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Tra le tante anime dell’associazionismo lgbt italiano, quello dei servizi diretti alla comunità è probabilmente l’aspetto più misconosciuto, sebbene esistano parecchie esperienze sul territorio che testimoniano invece un grande bisogno di assistenza abitativa, legale, sanitaria da parte degli omosessuali italiani.
Quello dei gruppi gay di self-help, per esempio, è un fenomeno in costante crescita: dai servizi di PsicologiaGay.com diretti dalla dottoressa Paola Biondi “per situazioni che non necessitino di una vera e propria psicoterapia”, come recita la presentazione, a quelli di orientamento cognitivo-comportamentale offerti dall’Istituto A.T. Beck; dai gruppi di genitori rainbow sparsi per l’Italia rivolti a padri e madri gay e lesbiche di figli avuti da precedenti relazioni eterosessuali, al lavoro dello studio SostegnoGay di Ermanno Marogna presente in particolare nel Veneto.
Lo abbiamo interpellato per aiutarci a capire meglio cosa sono davvero e come si arriva a diventare counselor.
Marogna fa il volontario per le associazioni gay ma anche il consulente a pagamento. “L’aspetto remunerativo non cambia il fatto che non ci siano particolari differenze tra i due tipi di esperienze. Il contributo del volontariato in ambito lgbt ha comunque un grande valore, perché colma le carenze dei servizi pubblici”.
Il suo percorso inizia nel 1998 partecipando a un corso di formazione per operatori del telefono amico di un circolo gay di Verona, prestandovi poi servizio per alcuni anni fino a diventare formatore. “Quell’esperienza mi ha permesso di capire quanto può essere utile trovare un ascolto accogliente ed empatico. Indispensabile è stato apprendere la tecnica che si rifà al modello di Carl Rogers, fondato appunto sull’empatia, la sospensione del giudizio e l’accettazione della persona”.
Dopo aver frequentato scuole di counseling integrato, di psicodramma e di mediazione familiare, ha costituito in seguito lo studio SostegnoGay, iniziando a lavorare con le singole persone, con le coppie gay e coi gruppi.
Marogna ci riporta l’esempio del gruppo Genitori Rainbow di Verona, nato nel 2009 e ancora in ottima salute.
“È un gruppo aperto, con la possibilità di inserire nuove persone in qualsiasi momento. Ci si incontra due mercoledì al mese durante tutto l’anno, con l’esclusione del mese di agosto. Frequentato sia da genitori omosessuali, anche ex etero, che da genitori di figli omosessuali o transessuali, al gruppo possono partecipare anche i figli. La media dei partecipanti per ogni incontro è di 15-20 persone, talvolta di 28-30, raramente sotto le 10. Ci sono uomini, donne, persone transessuali e transgender di età diverse: abbiamo avuto minorenni accompagnati dai genitori, oppure settantenni. Per aderire è sufficiente presentarsi nelle sere in cui ci riuniamo. Nel caso di gruppi chiusi, cioè relativi a un numero dato di persone e con un limite stabilito di incontri, di solito basta un colloquio telefonico per capire le intenzioni e le aspettative dell’utente. Per quanto mi riguarda, a prescindere dal tipo di gruppo cerco sempre di rendere l’accesso a chiunque il più semplice possibile.
La conduzione del Gruppo Genitori Rainbow ha rappresentato per me il più interessante osservatorio in ambito lgbt proprio per l’ampia varietà di persone incontrate e per la sua durata”.
Pur non avendo particolare esperienza di questa forma di autoaiuto, col tempo Marogna ha riscontrato in linea generale come in gruppo “le persone si aprono, si ascoltano e sono desiderose da un lato di raccontare e dall’altro di ascoltare. La modalità collettiva richiede però che tutti i partecipanti imparino a rapportarsi tra loro dandosi delle regole: nessuno può giudicare gli altri, semmai si possono esprimere le proprie emozioni, oppure rivolgere domande ai compagni”.
Rispetto ai servizi di psicoterapia, le riunioni di self-help e quelle gestite con la modalità del counseling sono considerate “gruppi di crescita”, ci spiega Marogna. “La psicoterapia affronta tematiche legate alle relazioni primarie, come per esempio i rapporti con i genitori, occupandosi del disagio psichico profondo. Nei gruppi di autoaiuto, invece, gli interventi si fondano sulla relazione tra i partecipanti, invitati a comunicare tra loro. Il counseling in sostanza permette alla persona che se ne avvale di attivare da sé le migliori risorse possibili”.
A parte i casi nei quali la psicoterapia si rendesse davvero necessaria, secondo Marogna i gruppi di counseling sono molto utili quando gli utenti “hanno difficoltà ad accettare la propria omosessualità o vivono dei conflitti rispetto ad essa. Il counseling e la psicoterapia possono comunque senz’altro convivere, così come possono convivere il volontariato e i servizi offerti in modo professionale”.
Gli argomenti più ricorrenti in questi gruppi, sottolinea Marogna, sono “di tipo relazionale: il rapporto con se stessi e con l’essere gay, e poi con gli altri. La fatica di accettare l’omosessualità propria o di un’altra persona, il senso del rifiuto, la vergogna, l’imbarazzo, la negazione. Devo dire che capita sempre meno che le persone chiedano di diventare etero, semmai di essere aiutate a vivere meglio l’omosessualità. Come succede per esempio nel caso dei genitori con figli gay che vogliono capire come facilitare i figli: col tempo prendono coscienza che i primi ad aver bisogno di aiuto sono proprio loro”.
Il ruolo effettivo di Marogna in questi gruppi è quello del conduttore o del facilitatore: “Mi capita di animare il gruppo, dando stimoli affinché le persone si sentano libere di aprirsi. Poi faccio in modo che le modalità disfunzionali – i giudizi, i consigli non richiesti – da parte dei partecipanti vengano limitate al minimo. Garantisco inoltre il rispetto dei tempi, in modo che tutti abbiano modo di esprimersi. Non trascuro poi di gestire i momenti di tensione emotiva, quando ritengo che il gruppo non sia in grado di farlo. In genere sono seduto all’interno del cerchio come gli altri, non parlo di me e non racconto vicende personali per evitare di spostare l’attenzione e per mantenere la neutralità necessaria. Naturalmente anch’io partecipo emotivamente se penso sia il caso di farlo”.
A proposito degli argomenti trattati all’interno dei gruppi, Marogna rileva che sono decisi dalle reazioni dell’utenza: “Il Gruppo Genitori Rainbow ha funzionato e continua a funzionare perché risponde alle necessità dei partecipanti. Quando invece, cinque anni fa, ho costituito un gruppo sull’elaborazione del lutto che ho chiamato Vedovanza lgbt – avevo incontrato degli omosessuali che avevano perso il compagno e che non se la sentivano di andare in gruppi generici – il gruppo ha avuto vita breve a causa della scarsa partecipazione. Ho rilevato che quella del vedovo/a omosessuale è una figura che esiste poco, forse perché non è molto che esistono le coppie e solo ora hanno un riconoscimento di legge. Sono convinto però che col tempo arriveranno: la vita di coppia vuole che uno dei due muoia inevitabilmente prima dell’altro e chi rimane deve gestire la perdita, sentendo il bisogno di un gruppo di sostegno”.
Che bilancio trae Marogna dal lavoro svolto fin qui? “Dal punto di vista personale non posso che annotare il grande arricchimento che ho ricevuto in vent’anni di attività. Professionalmente ho maturato invece la convinzione che questi gruppi siano di vitale importanza e che debbano continuare nel tempo, gestiti sia da professionisti che da volontari con un minimo di preparazione: alcuni anni fa ho formato degli operatori che poi hanno creato un gruppo rainbow a Trento, che in seguito ha iniziato a gestirsi da solo e funziona bene”.
Secondo un osservatore esterno ma competente come il professor Vittorio Lingiardi, psichiatra e docente di psicologia all’università La Sapienza, nonché autore di Citizen gay, un piccolo classico nel campo delle scienze sociali (rieditato quest’anno), i gruppi di autoaiuto andrebbero distinti in due tipologie: “Quelli basati sull’assunto secondo cui l’omosessualità è una malattia da curare rinforzano la cosiddetta omofobia interiorizzata e possono avere esiti negativi per la salute mentale: non sono mancati casi di suicidio. Per fortuna in Italia questa tipologia è poco diffusa. L’ordine degli psicologi si è espresso più volte riguardo all’inefficacia e alla pericolosità delle cosiddette ‘terapie riparative’ (a riguardo si veda il sito Noriparative.it).
Poi ci sono i gruppi interni alle comunità lgbt, formati da persone che desiderano condividere le proprie esperienze relative alla scoperta e all’accettazione del proprio orientamento sessuale. Spesso questi gruppi costituiscono una risorsa per aiutare chi ha iniziato a scoprire la propria omosessualità e si sente solo, diverso o deludente rispetto alle aspettative dei genitori. Conoscere persone con esperienze simili, per esempio chi ha già fatto coming out con i propri genitori, può attivare percorsi psicologici evolutivi in chi teme ancora di mettersi sulle tracce della propria identità. Quando si è membri di una minoranza discriminata è importante sentirsi di appartenere a una comunità da cui si può ricevere sostegno, ma a cui si può anche fornirlo. Come spiego insieme a Nicola Nardelli nelle Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone gay, lesbiche e bisessuali recepite dallordine degli psicologi, se una persona partecipa a uno di questi gruppi, quindi riesce ad ‘accedere’ alla comunità lgbt, vuol dire che ha almeno iniziato il processo di coming out. Al contrario, chi presenta un livello elevato di omofobia interiorizzata difficilmente è disponibile a frequentare questi gruppi.
Non vanno dimenticati, infine, i gruppi di self-help per persone HIV+ o in generale per chi sente il bisogno di condividere e affrontare problematiche di tipo medico con il sostegno di un gruppo”.
Per Lingiardi la differenza di questi gruppi con la psicoterapia è sostanziale: “La psicoterapia è condotta da un professionista della salute mentale con competenze e una formazione appropriate. L’obiettivo è una maggior conoscenza e consapevolezza di sé, incluso ovviamente l’orientamento sessuale, ma con un respiro (auto)biografico più ampio. Una psicoterapia individuale è un percorso relazionale tra due persone, con un preciso sistema di riferimento teorico e clinico”.
Le due modalità di approccio possono coesistere?
“Certo, poi ogni caso è a sé. C’è chi frequenta gruppi di auto aiuto e poi sceglie di iniziare un percorso psicoterapeutico individuale, oppure di gruppo. E chi inizia un percorso psicoterapeutico e in seguito riesce a maturare l’idea di poter frequentare una comunità LGBT.