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“La bionda”, è questo il soprannome affettuoso che rende immediatamente riconoscibile l’editore di Pride, Frank Semenzi. È bionda fuori, dentro, e tutto intorno e orgoglioso di esserlo.
Anche perché per imbarcarsi nell’avventura di pubblicare questo mensile, che è incominciata quasi per gioco nel 1999, ci voleva un miscuglio di temerarietà e coraggio, insieme a una buona dose di pazienza e un pizzico di sano isterismo. Non a caso la scelta mensile della copertina, per intenderci il “bono” del mese, è ancora, come lo è stato per il primo numero, un tentativo mal riuscito di trovare una sintesi alchemica dei gusti opposti di editore, direttore e redazione e continua a suscitare scontri, ritorsioni e approfondimenti infiniti.
L’editoria gay, nel momento in cui uscivano i primi numeri della rivista, stava rapidamente mutando, ma Pride, conquistava spazi e approvazione con la sua formula leggera di free press diventando, dopo il glorioso mensile Babilonia, il più diffuso strumento di analisi e dibattito nell’ambito gay italiano. Di pari passo cresceva il web, e si profilava l’enorme crisi dell’editoria cartacea contemporanea dei nostri giorni. Se Pride è ancora qui lo si deve a Semenzi che per passione continua a essere il motore della rivista. E continua, a ogni inizio del mese da 17 anni, a girare l’Italia con la sua auto carica di riviste, perché possiate sfogliarlo. Ecco quello che ci ha raccontato.
Siamo al numero 200, un traguardo importante. Soddisfatto?
Solo abbastanza, a livello di soddisfazione personale sì e molto, a livello finanziario molto meno. Pride mi ha dato tantissimo, e ci sono stati momenti molto felici, come l’affitto di un treno da Milano per il World pride di Roma del 2000, di un aereo per andare all’Europride di Vienna o gli scoop finiti sulle pagine di quotidiani a tiratura nazionale. Pride è stato anche molto lavoro e molta fatica. Facendo le debite somme e sottrazioni ritengo di aver fatto un lavoro militante utile. Ho fatto attivismo, ma non il classico pseudo movimentismo di Arcigay, o delle “finocchie” della pseudosinistra, che funziona solo con il portafoglio degli altri.
È un giudizio un po’ ingeneroso, molti attivisti sono volontari…
Io credo fermamente nel movimento gay, ma l’attivismo deve essere disinteressato. Sono fidanzato da 35 anni e sono molto felice. Penso che questa felicità meriti di essere diffusa e raccontata tutti i mesi su queste pagine che cercano di sviscerare il nostro universo. Ho alcune attività in ambito gay, un sex shop e alcuni locali, ma la gioia me l’ha regalata il mio progetto di vita a due e la libertà che è strettamente legata alla condizione omosessuale.
Gli omosessuali italiani sono ancora incasinati, si massacrano il cervello perché non si accettano e copiano le peggior cose dagli etero, che trovo spesso tristi, molti vivono il copione di una vita scritta da altri.
Cosa intendi per incasinati?
Io sono convinto di aver avuto un culo madornale a essere nato gay, non rinascerei etero. Possibile che molti gay non capiscano quanto sono fortunati…
…torniamo alla tua rivista.
Nel suo piccolo è riuscita a essere un ottimo prodotto, o almeno ci abbiamo provato con tutte le nostre forze perché lo fosse. È stata un’amica di molti, anche nelle province lontane dove non arrivava nessuna voce arcobaleno. Negli anni del boom facevamo numeri di oltre 100 pagine, decine di articoli e lunghe notti per chiudere il numero e mandarlo in stampa. Facevamo anche notizia, finivamo sulle prime pagine dei quotidiani. Giravano anche più soldi, ora tutto è cambiato.
Come nacque Pride?
Quasi per scherzo, nel 1999 a casa mia. Ero con degli amici e volevamo provare a fare qualcosa di totalmente nuovo. L’Italia gay era ferma, il dibattito raggiungeva poche persone, ci voleva qualcosa che raggiungesse noi froci. Con più o meno 100 milioni di lire abbiamo incominciato.
È un giornale gay, scritto da gay e che si rivolge a un pubblico gay. Rifaresti questa scelta editoriale?
Certo che sì, commercialmente no, ma da attivista assolutamente sì. Siamo rimasti anche unici nel panorama editoriale cartaceo. Abbiamo fatto il possibile e resto convinto, per l’enorme lavoro fatto, che ci meritavamo di più: più attenzione, più simpatia e meno invidia.
Ti occupi anche della distribuzione della rivista. Sono anni che giri ogni mese di notte l’Italia, da Milano, a Roma, Bologna, Torino e così via e porti la rivista nei locali.
È uno sforzo che vale la pena di fare, ma non mi faccio riconoscere. Sono Frank di Pride e basta, non ho mai adoperato la rivista per dire “io sono” a differenza di tanti presidenti di associazioni. Solo una notte mi sono arrabbiato. Pioveva e fuori dalla discoteca la gente usava Pride per coprirsi e poi lo gettava a terra. Quando maltrattano “la mia bambina” mi incazzo da morire. C’è molto lavoro dietro, gente pagata poco, siamo a livello di volontariato.
Su queste pagine hai trovato spazio per arrabbiarti, anche molto, con i politici gay.
La questione è semplice. Mi arrabbio perché quando agguantano la poltrona si dimenticano di essere omosessuali. Continuo anche a pensare che dovremmo fare un bello sciopero fiscale. Certo, ci hanno dato le unioni civili, ma sono il peggio del peggio, e se non ci davano niente era meglio. Ci hanno dato uno zuccherino da mettere in bocca, niente di più, ma io ho fame di diritti, gli stessi identici degli etero. Altrimenti posso restare un frocio come ero prima che non cambia niente.
Anche alle manifestazioni dei pride sei riconoscibile con cartelli che attirano sempre l’attenzione, come anche quest’anno a Milano.
Ci vuole fantasia, la gente ha le fette di salame sugli occhi. I froci devono essere froci e non metà e metà, oppure non serve a nulla.
Pride è criticato spesso per non aver fatto quel salto di qualità che gli avrebbe consentito di trovare inserzionisti fra i grandi marchi o nel campo della moda, a differenza delle riviste straniere come Têtu e Zero che risultano però essere fallite.
Ci abbiamo provato in tutti i modi. Ci siamo resi conto che negli uffici stampa dei grandi brand ci rivolgevamo a omosessuali come noi, solo con molto più potere e totalmente nascosti. Sembra esserci una sorta di veto: “su una rivista per froci non si fa pubblicità”. Penso che il loro respingerci sia un modo per respingere loro stessi. Comunque in Italia le riviste cartacee gay non hanno ancora superato il pregiudizio di essere strumenti di analisi di serie B. Per me non è così.
Altra critica è che la tua rivista risulterebbe troppo “scollacciata”, tra manzi, boni e ninfetti…
Intendi che ci si perde un po’ nei cazzi? (ride) Avanti popolo! Non capisco questa autocensura e questo moralismo. Con chi diavolo andiamo a letto se non con dei maschi che ci auguriamo belli? Comunque se qualcuno vuole, può benissimo provare a fare qualcosa di meglio. Il mercato è aperto.
Da ragazzino, a Bergamo, ti chiamavano “la senza freni”. Consideri il tuo progetto editoriale coraggioso o temerario?
Sono ancora senza freni, sfrenato. Non vedo il pericolo perché non vedo il male. Portare avanti Pride è coraggioso.
Alla guida del magazine si sono succeduti quattro direttori: Roberto Schena, Giovanni Dall’Orto, Gianni Rossi Barilli e chi scrive. Quali indicazioni gli hai dato?
Ho lasciato piena libertà a tutti. Oggi vorrei più dibattito, sopratutto per le nuove generazioni. Ho l’impressione che noi riuscissimo a fare “di tutto di più”. I giovani d’oggi vanno in depressione, sono indecisi, insomma li trovo più confusi di prima. Noi non eravamo confusi, avevamo il coraggio e la rabbia di chi è davvero discriminato. Ora che le discriminazioni sono meno è tutto più appiattito e le persone sono più spaventate e attente a restare nei limiti della cosìdetta normalità. Ma l’omosessualità è libertà, vogliamo parlarne e riparlarne?
Oggi hai 59 anni, come ti ha cambiato questa avventura?
Rimango senza freni, oggi ci sono, domani morirò o sarò il primo presidente gay della Repubblica. L’importante è lasciarsi andare.
Quale sarà il futuro di Pride?
È un punto di domanda, vedremo. Per ora ne approfitto per ringraziare tutti quelli che hanno voluto bene a Pride e che mi sono stati vicini.