione per tradurre in termini di proposta concreta e di governo locale la politica contro le discriminazioni e per i servizi pensati anche per le persone lgbt.
Un comune gestisce le scuole di base, i servizi, la salute attraverso le Usl, gli spazi pubblici, le politiche di welfare e così via. Avere la possibilità di incidere direttamente per un candidato lgbt è una occasione che va colta.
A patto che non si verifichi quel fenomeno che abbiamo più volte notato e cioè una certa “candidite” per cui assistiamo alla ricerca del “candidato gay” o della “candidata lesbica” da esibire in una lista di sinistra o centrosinistra senza il necessario sostegno della lista nel suo complesso.
Alle amministrative per essere eletti occorrono le “preferenze” vale a dire che se ti candidi un tuo elettore la domenica del voto esce di casa con l’intenzione di scrivere il tuo nome e cognome a fianco del simbolo della tua lista. Si prendono molte preferenze se si è popolari, se si è conosciuti come militanti politici e se si è sostenuti dalla propria lista. Altrimenti si rischiano brutte figure e delusioni cocenti. Da parte di alcuni candidati a volte c’è il desiderio di una rapida carriera dove attraverso una avventura elettorale magari si bruciano le tappe di un percorso che in realtà richiede molto più tempo e sacrificio.
In realtà la storia delle candidature lgbt è ormai ultratrentennale.
La fotografia che mi viene in mente è quella della redazione di Babilonia nel maggio del 1985 con una decina di candidati, tra cui il sottoscritto (ero in lista per le provinciali di Bologna) tra i quali il solo Paolo Hutter fu poi eletto per il Consiglio Comunale di Milano.
In seguito sono stati in diversi a essere eletti tra cui ricordo la grande amica Marcella di Folco, la prima transessuale a entrare in un consiglio comunale, credo, al mondo. In linea di massima gli eletti hanno lavorato bene e sono stati un punto di riferimento per l’associazionismo lgbt.
Tuttavia sappiamo che l’argomento “elezioni”, candidature, ricerca del voto di “preferenza” provoca parecchi mal di pancia nel movimento lgbt e nell’associazionismo.
L’Arcigay, per esempio, nel suo statuto ha diverse “incompatibilità” tra incarichi associativi e incarichi di partito. In un congresso ci si pronunciò con il noto slogan “distinti e distanti” dai partiti.
Alcune personalità storiche del movimento lgbt sostengono addirittura che il male principale per il movimento stesso sono le “carriere” o il carrierismo di alcuni rappresentanti lgbt nei partiti. Onestamente io non vedo miriadi di “carriere” politiche. Anzi, forse il problema vero è proprio il contrario ovvero che sono troppo pochi quelli che si impegnano politicamente, troppo pochi quelli che lo fanno a viso aperto e molti che rimangono allo stadio di “velate”. In ogni caso penso sia sbagliato per un circolo locale lgbt e per il movimento non cercare di influire sulle elezioni stesse.
In vari modi ovviamente a partire dal sostegno ai candidati arcobaleno ma anche (perché no?) ai/alle candidati/e gay friendly attraverso una propria piattaforma che può essere locale oppure anche di carattere nazionale come “A far l’Europa comincia tu” in occasione delle europee 2014.
In genere, visto che ora si tratta di elezioni amministrative, il circolo locale lgbt prepara una serie di punti programmatici e li invia ai candidati per lo più di centrosinistra, meno della destra visto che in Italia abbiamo la peggiore e più omofoba destra d’Europa. Coloro che rispondono positivamente vengono segnalati come candidati sui siti internet o nel corso di incontri organizzati in campagna elettorale.
Questa strategia nel corso degli anni ha avuto successo? Io penso di sì e la riprova è nella grande quantità di registri per le unioni civili votati dai Consigli Comunali a partire da Pisa nel 1996.
I registri, assieme alla richiesta delle sedi, di fondi per la lotta all’Aids, di interventi contro l’omofobia e le discriminazioni hanno rappresentato il cuore delle piattaforme rivendicative lgbt verso le amministrazioni locali e in diversi casi hanno visto la costruzione di servizi alle persone lgbt di grande importanza sociale e culturale.
Oggi c’è una domanda molto forte di servizi per le persone omosessualie e trans, di richieste di aiuto, di lotta alla solitudine e all’esclusione sociale.
Se proprio grazie alle elezioni amministrative c’è una disponibilità in più dei partiti e delle liste civiche dobbiamo usare fino in fondo questa opportunità avendo come faro ovviamente la perfetta coincidenza tra interesse del/della candidato/a e quelli della nostra collettività.