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Un film di Pedro Almodóvar è sempre un evento imperdibile. Non ce ne sono due uguali, ognuno è differente dall’altro. Sarà anche per il flop dell’ultimo – Gli amanti passeggeri, penalizzato da una trama improbabile e da una gayezza esasperatata e talora ridicola – Julieta, in concorso a Cannes, vira in tutt’altra direzione.
Il film (che si sarebbe dovuto chiamare Silenzio ma il film di Scorsese col medesimo titolo, già in lavorazione, ha costretto al cambio) racconta le vicissitudini di più generazioni, sottolineando l’importanza del destino. Si rifà a tre racconti (Chance, Soon and Silence) della canadese Alice Munro, riformulati però in un contesto spagnolo. Julieta (Emma Suárez, Adriana Ugarte da giovane) è una docente di 55 anni che vive male il suo presente, tanto che a volte le sembra quasi di sfiorare la follia. Mentre sta per trasferirsi in Portogallo con l’amante Lorenzo (Dario Grandinetti), incontra casualmente un’amica d’infanzia di sua figlia Antía, ormai trentenne; da lei sa che quest’ultima – andata via di casa, senza nessuna spiegazione, dodici anni prima – vive in Svizzera. Quest’incontro fortuito la sconvolge, anche perché la scomparsa della figlia le ha rovinato la vita. Decide dunque di non partire più e di restare a Madrid, a casa, a rimescolare il suo passato, che ha visto anche momenti felici, i ricordi, la solitudine, i disastri personali degli ultimi anni.
Un lungo flashback rivela tanti segreti dei suoi ultimi trent’anni, legati anche a tante persone per lei importanti, come Marian (Rossy de Palma, una delle attrici feticcio di Almodóvar), una governante competitiva e dal forte carattere, l’amica Ava, Xoan (Daniel Grao), un pescatore galiziano, padre di Antía, nonché naturalmente quest’ultima. Schiacciata dai complessi di colpa, Julieta scrive una lettera alla figlia, rivelandole tutto ciò che non le ha mai detto cominciando dalla notte in cui incontrò per la prima volta il padre. Ma, mentre va avanti nello scriverla, capisce sempre più di non conoscere niente della figlia.
Per Almodóvar il film, il suo ventesimo, è un ritorno al suo “cinema di donne”, in cui come sempre l’esplorazione di un universo quasi totalmente femminile (come in Tutto su mia madre) è fine e profonda, peraltro filtrata attraverso la particolare sensibilità di un regista omosessuale.
Molte le scene splendide, giocate su colori vividi, dall’evidente valore simbolico (si pensi alla scena iniziale del rosso vivo della camicia della protagonista). Intensa la colonna sonora di Alberto Iglesias.