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Manifestiamo senza colpo ferire. È questo il risultato non brillante della stagione dell’Onda pride, 21 manifestazioni in altrettante città, nell’anno dell’approvazione delle unioni civili.
Certo Milano, Bologna e Roma hanno ormai manifestazioni enormi (con folle inimmaginabili solo cinque anni fa) e divertenti, ma il loro risultato politico non si misura nel piacere che proviamo a marciare tra la folla in festa.
Al contrario, in controtendenza rispetto al solito bivaccare annuale dell’orgoglio nelle grandi città, il successo delle manifestazioni nei piccoli comuni come Varese, Treviso, Taranto e Pavia, dove finalmente ha debuttato la visibilità con parate genuine e partecipate. È nelle cittadine e nei piccoli comuni che non hanno mai fatto i conti con una una sana ventata di visibilità e paillettes che, infatti, si giocherà nell’immediato futuro la battaglia culturale dell’accettazione delle differenze. Con risultati anche sorprendenti: Varese, roccaforte del celodurismo leghista, a pochi giorni dal pride è stata conquistata per le amministrative dal centrosinistra. Una vittoria che ha messo a tacere coloro che temevano che l’“invasione di froci” avrebbe rinsaldato le fila degli omofobi.
Che i grandi pride annuali passessero sostanzialmente sotto silenzio era prevedibile dopo il contentino sulle unioni civili che ci ha offerto il Parlamento. È chiaro che per i nostri politici la questione dei diritti gay, per qualche decade, possa anche considerarsi chiusa qui.
Peccato che le miserie della legge italiana sulle unioni civili sia stata messa in luce dalla corte di Cassazione, che, a giugno, ha dato il via libera alla stepchild adoption, nel caso specifico all’adozione di una bambina di sei anni proposta dalla partner della mamma con questa stabilmente convivente, esattamente quanto mancava alla legge. È la stessa stepchild che Renzi & Cirinnà hanno tenuto fuori dalla legge per mero calcolo di maggioranza e che il movimento LGBT non ha difeso se non timidamente: era necessario portare a casa la legge e non disturbare il burattinaio fiorentino.
Certo è un movimento che ha fallito e che persevera nel masochismo, che può essere piacevole a letto ma mai in politica. Mortificati dai politici, nella stagione dei pride abbiamo continuato a garantire palchi e auditori perchè quegli stessi politici ci intrattenessero con esercizi di logorrea verbale sui diritti che non sono stati in grado di garantirci.
Evidentemente il nodo del futuro delle nostre battaglie andrebbe affrontato con la convocazione di stati generali di quel che resta del movimento. Questi pride non saranno sufficienti per conquistare il matrimonio gay e una legge contro l’omotransfobia. Vogliamo parlarne?